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Contraddittorio preventivo con il contribuente

Nel corso degli ultimi anni, si è acceso un forte dibattito circa l’obbligatorietà, o meno dell’attivazione del contraddittorio preventivo tra contribuenti ed Amministrazione finanziaria e, conseguentemente, sugli effetti che il mancato esperimento di tale pratica abbia sugli atti adottati dall’ente impositore.

Ebbene, il contraddittorio preventivo rappresenta un elemento essenziale e imprescindibile del giusto procedimento che legittima l'azione amministrativa così come previsto dall’art. 12, c. 7, L. 212/2000 secondo cui “dopo il rilascio della copia del processo verbale di chiusura delle operazioni da parte degli organi di controllo, il contribuente può comunicare entro sessanta giorni osservazioni e richieste che sono valutate dagli uffici impositori. L’avviso di accertamento, pertanto, non può essere emanato prima della scadenza del predetto termine, salvo casi di particolare e motivata urgenza”.

Ecco che, il problema nasce dal fatto che, in caso di inosservanza di tale termine, la norma non prevede alcuna espressa sanzione a carico dell’Ufficio. Pertanto, di conseguenza, si sono formate interpretazioni diverse e contrastanti in relazione a cosa accada in seguito a tale comportamento dell’Ufficio.

A questo punto, val la pena esaminare le recenti pronunce che si sono susseguite sull’argomento peraltro ondivaghe e mai concordanti.

Così, risolvendo alcuni dubbi per gli accertamenti in seguito a verifica, le Sezioni Unite della Corte di Cassazione con sentenza n. 18184 del 29 luglio 2013, hanno dichiarato invalido l'atto emesso prima dei 60 gg., termine quest’ultimo posto a garanzia del pieno dispiegarsi del contraddittorio procedimentale. Istituto, pertanto applicabile in tutte le ipotesi di accesso presso i locali del contribuente.

Di poi, i giudici con sentenza della Corte di Cassazione Sez. Unite, del 18 settembre 2014, n. 19667, dipanando i dubbi relativi all’applicabilità dell’istituto ai controlli a tavolino, hanno ribadito che incombe sugli uffici un generale obbligo di attivare sempre il contraddittorio preventivo rispetto all’adozione di un provvedimento che possa incidere negativamente sui diritti e sugli interessi del contribuente. In caso contrario l’atto è nullo. Si tratta di un principio applicabile a qualunque procedimento amministrativo tributario a prescindere dal nome dell’atto stesso.

Ecco che però, a tal proposito, con la sentenza Sez. Unite 9 dicembre 2015 n. 24823, si fa un passo indietro e, i giudici di legittimità giungendo a conclusioni totalmente differenti, stabiliscono che non esiste nel nostro ordinamento un diritto generalizzato al contraddittorio preventivo, salvo non sia espressamente previsto per legge. Ciò, perchè trattasi di un principio di derivazione comunitaria e, pertanto, applicabile solo ai tributi “armonizzati”, laddove avendo luogo la diretta applicazione del diritto dell’Unione, la violazione dell’obbligo del contraddittorio endoprocedimentale da parte dell’Amministrazione comporta in ogni caso, anche in campo tributario, l’invalidità dell’atto, purchè in giudizio, il contribuente assolva l’onere di enunciare in concreto le ragioni che avrebbe potuto far valere, qualora il contraddittorio fosse stato tempestivamente attivato, e che l’opposizione di dette ragioni si riveli non puramente pretestuosa e tale da configurare, in relazione al canone generale di correttezza e buona fede ed al principio di lealtà processuale, sviamento dello strumento difensivo rispetto alla finalità di corretta tutela dell’interesse sostanziale, per le quali è stato predisposto.

Ciò detto, si evince che la disciplina in esame si ritiene applicabile per i controlli effettuati tramite accessi, ispezioni o verifiche sui luoghi di riferimento del contribuente laddove invece per i controlli fiscali realizzati in ufficio dai verificatori vale a dire i c.d. “accertamenti a tavolino” sorgono dubbi in merito all’esistenza di un principio generale di obbligo al contradditorio preventivo.

Così, con ordinanza, del 26 maggio 2016, n. 10903, la Suprema Corte stabilisce che: <<Come evidenziato, invero, dalla stessa sentenza n. 24823/2015 delle Sezioni Unite, il dato testuale della L. n. 212 del 2000, art. 12, comma 7, univocamente tendente alla limitazione della garanzia del contraddittorio procedimentale alle sole "verifiche in loco", è da ritenersi "non irragionevole", in quanto giustificato dalla peculiarità stessa di tali verifiche, "caratterizzate dall'autoritativa intromissione dell'Amministrazione nei luoghi di pertinenza del contribuente alla diretta ricerca di elementi valutativi a lui sfavorevoli; peculiarità che giustifica, quale controbilanciamento, il contraddittorio al fine di correggere, adeguare e chiarire, nell'interesse del contribuente e della stessa Amministrazione, gli elementi acquisiti presso i locali aziendali; siffatta peculiarità, differenziando le due ipotesi di verifica ("in loco" o "a tavolino"), giustifica e rende non irragionevole il differente trattamento normativo delle stesse, con conseguente manifesta infondatezza della sollevata questione di costituzionalità con riferimento agli artt. 3 e 97 Cost.. Nè una questione di costituzionalità, sempre con riferimento all'art. 3 Cost. può porsi per la duplicità di trattamento giuridico tra "tributi armonizzati" e "tributi non armonizzati, atteso che, come anche in tal caso evidenziato dalla su menzionata sentenza n. 24823/2015, l'assimilazione tra i due trattamenti è preclusa in presenza di un quadro normativo univocamente interpretabile nel senso dell'inesistenza, in campo tributario, di una clausola generale di contraddittorio procedimentale.>>.

Sempre sulla stessa linea interpretativa, con altra sentenza in tema di verifiche fiscali Cass. civ. Sez. V, Sent., 27 maggio 2016, n. 10988, gli Ermellini stabiliscono che l'inosservanza dell'obbligo di notificare il detto avviso al contribuente e di concedergli il previsto termine dilatorio al fine di fornire le prove richieste (obbligo che non ammette equipollenti) determina - in applicazione dei principi affermati dalle sezioni unite nella sentenza n. 18184 del 2013 in relazione all'analoga disposizione di cui alla L. n. 212 del 2000, art. 12, comma 7, - un vizio di legittimità dell'atto impositivo emesso in assenza dell'avviso o prima della scadenza del termine dilatorio: si tratta, anche in questo caso, di garantire il pieno dispiegarsi del contraddittorio procedimentale, con la conseguenza che la "sanzione" dell'invalidità dell'atto conclusivo del procedimento, pur non espressamente prevista, deriva ineludibilmente dal sistema ordinamentale, comunitario e nazionale, e, in particolare, dal rilievo che il vizio del procedimento si traduce, nella specie, in una divergenza dal modello normativo di particolare gravità, in considerazione della rilevanza della funzione cui la norma assolve e della forza impediente, rispetto al pieno svolgimento della funzione, che assume il fatto viziante.

In sostanza, per i tributi armonizzati sussiste un principio generale di obbligo al contraddittorio “in relazione ai quali detto obbligo è desumibile dell’articolo 41 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, proclamata a Nizza il 7 dicembre 2000 e adottata a Strasburgo il 12 dicembre 2007 e sempre che, come più volte ribadito dalla Corte di giustizia dell’Unione Europea, l’interessato abbia dato prova dell’incidenza effettiva della violazione sulla formazione dell’atto che ha recato pregiudizio allo stesso” (Corte Costituzionale, Ordinanza 13 luglio 2017, n. 187).

I giudici di merito non pare si siano adeguati alla pronuncia 24823/15, confermando che le garanzie previste dall’articolo 12 non vanno necessariamente circoscritte agli accessi presso la sede del contribuente poiché la locuzione “accessi, ispezioni e verifiche” può riguardare tutti i tipi di controllo e dunque anche quelli cosiddetti “a tavolino” (da ultimo Ctp di Reggio Emilia, sentenza 5/01/16).

Ed allora, va evidenziato che con riferimento, ai tributi non armonizzati, non è possibile individuare un orientamento giurisprudenziale univoco.

Si veda, a tal proposito, quanto sancito dalla Corte di Cassazione, ordinanza 19 aprile 2017, n. 9823, che richiamando la pronuncia precedente della stessa Corte (Cass. 24823/2015) ha stabilito che “in caso di accertamenti “a tavolino” (come nella specie, traendo origine il controllo da verifiche bancarie e non anche da accessi, ispezioni e verifiche nei locali del contribuente), non sussiste per l’Amministrazione finanziaria alcun obbligo di contraddittorio endoprocedimentale per gli accertamenti ai fini Irpeg ed Irap”. (nello stesso senso ordinanza Cass. n. 27422 del 20 novembre 2017).

Allo stato attuale esistono, così, due incredibili distinzioni, innanzitutto tra la tipologia di controllo adottata (se presso la sede o a tavolino) e poi se si tratti di un tributo armonizzato o meno.

Con l’ordinanza n. 380 del 10 gennaio 2017, la cassazione confermando tuttora aperto il dibattito sull’esistenza di un principio generale di osservanza del contraddittorio procedimentale e, proprio sul presupposto che il contribuente abbia sempre diritto di essere preavvisato, dichiara nulla l’iscrizione ipotecaria eseguita senza preavviso e inaudita altera parte.

Infine, la Corte Costituzionale, non ha aiutato a chiarire la questione, dichiarando inammissibile, con tre distinte ordinanze, la questione di legittimità costituzionale sollevata dalla Commissione tributaria regionale della Toscana, dalla Commissione tributaria provinciale di Siracusa e dalla Commissione tributaria regionale della Campania (Corte Costituzionale, Ordinanze 13 luglio 2017, n. 187, n.188, n. 189), in merito alla dubbia legittimità delle norme del nostro ordinamento che non prevedono forme di contraddittorio preventivo anche per le attività di controllo fiscale non precedute da accessi.

In conclusione, alla luce degli orientamenti giurisprudenziali appena esposti, è di palmare evidenza, dunque, come il termine in oggetto (ovvero i 60 gg prima della notifica dell’avviso di accertamento) abbia il preciso scopo di tutelare i fondamentali principi costituzionali di collaborazione e buona fede nei rapporti con l’Amministrazione finanziaria, sanciti dagli art. 3 e 97 della Costituzione ed attuati, in materia tributaria, dall’articolo 10 dello Statuto dei diritti del contribuente ed, altresì, di garantire il diritto di difesa del contribuente sancito dalla Costituzione.

Ci si auspica, di conseguenza, che in materia un intervento quanto prima venga attuato, al fine di ottenere un regime unitario uniforme e valevole per tutti i tributi e tutti i procedimenti.

Peraltro, un tentativo in tal senso, rientra fra gli emendamenti al ddl bilancio 2018, c. d. Finanziaria, presentati in Commissione Bilancio della Camera, che sancisce l’obbligo generalizzato per l’Amministrazione finanziaria di confrontarsi preventivamente con il contribuente prima di procedere all’emissione di qualsiasi tipologia di atto impositivo.

Nel dettaglio, l’emendamento introdurrebbe nel testo della manovra un nuovo comma 45-bis secondo cui dopo l’articolo 12 della legge 27 luglio 2000, n. 212, verrebbe aggiunto il seguente articolo art. 12-bis (Obbligo generalizzato di contraddittorio endoprocedimentale): <<1. Gli avvisi di accertamento di cui agli articoli 42 del decreto del Presidente della Repubblica n. 600 del 1973 e 56 decreto del Presidente della Repubblica n. 633 del 1972, nonché gli avvisi di rettifica e liquidazione di cui agli articoli 52 decreto del Presidente della Repubblica n. 131 del 1986, 13 decreto legislativo n. 347 del 1990, 34 e 35 decreto legislativo n. 346 del 1990 devono essere preceduti, a pena di nullità, dalla notifica al contribuente, ai sensi dell'articolo 60 del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 600, e successive modificazioni, di una richiesta di chiarimenti da fornire entro il termine di sessanta giorni, in cui sono indicate le ragioni della potenziale pretesa impositiva.

   2. L'atto impositivo non può essere emanato, a pena di nullità, prima della scadenza del termine di cui al comma che precede, salvo casi di particolare e motivata urgenza.

   3. Fermo quanto disposto per i singoli tributi, l'atto impositivo é specificamente motivato, a pena di nullità, anche in relazione ai chiarimenti forniti dal contribuente nel termine di cui al comma 1.

   4. Le disposizioni del presente articolo si applicano anche con riferimento agli atti diversi da quelli di cui al comma 1, per i quali la legge non prevede forme di dialogo preventivo con il contribuente.>>.

 

 

 

 

 

 

 

Lecce, 14 dicembre   2017                                                       Avv. Maurizio Villani

                                                                                           Avv. Iolanda Pansardi

 

               AVV. MAURIZIO VILLANI

 Avvocato Tributarista in Lecce

                                       Patrocinante in Cassazione

www.studiotributariovillani.it - e-mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.


Fiusis tra le dieci best practice per il riciclo in Italia

Sarà presentato nella mattina (14 Dicembre 2017) a Roma il rapporto L’Italia del riciclo 2017, unico dossier attualmente prodotto sulle attività di riciclo ecosostenibile in Italia, che ha inserito Fiusis tra le dieci best practice sul territorio nazionale che attuano buone pratiche e tecnologie di riciclo.

Unica realtà del centro-sud a comparire nel report, l’azienda di Calimera (Le) viene descritta come “il primo impianto di microcogenerazione alimentato da legno vergine riveniente dagli sfalci della potatura degli ulivi, costruito nel Centro Meridione di Italia, che ha saputo recuperare uno scarto agricolo costruendo una filiera cortissima che garantisce il recupero delle ramaglie senza costi per i contadini. Tale modello di sviluppo ecosostenibile è finalizzato alla creazione di filiere agro-energetiche e, in un’ottica di Economia Circolare, si appresta anche a realizzare attività connesse di produzione di pellet e concimi bio”.

L’Italia del riciclo è stato realizzato per l’ottavo anno consecutivo da Fondazione per lo sviluppo sostenibile e FISE UNIRE (Unione Nazionale Imprese Recupero), con il patrocinio del Ministero dell’Ambiente e della tutela del territorio e del mare e ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale). All’evento di presentazione interverranno Antonio Cianciullo (giornalista), Andrea Fluttero (presidente FISE UNIRE), Edo Ronchi (presidente Fondazione per lo sviluppo sostenibile), Marco Botteri (Ecocerved), Silvia Velo (sottosegretaria dell’Ambiente e della tutela del territorio e del mare), Simona Bonafè (europarlamentare, componente Commissione per l’ambiente, la sanità pubblica e la sicurezza alimentare), Alberto Cirio (europarlamentare, componente Commissione per l’ambiente, la sanità pubblica e la sicurezza alimentare), Laura Puppato (senatrice, componente Commissione XIII – Territorio, ambiente e beni ambientali), Massimo De Rosa (deputato, componente Commissione VIII – Ambiente, territorio e lavori pubblici), Rosanna Laraia (direttrice Centro nazionale per il ciclo dei rifiuti, ISPRA).

Per Fiusis Srl ritirerà il riconoscimento l’amministratore Marcello Piccinni.

Le altre nove aziende premiate, oltre a Fiusis, sono: Advanced Polymer Materials di Ferrara, Ecoplan – Revet Recycling di Milano, Biolectric Italia di Piacenza, Hera Spa di Bologna, Gruppo CAP di Assago, Iterchimica di Suiso, Saint-Gobain di Milano, 3C Filati di Montale e COM.I.STRA di Montemurlo. 

“È con soddisfazione che abbiamo appreso che la Fiusis srl, impresa associata a Confindustria Lecce – afferma il presidente Giancarlo Negro – è stata inserita tra le dieci best practice, all’interno del rapporto “L’Italia del riciclo 2017” realizzato dalla Fondazione per lo sviluppo sostenibile e FISE UNIRE. Un riconoscimento che premia l’impegno dell’Azienda e del suo Amministratore, Marcello Piccinni, nella produzione di energia pulita nel massimo rispetto dell’ambiente. Giungano al collega Marcello Piccinni, ai soci e ai collaboratori della Fiusis srl i migliori auguri e i complimenti per questo ulteriore successo”.    


Il “Galilei-Costa” di Lecce tra le quindici scuole al mondo con didattiche innovative student oriented

Il portale web dedicato al mondo della scuola “Your Edu Action” ha pubblicato nei giorni scorsi un articolo dal titolo “Le scuole non sono tutte uguali” che raccoglie e racconta 15 casi al mondo di didattiche e approcci educativi alternativi ed innovativi. Il denominatore comune sembra essere la particolare attenzione al “singolo”, al suo talento e alle sue inclinazioni, e per questo le didattiche vengono denominate student oriented. Ve ne sono cinque negli Usa, tre in Svezia e una rispettivamente in Danimarca, in Australia, in Canada, in Olanda, in Francia, in Finlandia e ce n’è una anche in Italia, un orgoglio nostrano conosciuto e apprezzato nel resto del mondo per la sua singolarità.

 

«Si tratta del “Galilei-Costa” di Lecce - si legge nell’articolo – che ha lanciato l’iniziativa i-Startup, l’originale progetto nato proprio all’interno dell’istituto stesso. È un percorso didattico innovativo atto ad introdurre l’Educazione all’Auto-Imprenditorialità nelle programmazioni del settore Economico a partire già dal 1° anno. La mission di i-Startup è quella di offrire ai giovani, a partire dai 14 anni e nel normale corso di studi, la possibilità di sperimentare cosa significa inventarsi un prodotto, un servizio, un’app e diventare Imprenditori di se stessi.»

 

In realtà, il Galilei-Costa è giunto al progetto “i-Startup” dopo oltre quindici anni di esperienza nell’incentivare i propri studenti ad ideare ed intraprendere un’attività economica (ma anche sociale) durante gli studi superiori. Questa singolare attitudine le è valsa la nomination tra i 50 finalisti al “Global Teacher Prize 2015” (Premio “Nobel” per l’insegnamento), all’ “Italian Teacher Prize 2017” ed è stata scelta da Ashoka Italia quale esempio di innovazione didattica italiana da presentare al Meeting internazionale di Utrecht nel 2016.

 

i-Startup” è un percorso formativo concepito insieme all’USP – Ufficio Scolastico Provinciale di Lecce. Non prevede alcuna variazione nel quadro orario ufficiale (materie e distribuzione oraria restano invariati), mentre comprende “lezioni aumentate” in discipline quali Economia Aziendale, Diritto, Informatica, Lingue Straniere, ma anche Lettere e Storia, con concetti base e pratiche proprie della cultura d’impresa autonoma, insieme a laboratori con una forte impronta al digitale (stampa 3D, sharing economy, computer grafica). Inoltre, e soprattutto, gli alunni vedranno spesso nella propria aula imprenditori di successo, giovani e non, insieme a startuppers che sono riusciti a realizzare il proprio sogno ed esperti di auto-imprenditorialità, i quali racconteranno ai ragazzi i loro percorsi, costellati spesso anche di tanti “fallimenti”, che però non vanno mai considerati solo tali.

 


Sentenza della Corte Costituzionale n. 249

In allegato la sentenza della Corte Costituzionale n. 249 depositata in cancelleria  venerdì 1 dicembre 2017 che, in materia di estimi catastali, ha dichiarato non fondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 1, comma 335, della legge n. 311 del 30 dicembre 2004, sollevata, in riferimento agli articoli 3, 53 e 97 della Costituzione, dalla Commissione Tributaria Regionale del Lazio con l’ordinanza del 16 dicembre 2016 (in G.U. n. 24 dell’anno 2017).

In particolare, la Corte Costituzionale ha escluso il contrasto con l’articolo 3 della Costituzione perché la censura non è riferibile alla previsione della norma, ma è ricollegabile a circostanze contingenti e cioè alla maggiore o minore sollecitudine del Comune di riferimento nell’avanzare l’istanza di revisione degli estimi catastali.

La Corte Costituzionale ha, inoltre, escluso la violazione dell’art. 53 della Costituzione perché le tariffe di estimo e le rendite catastali non sono atti di imposizione tributaria ed i criteri per la loro determinazione non sono irragionevoli.

Infine, secondo i giudici costituzionali, non c’è violazione dell’art. 97 della Costituzione perché ogni riforma normativa, per la sua portata innovativa, è potenzialmente idonea a suscitare reazioni da parte dei destinatari e ciò evidentemente rientra nella fisiologia dell’ordinamento giudiziario.

Pur rigettando le questioni di incostituzionalità come sopra esposte succintamente, la Corte Costituzionale ha però ribadito il principio che la natura e le modalità dell’operazione di revisione catastale enfatizzano l’obbligo di motivazione in merito agli elementi che hanno, in concreto, interessato una determinata microzona, così incidendo sul diverso classamento della singola unità immobiliare.

Obbligo che, proprio in considerazione del carattere “diffuso” dell’operazione, deve essere assolto, perciò, in maniera puntuale e rigorosa in modo tale da porre il contribuente in condizione di conoscere le concrete ragioni che giustificano il provvedimento e metterlo, di conseguenza, nelle condizioni di poter efficacemente esercitare il proprio diritto di difesa.

Questi principi, per quanto riguarda l’obbligo di una precisa e rigorosa motivazione, sono stati ultimamente ripresi dalla Corte di Cassazione – Sezione Tributaria – con l’ordinanza n. 22900 del 29 settembre 2017, che ha precisato che la motivazione dell’avviso di accertamento catastale deve essere specifica ed articolata, così come deciso dalla Commissione Tributaria Provinciale di Lecce e dalla Commissione Tributaria Regionale di Lecce, che hanno annullato gli accertamenti massivi di revisione degli estimi catastali dell’Agenzia del Territorio di Lecce.

A questo punto, si può dire che anche la Corte Costituzionale e la Corte di Cassazione, con le succitate sentenze, hanno confermato le corrette sentenze dei giudici leccesi.


Autotutela tributaria: potere d’ufficio dell’Amministrazione e non strumento di protezione del contribuente (Corte Cost. n.181/2017

1. Differenza tra autotutela amministrativa e tributaria.

2. La giurisprudenza di legittimità sul diniego di autotutela.

3. Intervento della Corte Costituzionale: l’esercizio dell’autotutela è un potere d’ufficio e non uno strumento di protezione del contribuente (Corte Cost n. 181/2017).

4. Excursus della giurisprudenza di legittimità in riferimento all’autotutela tributaria.

5. Riflessioni.

 

  1. Differenza tra autotutela amministrativa e tributaria.

L’autotutela è espressione di un potere correlato all'azione amministrativa, che può essere esercitato nella piena e totale discrezionalità delle amministrazioni pubbliche, al fine di riesaminare gli atti e i provvedimenti in funzione dell'interesse pubblico, al cui perseguimento la stessa amministrazione è preposta. Questo potere nasce, pertanto, come prettamente discrezionale e muta solo con il mutare del concetto stesso di potere pubblico, oggi inteso in senso democratico come luogo in cui la volontà degli amministratori incontra quella dei cittadini per la determinazione delle scelte pubbliche.

Tale istituto è estremamente complesso poiché s’intrecciano una serie d’interessi che hanno solitamente rilevanza autonoma nel panorama pubblicistico.

Leggi tutto: Autotutela tributaria: potere d’ufficio dell’Amministrazione e non strumento di protezione del...


Strenne natalizie 2017

Come ogni anno, a dicembre, le imprese si trovano a scegliere le strenne natalizie da donare a clienti e fornitori, a dipendenti ed amici.

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COME CONTESTARE LE CARTELLE DI PAGAMENTO

A) Secondo l'insegnamento della Corte di Cassazione "la cartella di pagamento svolge la funzione di portare a conoscenza dell'interessato la pretesa tributaria iscritta nei ruoli, entro un termine stabilito a pena di decadenza della pretesa tributaria, ed ha un contenuto necessariamente più ampio dell'avviso di mora, la cui notifica è prevista soltanto per il caso in cui il contribuente, reso edotto dell'imposta dovuta, non ne abbia eseguito spontaneamente il pagamento nei termini indicati dalla legge. La mancata notificazione della cartella di pagamento comporta pertanto un vizio della sequenza procedimentale dettata dalla legge, la cui rilevanza non è esclusa dalla possibilità, riconosciuta al contribuente dall'art. 19, comma terzo, del d.lgs. 31 dicembre 1992, n. 546, di esercitare il proprio diritto di difesa a seguito della notificazione dell'avviso di mora, e che consente dunque al contribuente di impugnare quest'ultimo atto, deducendone la nullità per omessa notifica dell'atto presupposto o contestando, in via alternativa, la stessa pretesa tributaria azionata nei suoi confronti.

In entrambi i casi, la legittimazione passiva spetta all'ente titolare del credito tributario e non già al concessionario, al quale, se è fatto destinatario dell'impugnazione, incombe l'onere di chiamare in giudizio il predetto ente, se non vuole rispondere dell'esito della lite, non essendo il giudice tenuto a disporre d'ufficio l'integrazione del contraddittorio, in quanto non è configurabile nella specie un litisconsorzio necessario" (Cass. Sez. Unite, 25 luglio 2007, n. 16412).

La Corte di Cassazione ha, tra l'altro, in proposito avuto modo di chiarire come "in tema di disciplina della riscossione delle imposte mediante iscrizione nei ruoli, nell'ipotesi di giudizio relativo a vizi dell'atto afferenti il procedimento di notifica della cartella, non sussiste litisconsorzio necessario tra l'Amministrazione Finanziaria ed il Concessionario alla riscossione, né dal lato passivo, spettando la relativa legittimazione all'ente titolare del credito tributario con onere del concessionario, ove destinatario dell'impugnazione, di chiamare in giudizio il primo se non voglia rispondere delle conseguenze della lite, né da quello attivo, dovendosi, peraltro, riconoscere ad entrambi il diritto all'impugnazione nei diversi gradi del processo tributario così statuendo, la S.C. ha cassato la sentenza impugnata, rilevando, peraltro, che, nella specie, i vizi accertati nella decisione di primo grado in relazione alla pretesa tributaria riguardavano sia il suo fondamento iscrizione a ruolo sia il procedimento notificatorio della cartella, sicché erroneamente era stata esclusa la legittimazione dell'Amministrazione Finanziaria alla sua impugnazione" (Cass. n. 9762 del 2014).

Nella specie la società contribuente con l'impugnazione "dell'iscrizione a ruolo e dell'intimazione di pagamento" si doleva, anzitutto, dell'inesistenza del credito dell'Amministrazione Finanziaria, dell'illegittimità della procedura di riscossione per la mancata notifica dell'atto presupposto, la cartella di pagamento, della decadenza dell'azione di riscossione, della prescrizione del presunto credito (in tal senso, correttamente, si è pronunciata la Corte di Cassazione – Sez. Tributaria Civile – con la sentenza n. 27776 depositata il 22/11/2017).

B) Rimeditando la posizione espressa in passato dal TAR Lazio, (cfr. Sez. III, 29.01.2016 n. 1338), il TAR Lazio con la sentenza n. 11015 del 21 aprile 2017 ritiene, in primo luogo, di dover riconoscere al ricorrente un interesse diretto, concreto ed attuale all’accesso alle cartelle esattoriali, attribuito, in verità, al contribuente anche in via legislativa, mediante la previsione degli obblighi del concessionario per la riscossione.

L’art. 26 del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 602, in tema di riscossione delle imposte sul reddito, stabilisce, in particolare, che “il concessionario deve conservare per cinque anni la matrice o la copia della cartella con la relazione dell’avvenuta notificazione o l’avviso del ricevimento ed ha l'obbligo di farne esibizione su richiesta del contribuente o dell’amministrazione”, effettuando, così, direttamente la valutazione sulla sussistenza dell’interesse all'esibizione.

Deve essere parimenti affermata anche la legittimazione passiva di Equitalia S.p.A. atteso che la predetta società gestisce, in regime di concessione, il servizio pubblico di riscossione e, perciò, è tenuta a garantire l’accesso a fronte dell'interesse del privato di verificare eventuali illegittimità nell'azione di riscossione.

Deve, poi, aggiungersi che la richiesta del contribuente non può mai essere valutata sotto il profilo della meritevolezza soggettiva da parte del concessionario, obbligato ex lege alla custodia ed all’esibizione, senza che allo stesso residui alcun margine di scelta (e lo stesso discorso vale oggi per l’Agenzia delle Entrate – Riscossione, che ha sostituito Equitalia).

Né vi è equipollenza, attesa la diversità ontologica di forma e contenuto, tra la produzione degli estratti del ruolo e la cartella di pagamento (cfr. C.d.S., Sez. IV, n. 2834 del 9.6.2015; n. 02422/2014) che costituisce “ex se …strumento utile alla tutela giurisdizionale delle ragioni della ricorrente”, cosi che “la concessionaria non ha … alcuna legittimazione a sindacare le scelte difensive eventualmente operate dal privato” (Cons. Stato Sez. IV, 30 novembre 2009, n. 7486).

È stato sottolineato (cfr. C.d.S., Sez. IV, 31.3.2015 n. 1705; TAR Campania, Napoli, Sez. VI, 4.02.2016 n. 629) che “le amministrazioni agiscono in via procedimentalizzata e hanno l’onere di conservare copia degli atti inoltrati al privato, che potrebbe non esserne più in possesso per svariate ragioni (disordine, perdita del documento, malconservazione, trasloco, furto etc)…”, ma che il privato “non può essere mutilato nella propria difesa, a cagione di tale accadimento: ritrae dallo stesso una “sanzione” endemica (paga, infatti, il rilascio della copia) ma ha il diritto comunque ad ottenerne copia per difendersi (arg, anche ex Cass. civ. Sez. VI - 5, Ord., 30-07-2013, n. 18252 in punto di necessità per le Amministrazioni di "provare" ciò che hanno comunicato al privato)”.

In ultimo, preme, peraltro, precisare che il TAR Lazio, con la succitata sentenza, ha avuto modo di soffermarsi diffusamente sulla circostanza afferente il mancato possesso delle cartelle, addotta da Equitalia, la quale nel giudizio, a differenza di giudizi precedenti, trova anche supporto in una “certificazione” all’uopo prodotta, sicuramente atta a rivelare chiare ed inequivoche difficoltà oggettive per la parte resistente ad adeguarsi al dictum del giudice.

Tale circostanza, però, proprio in quanto il “mancato possesso” opposto da Equitalia può essere configurato esclusivamente in termini di effetto e/o risultato di una mera “scelta aziendale della società” (come rilevato in precedenti pronunce cfr., tra le altre, TAR Lazio, Sez. II bis, n. 8948 del 2016), assunta, tra l’altro, in distonia con le prescrizioni di legge, non può che condurre a sollecitare la pronta attivazione della resistente ad organizzare o, meglio, ad espletare la sua gestione del servizio in stretta aderenza con le disposizioni normative su indicate, istituendo, ad esempio, un apposito ufficio o, ancora, incaricando suoi addetti al precipuo fine di rendere possibile e, dunque, consentire l’accesso agli atti richiesti, per non compromettere il diritto di difesa del contribuente.

Lecce,  02 dicembre 2017

 

AVV. MAURIZIO VILLANI

Avvocato Tributarista in Lecce

Patrocinante in Cassazione

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“BRINDISI FA SCUOLA”: UN PROGETTO PER LE SCUOLE PIÙ INNOVATIVE A FAVORE DEL TERRITORIO

Ashoka riunisce le eccellenze internazionali nell’innovazione didattica per uno scambio di idee ed esperienze su come migliorare il modo di fare scuola in Italia.

L’iniziativa, organizzata da Ashoka in collaborazione con Enel, è sostenuta dalla Fondazione San Zeno.

 

Ashoka con il sostegno di Enel sceglie Brindisi per sviluppare nuovi progetti per la scuola incoraggiando la diffusione di una didattica improntata sull’innovazione e l’imprenditorialità legata al territorio. Nella città salentina si è svolto “Brindisi fa Scuola”, l’evento decisivo della partnership tra Ashoka e Enel, e supportato dalla Fondazione San Zeno, che ha riunito i docenti, gli educatori e gli innovatori sociali pugliesi che più di tutti stanno lavorando in direzione di un cambiamento sistemico. Hanno partecipato all’incontro: Santi Giuffrè, Commissario prefettizio del Comune di Brindisi, Giuseppe Marinò, Presidente Confindustria Brindisi, Lorenzo Newman, responsabile Ashoka Italia, Maria Cristina Papetti, Responsabile Sustainability Projects and Practice Sharing Enel.

 

Sulla base del successo della collaborazione del 2016 fra Ashoka e Enel, ‘Brindisi fa Scuola’ vuole quindi essere il punto di partenza di una nuova importante partnership triennale di prestigio internazionale, ancorata al territorio italiano e incentrata sull’idea di ecosistemi per il cambiamento che, allineandosi attorno ad un’idea condivisa di formazione e impresa sostenibile, abbiano il potenziale per trasformare un territorio.

 

Enel vede proprio nel cambio della formazione didattica l’opportunità di formare i nuovi protagonisti del tessuto industriale, e per questo ha scelto di sostenere il lavoro di Ashoka su scuola e imprenditoria sociale. La collaborazione si pone l’obiettivo di formare una nuova generazione di imprenditori che sarà di sostegno ai bisogni sociali e al tessuto industriale locale.

 

Studenti e docenti sono stati pertanto protagonisti di uno scambio di idee ed esperienze su come innovare il modo di fare scuola in Italia. Oltre ai maggiori rappresentati della Regione in tema di innovazione scolastica, all’evento hanno preso parte due istituti superiori italiani che, insieme all’IISS Majorana di Brindisi, fanno parte delle cinque scuole selezionate da Ashoka per entrare a far parte della rete internazionale delle Scuole Changemaker.

 

«Non è più sufficiente la leadership degli imprenditori sociali, ma è necessario che ognuno si veda e agisca come agente del cambiamento, cioè come changemaker. Gli oltre 500 Fellow Ashoka impegnati a livello internazionale nel settore educativo dimostrano che trasmettere il valore dell’empatia nei primi anni di vita, partecipare a lavori di gruppo e di leadership condivisa, mettere i ragazzi al centro della didattica, è il metodo migliore per aiutarli ad essere e percepirsi come attori del cambiamento» - Alessandro Valera, direttore di Ashoka Italia.

 

All’evento hanno preso parte le eccellenze dell’innovazione didattica del Salento:

Maria Luisa Sardelli, Preside dell’istituto ITT Giorgi;

Daniele Mannicandidato al global teacher prize e fondatore di iStartup;

Luciana delle Donne Fellow di Ashoka e fondatrice di Made in Carcere.

 

E i tre istituti superiori italiani scelti da Ashoka per far parte della rete di scuole Changemaker:

 

  • Scuola Secondaria Superiore IISS Majorana di Brindisi: libri autoprodotti, area relax in classe, tablet e lavagne intelligenti, prima scuola ad usare l'Oculus rift, sono solo alcune delle idee sperimentate ed introdotte nel corso degli anni dal suo vulcanico dirigente, Salvatore Giuliano;
  • Scuola secondaria superiore Collegio del Mondo Unito U.W.C. Adriatic di Duino: college internazionale, 200 ragazzi da oltre 100 paesi, dove si respirano multiculturalità e rispetto per la diversità, ma si impara anche l’autonomia, con un piano di studi personalizzabile, che include il volontariato, e la vita nel campus;
  • Scuola secondaria superiore Liceo Attilio Bertolucci di Parma: In questo istituto le opportunità offerte agli studenti sono troppe per poterle contare. Educazione alla pace, volontariato, ma anche coding, stampa 3d, una redazione scolastica e governance partecipativa!

Ashoka è la più grande rete al mondo di imprenditori sociali per l’innovazione sociale. Da oltre 35 anni seleziona, mette in rete e forma più di 3300 imprenditori sociali attivi in diversi settori e in diverse parti del mondo con lo scopo di creare alleanze trasversali capaci di cambiare interi sistemi.


on line con il nuovo portale www.quartacaffe.com

Il nuovo portale www.quartacaffe.com è rinnovato nella grafica e nella fruizione dei contenuti. Nell’ambito del continuo processo di rinnovamento della comunicazione e del marketing digitale il nuovo portale si caratterizza per uno stile semplice e lineare che permette di approfondire gli argomenti di interesse in mobilità, grazie ad un template responsive.

Lo sviluppo dei contenuti è stato affidato ad un gruppo di lavoro composto da fotografi, storyteller e giovani programmatori di sistemi open source.

Il portale, insieme alla gestione dei social media, sono gli assi portanti del nostro marketing digitale con i quali affrontiamo le moderne sfide della comunicazione 2.0

Il messaggio evocativo che da sempre accompagna l’azienda “Innovare nella continuità” si coniuga con il nostro impegno ed investimento nella ricerca e innovazione della qualità, che in questi spazi virtuali diventano un’estensione del brand Quarta Caffè nel mondo.

 


Le interpretazioni ai fini fiscali non hanno rilievo penale

Con un’importante sentenza, n. 2216 del 22/11/2017, il Tribunale di Brindisi ha assolto due imprenditori dai reati di cui agli articoli 4 e 5 del D. Lgs. 10 marzo 2000, n. 74 perché il fatto non costituisce reato.

Come noto, l’art. 4 D. Lgs. n. 74/2000, rubricato “Dichiarazione infedele”, punisce chi al fine di evadere le imposte sui redditi o sul valore aggiunto, indica in una delle dichiarazioni annuali relative a dette imposte elementi attivi per un ammontare inferiore a quello effettivo od elementi passivi inesistenti, quando, congiuntamente: 

a)      l'imposta evasa è superiore, con riferimento a taluna delle singole imposte, a

euro centocinquantamila;

b)      l'ammontare complessivo degli elementi attivi sottratti all'imposizione,

anche mediante indicazione di elementi passivi inesistenti, è superiore al dieci per cento dell'ammontare complessivo degli elementi attivi indicati in dichiarazione, o, comunque, è superiore a euro tre milioni. 

L’art. 5 del D. Lgs. n. 74/2000, invece, rubricato “Omessa dichiarazione”, punisce chi al fine di evadere le imposte sui redditi o sul valore aggiunto, non presenta, essendovi obbligato, una delle dichiarazioni relative a dette imposte, quando l’imposta evasa è superiore, con riferimento a taluna delle singole imposte ad euro cinquantamila. 

In particolare, nel caso di specie, i due imprenditori venivano imputati per avere, in unione e concorso tra loro, con più azioni esecutive di un medesimo disegno criminoso, entrambi nella qualità di responsabili legali della società:

-          omesso di indicare nella dichiarazione dei redditi mod. unico 2010 per l’anno d’imposta 2009, maggiori componenti positivi di reddito per un importo pari ad un milione e mezzo di euro;

-          omesso di presentare la dichiarazione annuale Iva, relativa all’anno d’imposta 2009, omettendo di dichiarare ai fini Iva un importo a debito per oltre centomila euro.

Ebbene, il Tribunale di Brindisi ha accolto le tesi difensive degli Avvocati Maurizio Villani e Giampiero Iaia, soprattutto in riferimento alla non rilevanza penale delle interpretazioni fiscali in assenza di un dolo di evasione da parte degli imprenditori contribuenti.

Ed infatti, il giudice penale, a seguito dell’istruttoria dibattimentale e delle argomentazioni poste a base delle tesi difensive a discarico degli imputati, ha ritenuto di escludere la sussistenza di una responsabilità penalederivante “in maniera immediata e diretta dalle mere scelte interpretative adottate dal contribuente in ordine al metodo di contabilizzazione di elementi attivi o passivi oggettivamente esistenti, ovvero, comunque, da scelte interpretative in ordine a norme tributarie del tipo di quelle in oggetto (contraddistinte da percettibili condizioni di incertezza sulla loro portata e sul loro ambito di applicazione); scelte idonee eventualmente ad integrare irregolarità di natura strettamente fiscale, ma non a consentire in particolare di ritenere integrato il reato di dichiarazione infedele, ovvero di omessa dichiarazione IVA, di cui rispettivamente agli artt. 4 e 5 decreto legislativo 74/2000”.

A ciò si aggiunga che, è stato messo in evidenza dal giudice - come dalla stessa difesa sostenuto - la rilevanza di quanto previsto dal comma 1-bis dell’art. 4 D. Lgs. n. 74/2000 che stabilisce  che, ai fini della configurabilità del delitto di dichiarazione infedele, non si debba tenere conto della non corretta classificazione, della valutazione di elementi attivi o passivi oggettivamente esistenti rispetto ai quali i criteri concretamente applicati sono stati comunque indicati in bilancio o in altra documentazione rilevante ai fini fiscali, della violazione dei criteri di determinazione dell’esercizio di competenza, della non inerenza di elementi passivi reali, della non deducibilità di elementi passivi reali.  

Infine, è stato altresì ritenuto applicabile l’art. 15 del D. Lgs. n. 74/2000 che, come noto, prevede espressamente che le violazioni “dipendenti da interpretazione delle norme tributarie” non danno luogo a fatti punibili, nella misura in cui dipendono da obiettive condizioni di incertezza sulla portata e sull’ambito di applicazione della normativa vigente.

Alla luce di tanto e dei problemi interpretativi emersi durante l’istruttoria, nella quale era stato peraltro ascoltato anche un funzionario dell’Agenzia delle Entrate, il Tribunale di Brindisi ha quindi correttamente ritenuto non sussistente il dolo di evasione in capo agli imputati, in considerazione della operatività della esimente di cui agli artt. 4, comma 1 bis, e 15 del D. Lgs. 74/2000, da ricondursi alla categoria delle cosiddette “scusanti”, rientrante in quelle situazioni che incidono sull’elemento soggettivo, facendo venir meno la colpevolezza.

 

Lecce, 28 novembre 2017                                                                Avv. Maurizio Villani

Avv. Alessandra Rizzelli

 

 

 

 

             AVV. MAURIZIO VILLANI

                                                          Avvocato Tributarista in Lecce

           Patrocinante in Cassazione

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CONFINDUSTRIA: CARLO ROBIGLIO NUOVO PRESIDENTE PICCOLA INDUSTRIA

Carlo Robiglio, Presidente Piccola Industria del Piemonte, è stato eletto oggi dal Consiglio Centrale Piccola Industria di Confindustria all'unanimità nuovo Presidente per il biennio 2017-2019. Come tale, entra di diritto nella squadra del presidente Vincenzo Boccia come vicepresidente di Confindustria.

Torinese, classe 1963, dopo gli studi liceali si laurea in Giurisprudenza all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. È imprenditore di prima generazione, fondatore, Presidente e Ceo del Gruppo Ebano, holding che opera in campo editoriale, leader di mercato in Italia nei corsi professionali, nella formazione a distanza e nell’e-learning.

Ebano Spa è oggi una holding che conta complessivamente oltre 200 dipendenti, con sede principale a Novara e società partecipate anche in altre aree del Piemonte e della Lombardia. Negli ultimi anni,la holding ha portato avanti una strategiadi acquisizioni e iniziative legate a startup innovative, come Let.life, un’applicazione del mondo IOT, o Gnammo, una piattaforma di social eating. È dello scorso settembre l’ingresso del Gruppo, attraverso la controllata CEF Publishing S.r.l., in Elite, il programma di Borsa Italiana dedicato alle aziende ad alto potenziale di crescita.

Dal 2000 al 2002 Robiglio è stato presidente dei Giovani Imprenditori dell’Associazione Industriali di Novara. Dal 2002 al 2005 ha ricoperto la carica di Presidente dei Giovani Imprenditori di Confindustria Piemonte. Dal 2010 al 2013 è stato Presidente della Piccola Industria dell’Associazione Industriali di Novara. Dal 2014 ha guidato la Piccola Industria del Piemonte. Negli anni della presidenza di Alberto Baban, suo predecessore, è stato direttore della rivista di Piccola Industria Confindustria “L’Imprenditore” che, sotto la sua guida, al tradizionale formato cartaceo ha affiancato anche la versione online.

È vice presidente del Consiglio di Amministratore del Sole 24 Ore Spa, dopo aver ricoperto, tra l’ottobre e il novembre del 2016, la carica di presidente. È rappresentante generale dell’American Chamber of Commerce in Italy per il Piemonte orientale. Ed è Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana, titolo conferitogli nel 2012.

Il Consiglio Centrale Piccola Industria di Confindustria ha nominato anche i vicepresidenti che affiancheranno il presidente Robiglio nel suo mandato. Ecco gli imprenditori che faranno parte della squadra:

Renato Abate, Amministratore Unico Industrie Abate di Mercogliano (AV)
Angelo Camilli, Amministratore Delegato della Consilia CFO di Roma
Aldo Ferrara, Amministratore della Mediaservice di Catanzaro
Cinzia La Rosa, Direttore Generale della La Rosa Energy di Verona
Diego Mingarelli, Amministratore della Diasen di Sassoferrato (AN)
Maria Teresa Sassano, Amministratore della EDO di San Severo (FG)
Monica Talmelli, Direttore Amministrativo della F.A.M.A.R. di Ferrara
Giancarlo Turati, Amministratore Delegato della Fasternet Soluzioni di Networking di Borgosatollo (BS)
Gianluigi Viscardi, Presidente della Cosberg di Terno d'Isola (BG)

Il Presidente Robiglio ha inoltre affidato a Stefano Zapponini, Presidente della Guida Monaci di Roma, la direzione de L'Imprenditore, la rivista di Piccola Industria.

ZONE ECONOMICHE SPECIALI (ZES): D.L. 91/2017, c.d. “DECRETO SUD”

ZONE ECONOMICHE SPECIALI (ZES): D.L. 91/2017, c.d. “DECRETO SUD”

 

PREMESSA

Le Zone Economiche Speciali (ZES) sono aree geografiche circoscritte nell’ambito delle quali l’Autorità governativa:

-   applica una legislazione economica differente rispetto a quella applicata nel resto del Paese;

-          offre incentivi a beneficio delle aziende, attraverso strumenti di agevolazioni fiscali/finanziarie e semplificazioni amministrative.

L’Ocse ha identificato quattro diversi tipi di zone economiche speciali:

-             ci sono le “zone di libero scambio” (free trade zone), presso i porti e gli aeroporti, che offrono esenzioni parziali o totali sui dazi all’import o all’export di quei beni che vengono riesportati;

-            ci sono le “export processing zone”, che agevolano sì la riesportazione dei beni, ma solo di quelli che, venendo lavorati in loco, assumono un significativo valore aggiunto;

-            ci sono le “zone economiche speciali vere e proprie”, che offrono appunto un pacchetto variegato di incentivi, agevolazioni e semplificazioni amministrative alle imprese che stabiliscono lì la propria sede;

-            ci sono le “zone speciali industriali”, che limitano le agevolazioni a un settore specifico (spesso si tratta del tessile, oppure dell’Ict) per il quale costruiscono anche infrastrutture ad hoc.

 

Attualmente, secondo i dati della Banca Mondiale, nel mondo si contano quasi 4mila Zone economiche speciali, il 43% delle quali sono in Asia; l’Europa ne ospita circa il 20% (ad es. Lettonia, Spagna, Gran Bretagna e Croazia), con la Polonia[1] in prima fila tra i Paesi dove ne nascono di più (circa 14).  Cina e a Dubai sono comunque gli esempi più noti.

 

  1. LE CARATTERISTICHE DI UNA ZES: AGEVOLAZIONI E CONDIZIONI

 

La Zona Economica Speciale:

a)                 deve essere istituita all’interno dei confini statali, in una zona geografica chiaramente delimitata e identificata;

b)                 può essere composta anche da aree territoriali non direttamente adiacenti, purché abbiano un nesso economico funzionale;

c)                  deve comprendere un’area portuale, collegata alla rete transeuropea dei trasporti (TEN- T), con le caratteristiche stabilite dal regolamento (UE) n. 1315/2013 del Parlamento europeo e del Consiglio, dell’11 dicembre 2013.

L’istituzione di una Zes porta come conseguenza principale la possibilità per le imprese di sfruttare importanti agevolazioni fiscali e di beneficiare di rilevanti semplificazioni di carattere amministrativo e burocratico.

Inoltre, in Italia, con il d.l. n. 91/2017 (c.d. “decreto sud”, che di seguito analizzeremo più nel dettaglio) è stata prevista l’applicazione, in relazione agli investimenti effettuati nella Zes, di un credito d’imposta proporzionale al costo dei beni acquistati, entro il 31 dicembre 2020, nel limite massimo, per ciascun progetto d’investimento, di 50 milioni di euro.

Per ottenere questi benefici, però, le imprese dovranno mantenere le attività nella Zes per almeno sette anni successivi al completamento dell’investimento oggetto delle agevolazioni, pena la revoca dei benefici concessi e goduti, e non dovranno essere in liquidazione o in fase di scioglimento.

 

  1. IL D.L. 91/2017, C.D. “DECRETO SUD”

Il decreto legge n. 91 del 2017, c.d. “Decreto Sud”, ha sancito la nascita delle prime zone economiche speciali italiane; è necessario però porre in rilievo che ad oggi, si è ancora in attesa del decreto attuativo del Governo (spesso il punto dolente di leggi e provvedimenti pure importanti, ma costretti al palo da ritardi e burocrazia) la cui pubblicazione era stata prevista per lo scorso 12 ottobre.

Ebbene, il D.L. n. 91 del 2017 reca un insieme di disposizioni volte nel complesso a dare impulso alla crescita del Mezzogiorno, sia destinandovi risorse, sia incentivando l'utilizzo di strumenti imprenditoriali già esistenti, anche con riguardo all'innovazione.

Le Sez nasceranno quindi al Sud: le regioni ammesse sono Campania, Basilicata, Puglia, Calabria e Sicilia. La prima possibile candidata a dare vita a una Sez sarà probabilmente l’area di Gioia Tauro; a seguire ci dovrebbero essere le aree retroportuali di Napoli e Salerno, Bagnoli, Taranto e infine Matera.  A questo fine sono già stanziati circa 200 milioni di euro, da utilizzare tra il 2018 e il 2020.

Più nel dettaglio, il decreto ha introdotto due fattispecie speciali:

a)   il Resto al Sud dedicata all’imprenditoria giovanile;

b)  la Zes”, dedicate ad imprese già insediate o che si insedieranno, che saranno destinatarie di importanti benefici fiscali e semplificazioni amministrative.

Il provvedimento:

a)   reca misure destinate specificamente alle imprese;

b)   prevede semplificazioni e procedure più efficienti per agevolare sia i cittadini che gli investimenti;

c)    istituisce zone economiche speciali ed interviene in favore dei giovani imprenditori del territorio e delle politiche attive del lavoro.

Alcune norme sono poi rivolte al contrasto della dispersione scolastica e della marginalità sociale, al recupero dei terreni e delle aree in stato di abbandono e al tema del risanamento ambientale.

Ciascuna ZES sarà istituita con decreto del Presidente del Consiglio dei ministri, da adottare su proposta del Ministro per la Coesione territoriale e il Mezzogiorno, di concerto con il Ministro dell’Economia e delle finanze, su proposta della regione interessata, corredata da un piano di sviluppo strategico.

La regione interessata dovrà, quindi, sulla scorta di un piano strategico di sviluppo, formulare la proposta di istituzione della ZES, indicando le caratteristiche dell’area identificata. 

Il soggetto per la gestione dell’area ZES sarà un Comitato di indirizzo composto dal Presidente dell’Autorità Portuale, da un rappresentante della Regione e da un rappresentante della Presidenza del Consiglio dei ministri
Ai membri del Comitato non spetta alcun compenso o indennità di carica.

Il Comitato di indirizzo si avvale del Segretario Generale dell’Autorità portuale per l’esercizio delle funzioni amministrative.

Il soggetto gestore deve assicurare, in particolare:

- gli strumenti che garantiscano la piena operatività delle aziende presenti nella ZES;

- l’utilizzo di servizi sia economici che tecnologici nell’ambito ZES;

- l’accesso alle prestazioni di servizi da parte di terzi.

Il soggetto gestore può anche autorizzare la stipula di accordi o convenzioni con banche ed intermediari finanziari.

 

2.1  D.L. 20 giugno 2017, n.91, Art. 1.

 

L'articolo 1 del D.L. n.91/2017, più nel dettaglio, introduce forme di finanziamento e incentivazione per i giovani del Mezzogiorno, finalizzate a promuovere la costituzione di nuove imprese nelle regioni di Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sardegna e Sicilia.

La misura, è stata denominata "Resto al Sud" ed è rivolta ai giovani di età compresa tra i 18 e i 35 anni:

a)   residenti, al momento della presentazione della domanda, nelle regioni citate, ovvero che ivi trasferiscano la residenza entro sessanta giorni dalla comunicazione dell'esito positivo dell'istruttoria, e che mantengano nelle stesse regioni la residenza per tutta la durata del finanziamento. Il termine di trasferimento, invece, in caso di residenza all'estero è di centoventi giorni dalla comunicazione dell'esito positivo dell'istruttoria.

b)  che non abbiano fruito di incentivi pubblici nazionali rivolti all'autoimprenditorialità nel triennio antecedente la domanda di finanziamento,

c)   che non siano titolari di attività di impresa in esercizio alla data di entrata in vigore del decreto legge, nonché, infine che non siano titolari di un contratto di lavoro a tempo indeterminato presso un altro soggetto (sia al momento dell'accettazione del finanziamento che per tutta la durata del rimborso dello stesso).

Il finanziamento consiste per il 35 % in erogazioni a fondo perduto e per il 65 % in un prestito a tasso zero da rimborsare complessivamente in otto anni, di cui i primi due di preammortamento. All'onere recato dalla misura si provvede mediante le risorse del Fondo per lo Sviluppo e la Coesione (programmazione 2014-2020) per un ammontare complessivo fino a 1.250 milioni, da ripartire in importi annuali.

 

2.2  D.L. 20 giugno 2017, n.91, Art. 2.

 

Con l'articolo 2 del D.L. n.91/2017, al fine favorire il ricambio generazionale e lo sviluppo dell'imprenditoria giovanile in agricoltura nelle regioni del Mezzogiorno, è stata estesa la suddetta misura "Resto al Sud" alle imprese agricole, mediante una specifica destinazione di complessivi 50 milioni nel quadriennio 2017-2020 nell'ambito delle risorse del Fondo per lo Sviluppo e la Coesione.

In termini sostanzialmente analoghi a quelli previsti dall'articolo 1, la misura si articola in un contributo a fondo perduto fino al 35 % della spesa ammissibile, nonché in mutui agevolati a tasso zero di importo non superiore al 70 % della spesa ammissibile.

L'articolo interviene, altresì, sui consorzi agrari, disponendo che le attività di competenza degli stessi possano essere svolte anche mediante la partecipazione a società di capitali in cui i consorzi dispongano della maggioranza dei voti, e prevedendo, come anche ulteriormente precisato al Senato, che le attività esercitate dalle predette società, a favore dei soci dei consorzi agrari che ne detengono la partecipazione, sono svolte nel rispetto degli scopi e delle finalità mutualistiche dei consorzi.

Sempre nel settore agricolo, con l'articolo 2-bis il Ministero delle politiche agricole viene dotato di un fondo per la ricerca, con assegnazione di 200 mila euro, al fine di promuovere interventi volti al contrasto e alla diffusione dei fenomeni infestanti (quali il coleottero xylosandrus compactus) che colpiscono i carrubi della regione siciliana, nonché per la tutela da altre tipologie infestanti del settore olivicolo-oleario e del settore vitivinicolo.

 

2.3  D.L. 20 giugno 2017, n.91, Art. 3.

 

L'articolo 3 del D.L. n.91/2017, reca un intervento volto a promuovere la costituzione di nuove imprese nelle regioni del Mezzogiorno (Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sardegna e Sicilia), dettando disposizioni volte a consentire ai comuni di tali regioni di dare in concessione o in affitto, ai soggetti in età compresa tra i 18 e i 40 anni, terreni e aree in stato di abbandono. A tal fine i comuni dovranno pubblicare sul proprio sito istituzionale l'elenco dei beni (vale a dire terreni agricoli abbandonati da almeno 10 anni, terreni oggetto di rimboschimenti poi non più curati, aree edificate ad uso artigianale, commerciale, industriale e turistico-ricettivo in stato di abbandono da almeno 15 anni ovvero, come precisato al Senato, sulle quali non risultino più operative aziende o società da almeno 15 anni) che possono essere affidati in concessione, per un periodo non superiore a nove anni. Il beneficiario deve corrispondere al comune un canone d'uso che, in caso di proprietà dei privati, è versato al proprietario, e potrà vantare un diritto di prelazione sul bene qualora il proprietario medesimo intenda vendere il bene, entro i cinque anni successivi alla scadenza della concessione. Nel corso dell'esame al Senato sono state introdotte ulteriori disposizioni volte ad includere nelle agevolazioni per talune attività agricole nelle regioni colpite dai recenti eventi sismici anche i danni derivanti dalla prolungata siccità in corso.

 

2.4 D.L. 20 giugno 2017, n.91, Art. 3-bis

L'articolo 3-bis del suddetto decreto, contiene disposizioni riguardanti il riconoscimento dei Cluster Tecnologici Nazionali (CTN), quali strutture di supporto e di efficientamento per il coordinamento delle politiche di ricerca industriale a livello nazionale e locale, nonché di raccordo tra le misure promosse a livello centrale e regionale e, con riferimento alle Regioni del Mezzogiorno, anche come strumento facilitatore per l'attuazione e l'impiego degli interventi sul territorio. A tal fine ciascun CTN dovrà elaborare un Piano di azione triennale, al cui interno è inserita un'apposita sezione riferita al Mezzogiorno. La norma dispone per il 2017 un contributo forfettario a ciascun Cluster, nell'ambito di uno stanziamento complessivo per il medesimo anno stabilito in 3 milioni di euro.

 

2.5  D.L. 20 giugno 2017, n.91, Art. 3-ter

L'articolo 3-bis del D.L. n.91/2017 prevede una modifica dei limiti di durata degli interventi di integrazione salariale straordinaria relativi alle imprese operanti in un'area di crisi industriale complessa. Per tali imprese le norme vigenti consentono, entro un prefissato limite di spesa, che possa essere concesso un ulteriore intervento di integrazione salariale straordinaria, fino al limite di 12 mesi. Con l'articolo in esame si dispone che il limite di 12 mesi si applichi distintamente per ciascun anno di riferimento

 

2.6  D.L. 20 giugno 2017, n.91, Artt. 4 e 5

Gli articoli 4 e 5 c del D.L. n.91/2017 concernono le zone economiche speciali (ZES), il cui scopo, com'è noto, è quello di creare condizioni economiche, finanziarie e amministrative che consentano lo sviluppo delle imprese già operanti e l'insediamento di nuove imprese.

La Zona Economica Speciale deve essere istituita all’interno dei confini statali, in una zona geografica chiaramente delimitata e identificata; può essere composta anche da aree territoriali non direttamente adiacenti, purché abbiano un nesso economico funzionale. Deve, altresì, comprendere un’area portuale, collegata alla rete transeuropea dei trasporti (TEN- T), con le caratteristiche stabilite dal regolamento (UE) n. 1315/2013 del Parlamento europeo e del Consiglio, dell’11 dicembre 2013.

L’istituzione di una Zes porta come conseguenza principale la possibilità per le imprese di sfruttare importanti agevolazioni fiscali e di beneficiare di rilevanti semplificazioni di carattere amministrativo e burocratico.

È prevista, inoltre, l’applicazione, in relazione agli investimenti effettuati nella Zes, di un credito d’imposta proporzionale al costo dei beni acquistati, entro il 31 dicembre 2020, nel limite massimo, per ciascun progetto d’investimento, di 50 milioni di euro.

Il decreto Sud prevede di creare almeno cinque Zes in altrettante regioni meridionali. Si è poi concordato di istituirne due per ciascuna regione. A questo fine sono già stati stanziati circa 200milioni di euro, da utilizzare tra il 2018 e il 2020. Le condizioni per il riconoscimento delle agevolazioni sono sostanzialmente due: le imprese devono mantenere le attività nella Zes per almeno 7 anni (termine elevato nel corso dell'esame al Senato rispetto ai cinque anni originari) successivi al completamento dell’investimento oggetto della agevolazione (pena la revoca dei benefici concessi e goduti) e non devono essere in liquidazione o in fase di scioglimento.

A tal fine vengono disciplinate le procedure e le condizioni per l'istituzione (affidata ad un decreto del Presidente del Consiglio dei ministri) in alcune aree del Paese di zone economiche speciali, che vengono definite come aree geograficamente delimitate e chiaramente identificate, situata entro i confini dello Stato, costituite anche da aree non territorialmente adiacenti, purché presentino un nesso economico funzionale, e comprendenti almeno un'area di sistema portuale.

Quanto alla gestione dell'area ZES si prevede che essa sia affidata ad un Comitato di indirizzo composto dal Presidente dell'Autorità portuale, che lo presiede, da un rappresentante della regione (o, come precisato presso il Senato, delle regioni, nel caso di ZES interregionale) da un rappresentante rispettivamente della Presidenza del Consiglio e del Ministero delle infrastrutture.

Ognuna delle regioni meno sviluppate e in transizione può presentare una proposta di istituzione di ZES nel proprio territorio, o al massimo due proposte, ricorrendo alcuni presupposti (articolo 4).

Si prevedono poi procedure semplificate e regimi procedimentali speciali, che per le imprese già operanti ovvero per le nuove che si insediano nelle ZES riducono i termini procedimentali e semplificano gli adempimenti rispetto alla normativa vigente.

A tali agevolazioni si aggiungono poi benefici fiscali, rivolti in particolare alle imprese che effettuano investimenti all'interno delle ZES: queste potranno utilizzare il credito d'imposta per l'acquisto di beni strumentali nuovi nel Mezzogiorno- acquisiti entro il 31 dicembre 2020 - nel limite massimo, per ciascun progetto di investimento, di 50 milioni di euro.

Inoltre l'agevolazione per tali zone è estesa fino al 31 dicembre 2020.

3        LE ZES E LA PUGLIA

Sono otto i porti italiani che potrebbero essere candidati a ospitare le Zone Economiche Speciali, beneficiando così di aree delimitate a burocrazia zero e incentivi fiscali per attrarre investimenti.

Più specificamente, si tratterebbe dei porti di Napoli (con Salerno), Gioia Tauro, Augusta (con Catania), Palermo, Cagliari, Bari, Taranto e un ultimo porto ancora da individuare che dovrebbe unire aree delle Regioni Molise e Abruzzo.

Per ciò che concerne più nel dettaglio la Puglia, occorre rilevare che pare si stia lavorando ad una Zes interregionale di Taranto collegata alla zona di Matera-Ferrandina e ad una Zes del basso Adriatico, facendo leva sui porti di Bari e Brindisi (prevedendo il collegamento con aree industriali della provincia di Lecce); sul punto, i bene informati danno per esclusa, per esempio, l’area di Casarano, per decenni cattedrale del manifatturiero, che ha lasciato in eredità al territorio centinaia di disoccupati e decine di capannoni vuoti.

Alla luce di tanto, in conclusione, si auspica che venga posto in essere e vagliato molto attentamente, un piano strategico di sviluppo pugliese, capace di tenere insieme le aree e gli interessi economici/territoriali della Puglia, Salento incluso.

Le Zes rappresentano un’opportunità speciale che va assolutamente colta e alimentata.

Non resta, quindi, che attendere la pubblicazione del decreto attuativo del Governo in modo da iniziare a dare realmente vita alla manovra e ad entrare nel merito delle scelte da compiere.

 

Lecce, 29/11/2017 

Avv. Maurizio Villani

Avv. Federica Attanasi

 

 

 

 

 

 

AVV. MAURIZIO VILLANI

Avvocato Tributarista in Lecce

 Patrocinante in Cassazione

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[1] La Polonia offre molti spunti. La Zona economica speciale di Lodz, per esempio, oltre alle classiche agevolazioni fiscali e amministrative ha un apposito programma per offrire supporto finanziario alle Pmi, cui si aggiunge un voucher che rifonde le aziende dell’80% delle spese per formare il personale. La Sez di Katowice, invece, mette in campo Kssenon, l’acceleratore di business a misura di piccola impresa che comprende anche la possibilità di affittare gli spazi industriali in maniera modulabile, e costantemente modificabile a seconda dei risultati. 

 

LA GIURISPRUDENZA DELLA CORTE DI CASSAZIONE COME DIFENDERSI DAGLI STUDI DI SETTORE

La Corte di Cassazione ha affermato, con orientamento consolidato, che i parametri o studi di settore, rappresentando la risultante dell'estrapolazione statistica di una pluralità di dati settoriali acquisiti su campioni di contribuenti e dalle relative dichiarazioni, rivelano valori che, quando eccedono il dichiarato, integrano il presupposto per il legittimo esercizio da parte dell'Ufficio dell'accertamento analitico-induttivo, ex art. 39, comma 1, lett. d, del DPR n. 600 del 1973.

Lo studio di settore deve essere necessariamente svolto in contraddittorio col contribuente, sul quale, nella fase amministrativa e, soprattutto, contenziosa, incombe l'onere di allegare e provare, senza limitazioni di mezzi e di contenuto, la sussistenza delle condizioni che giustificano l'esclusione dell'impresa dall'area dei soggetti cui possono essere applicati gli "standards" o la specifica realtà dell'attività economica nel periodo di tempo in esame, sì da giustificare un reddito inferiore a quello che sarebbe stato normale secondo la procedura di accertamento tributario standardizzato.

All’ente impositore fa carico, invece, dimostrare l'applicabilità dello standard prescelto al caso concreto oggetto di accertamento, con le ragioni per le quali sono state disattese le contestazioni sollevate dal contribuente (S.U. n. 26635 del 2009; n. 14288 del 2016; n. 3415 del 2015; n. 12631 del 2017).

L'esperimento del contraddittorio col contribuente e la puntuale valutazione delle relative risultanze costituiscono, dunque, elementi essenziali ed imprescindibili della validazione, da parte del giudice, dell'accertamento fiscale basato sugli studi di settore, in quanto l'elaborazione statistica dei parametri, di per sé soggetta alle approssimazioni proprie dello strumento statistico, deve essere adeguata alla realtà reddituale del singolo contribuente, solo così potendo emergere gli elementi idonei a commisurare la presunzione alla concreta realtà economica dell'impresa.

Con la conseguenza che la motivazione dell'atto di accertamento non può esaurirsi nel mero rilievo dello scostamento dagli studi di settore, ma deve essere integrata, anche sotto il profilo probatorio, con le ragioni per le quali sono state disattese le contestazioni sollevate dal contribuente in sede di contraddittorio, soltanto così potendo emergere la gravità, precisione e concordanza attribuibile alla presunzione basata sugli studi di settore e la giustificabilità di un onere della prova contraria a carico del contribuente (Cass. n. 27822 del 2013).

La giurisprudenza di merito, confermata dalla Corte di Cassazione con i principi sopra esposti, ha così ritenuto direttamente riconducibile all'accertamento presuntivo basato sugli studi di settore anche la determinazione della percentuale di ricarico, senza valutare le giustificazioni addotte dalla ricorrente e le circostanze ed elementi di fatto proposti per dimostrare l'eventuale allontanamento della sua attività dal modello normale, incorrendo così in un evidente vizio logico ed in un sostanziale travisamento degli oneri probatori gravanti ex legesulle parti.

Ciò in quanto l'accertamento basato sugli studi di settore non può esaurirsi nel mero rilievo dello scostamento del reddito dichiarato rispetto ad essi, ma deve essere integrato (anche sotto il profilo probatorio) con le ragioni per le quali sono state disattese le contestazioni sollevate dal contribuente in sede di contraddittorio, solo così emergendo la gravità, precisione e concordanza attribuibile alla presunzione basata sui suddetti studi di settore e la giustificabilità di un onere della prova contraria (ma senza alcuna limitazione di mezzi e di contenuto) a carico del contribuente (Cass. n. 15633 del 2014; n. 27822/2013; n. 25929/2017).

La giurisprudenza di merito, confermata dalla Corte di Cassazione con i principi sopra esposti,  ha così congruamente motivato, dando rilievo ad una serie di elementi forniti dal contribuente, idonei a superare le presunzioni dell'accertamento basato sugli studi di settore, quali: l'assenza di irregolarità contabili per quanto attiene alla fatturazione dell'attività espletata; il contesto economico-sociale degradato, con conseguente ridotta capacità di guadagno compatibile con il reddito dichiarato; la clientela con scarse capacità reddituali; la mancanza di indizi di evasione fiscale non enunciati nella parte motiva dell'accertamento.

I contribuenti possono contestare gli studi di settore citando la suddetta giurisprudenza della Corte di Cassazione.

Lecce,  25 novembre 2017   

 

AVV. MAURIZIO VILLANI

Avvocato Tributarista in Lecce

Patrocinante in Cassazione

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IMU E PERTINENZE: IL GARAGE È PERTINENZA SOLO SE CONTIGUO ALL’ABITAZIONE (CASS. N. 15668/2017).

 1 . Normativa di riferimento.

 

2.  Presupposto impositivo.

3. Nozione di “abitazione principale” e “pertinenza”.

4.  Esenzione  IMU:   il   garage   è  pertinenza   solo    se   è   contiguo   all’abitazione  (Cass. N. 15668/2017).

 

 

1.Normativa di riferimento.

L'IMU è stata introdotta nell'ambito della legislazione attuativa del federalismo fiscale dal il D.lgs. n. 23 del 14 marzo 2011 (artt. 7, 8 e 9), pubblicato sulla G.U. n. 67 del 23 marzo 2011, che ne stabiliva la vigenza dal 2014 per gli immobili diversi dall'abitazione principale (art. 8, comma 2°, D.lgs. n. 23/2011).

Il governo Monti, con decreto legge n. 201 del 6 dicembre 2011 (G.U. n. 284 del 6 dicembre 2011, supplemento ordinario n. 251), recante disposizioni urgenti per la crescita, l'equità e il consolidamento dei conti pubblici (noto come "manovra Salva Italia"), poi convertito, con modificazioni, dalla legge n. 214 del 22 dicembre 2011 (G.U. n. 300 del 27 dicembre 2011, S.O. n. 276), ha modificato la natura dell'imposta rendendola di fatto un'ICI sulle abitazioni principali e ne ha anticipato l'introduzione, in via sperimentale, al 2012, prevedendone l'applicazione a regime dal 2015, incrementando sensibilmente la base imponibile, mediante specifici moltiplicatori delle rendite catastali.

A causa dei molteplici dubbi emersi in sede applicativa, con la legge n. 44 del 26 aprile 2012 di conversione del decreto legge 2 marzo 2012 n. 16, sono stati approvati degli emendamenti che incidono sulla normativa IMU. In particolare, vi sono novità sulla definizione di abitazione principale, sono previsti nuovi termini di pagamento e la possibilità per i Comuni di equiparare al trattamento fiscale dell'abitazione principale gli immobili di proprietà di determinate categorie di soggetti.

La prassi e la dottrina hanno evidenziato, fin dall'inizio, molteplici profili critici della normativa sul tributo. Il Ministero dell'Economia e delle Finanze, anche per tali motivi, ha diramato la Circolare 3/DF del 18 maggio 2012, con l'intento di chiarire le questioni controverse.

 

2. Presupposto impositivo.

L’imposta municipale propria (IMU) si applica al possesso di fabbricati, escluse le abitazioni principali classificate nelle categorie catastali diverse da A/1, A/8 e A/9, di aree fabbricabili e di terreni agricoli ed è dovuta dal proprietario o dal titolare di altro diritto reale (usufrutto, uso, abitazione, enfiteusi, superficie), dal concessionario, nel caso di concessione di aree demaniali, e dal locatario in caso di leasing. 

L’IMU, a partire dal 2012, ha sostituito l’imposta comunale sugli immobili (ICI) e, per la componente immobiliare, l’IRPEF e le relative addizionali regionali e comunali dovute in riferimento ai redditi fondiari concernenti gli immobili non locati, salvo per quanto riguarda il reddito degli immobili ad uso abitativo non locati, situati nello stesso comune nel quale si trova l'immobile adibito ad abitazione principale, i quali, oltre ad essere assoggettati all’IMU, concorrono alla formazione della base imponibile dell’IRPEF e delle relative addizionali nella misura del cinquanta per cento.
La legge n. 147 del 2013 (legge di stabilità per il 2014) ha individuato l’IMU quale imposta facente parte,             insieme   alla   TASI   e alla    TARI,             della    IUC.
Il presupposto dell’IMU è il possesso di fabbricati, aree fabbricabili e terreni agricoli.

In via interpretativa, dovrà essere chiarito se esulano, come riteniamo, dal campo di applicazione dell'IMU (cfr. circ. min. n. 9/249 del 14 giugno 1993): 

- i terreni, diversi dalle aree fabbricabili, sui quali non vengono svolte le attività agricole di cui all'art. 2135 cod. civ. Trattasi di terreni normalmente inutilizzati (cosiddetti “incolti”) e di quelli, non pertinenziali di fabbricati, utilizzati per attività diverse da quelle agricole;

- i terreni, diversi dalle aree fabbricabili, sui quali le attività agricole sono esercitate in forma non imprenditoriale. Trattasi di piccoli appezzamenti di terreno (cosiddetti “orticelli”) coltivati in modo occasionale, senza strutture organizzative.

Una conferma ufficiale occorre anche sulla tassabilità dei seguenti beni:

- fabbricati costruiti abusivamente, indipendentemente dal fatto che per essi sia stata presentata o meno l'istanza di sanatoria edilizia (cfr. ris. min. 6 giugno 1994, prot. n. 2/138);

- impianti o parchi eolici finalizzati alla generazione di energia elettrica che, solitamente, devono essere censiti alla categoria catastale D/1 (cfr. Agenzia del Territorio, circ. n. 14/T del 22 novembre 2007 e ris. n. 3/T del 6 novembre 2008; Comm. Trib. Reg. Puglia, sent. n. 214/27/08);

- i padiglioni fieristici (cfr. Comm. Trib. Reg. Veneto, sent. n. 25/06/10); 

- posti barca (cfr. Comm. trib. prov. Genova, sent. n. 270/05/11).

Appare opportuno sottolineare,infine, che in tema di ICI i giudici di legittimità hanno ritenuto tassabili anche le piattaforme petrolifere per l'estrazione di idrocarburi situate nel tratto di mare, facente parte del demanio statale, antistante il comune competente (Cass., Sez. Trib., sent. n. 13794 del 27 giugno 2005).

Definizione di beni immobili

Ciò posto, il presupposto dell'imposta è il possesso di fabbricati, aree fabbricabili e terreni agricoli ubicati nel territorio dello Stato. Poiché il comma 2 dell’art. 13  decreto-legge  6 dicembre 2011, n. 201 richiama espressamente l'applicazione dell'art. 2 del decreto  legislativo  30  dicembre 1992, n. 504, si ha la stessa definizione di fabbricati e terreni prevista in tema di ICI e quindi:

a. per “fabbricato” deve intendersi l'unità immobiliare iscritta o iscrivibile al catasto edilizio urbano (catasto dei fabbricati), considerandosi parte integrante del fabbricato stesso l'area occupata dalla costruzione e quella che ne costituisce pertinenza. Il fabbricato di nuova costruzione, invece, è sottoposto a tassazione a decorrere dalla data di ultimazione dei lavori di costruzione o, se antecedente, dalla data in cui è comunque utilizzato;

b. per “area fabbricabile” deve intendersi l'area utilizzabile a scopo edificatorio in base allo strumento urbanistico generale (PRG o PGT) adottato dal Comune, indipendentemente dall'approvazione della Regione e dell'adozione di strumenti attuativi del medesimo (cfr. art. 36, comma 2, del D.L. 223/2006, convertito dalla legge 248/2006). In ogni caso, non sono considerati fabbricabili i terreni posseduti e condotti direttamente da coltivatori diretti o imprenditori agricoli professionali (IAP) sui quali persista l'utilizzazione agro-silvo-pastorale mediante l'esercizio di attività dirette alla coltivazione del fondo, alla silvicoltura, alla funghicoltura e all'allevamento di animali (cosiddetta “ finzione giuridica”);

c. per “terreno agricolo” deve intendersi il terreno adibito all'esercizio delle attività agricole indicate nell'art. 2135 cod. civ. ( coltivazione del fondo, silvicoltura, allevamento di animali).

 

3. Nozione di “abitazione principale” e “ pertinenza”.

L’abitazione principale, vale a dire l’unità immobiliare in cui il soggetto passivo e il suo nucleo familiare risiedono anagraficamente e dimorano abitualmente, è stata assoggettata all’IMU negli anni 2012 e 2013. A decorrere dall’anno 2014, invece, la legge n. 147 del 2013 ha stabilito l’abolizione dell’IMU per le abitazioni principali, ad eccezione di quelle classificate nelle categorie catastali A/1, A/8 e A/9, per le quali resta ferma l’applicazione dell’aliquota ridotta e della detrazione.
Sono equiparate per legge all’abitazione principale le seguenti fattispecie:

  • le unità immobiliari appartenenti alle cooperative edilizie a proprietà indivisa, adibite ad abitazione principale e relative pertinenze dei soci assegnatari, ivi incluse le unità immobiliari appartenenti alle cooperative edilizie a proprietà indivisa destinate a studenti universitari soci assegnatari, anche in deroga al richiesto requisito della residenza anagrafica;
  • i fabbricati di civile abitazione destinati ad alloggi sociali, come definiti dal decreto del Ministro delle Infrastrutture 22 aprile 2008;
  • la casa coniugale assegnata al coniuge, a seguito di provvedimento di separazione legale, annullamento, scioglimento o cessazione degli effetti civili del matrimonio;
  • un unico immobile, iscritto o iscrivibile nel catasto edilizio urbano come unica unità immobiliare, posseduto, e non concesso in locazione, dal personale in servizio permanente appartenente alle Forze Armate e alle Forze di Polizia ad ordinamento militare e da quello dipendente delle Forze di Polizia ad ordinamento civile, nonché dal personale del Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco e, fatto salvo quanto previsto dall'art. 28, comma 1, del D.Lgs. n. 139 del 2000, dal personale appartenente alla carriera prefettizia, per il quale non sono richieste le condizioni della dimora abituale e della residenza anagrafica;
  • una sola unità immobiliare posseduta dai cittadini italiani non residenti nel territorio dello Stato e iscritti all'Anagrafe degli italiani residenti all'estero (AIRE), già pensionati nei rispettivi Paesi di residenza, a titolo di proprietà o di usufrutto in Italia, a condizione che non risulti locata o data in comodato d'uso (detta assimilazione opera a decorrere dal 2015).

Il Comune, inoltre, ha la facoltà di equiparare all’abitazione principale l’unità immobiliare posseduta a titolo di proprietà o di usufrutto da anziani o disabili che acquisiscono la residenza in istituti di ricovero o sanitari a seguito di ricovero permanente, a condizione che la stessa non risulti locata.
A decorrere dal 2016, invece, non è più prevista la facoltà per il comune di considerare adibita ad abitazione principale l’unità immobiliare concessa dal soggetto passivo in comodato ai parenti in linea retta di primo grado che la utilizzano come abitazione principale. Per detta unità immobiliare data in comodato è prevista direttamente dalla legge la riduzione del 50% della base imponibile, fatta eccezione per le abitazioni classificate nelle categorie catastali A/1, A/8 e A/9 e purché ricorrano le seguenti condizioni:

  • il contratto di comodato sia registrato;
  • il comodante possieda un solo immobile in Italia;
  • il comodante risieda anagraficamente, nonché dimori abitualmente nello stesso Comune in cui è situato l'immobile concesso in comodato.

La riduzione della base imponibile si applica anche nel caso in cui il comodante, oltre all’immobile concesso in comodato, possieda nello stesso Comune un altro immobile adibito a propria abitazione principale, ad eccezione delle unità abitative classificate nelle categorie catastali A/1, A/8 e A/9.

L’IMU è dovuta dai seguenti soggetti:

  • proprietario di fabbricati, aree fabbricabili e terreni;
  • titolare del diritto reale di usufrutto, uso, abitazione, enfiteusi, superficie sugli stessi;
  • coniuge assegnatario della casa coniugale a seguito di separazione legale, annullamento, scioglimento o cessazione degli effetti civili del matrimonio;
  • concessionario, nel caso di concessione di aree demaniali;
  • locatario per gli immobili, anche da costruire o in corso di costruzione, concessi in locazione finanziaria.

L’IMU, a decorrere dal 2014, non è dovuta per i fabbricati costruiti e destinati dall’impresa costruttrice alla vendita (c.d. beni merce), fintanto che permanga tale destinazione e non siano in ogni caso locati, e per i fabbricati rurali ad uso strumentale.

In aggiunta a queste due fattispecie, ulteriori casi di esenzione dall’IMU sono indicati nell’art. 9, comma 8, primo e secondo periodo, del D.Lgs. n. 23 del 2011, il quale, oltre a prevedere l’esenzione per gli immobili posseduti dallo Stato e dagli altri enti pubblici ivi indicati destinati esclusivamente ai compiti istituzionali, richiama le ipotesi già previste per l’ICI dall’art. 7, comma 1, lett. b), c), d), e), f), h) e i) del D.Lgs. n. 504 del 1992.
Per quanto concerne, in particolare, i terreni agricoli, contemplati alla lett. h) di tale art. 7, in virtù dell’art. 1, comma 13, della legge n. 208 del 2015, a decorrere dall’anno 2016 sono esenti i terreni agricoli:

  • ubicati nei comuni compresi nell’elenco di cui alla circolare del Ministero delle Finanze n. 9 del 14 giugno 1993 (se accanto all’indicazione del Comune è riportata l'annotazione parzialmente delimitato, sintetizzata con la sigla "PD", significa che l'esenzione opera limitatamente ad una parte del territorio comunale);
  • posseduti e condotti dai coltivatori diretti e dagli imprenditori agricoli professionali di cui all'art. 1 del D. Lgs. 99 del 2004, iscritti nella previdenza agricola, indipendentemente dalla loro ubicazione;
  • ubicati nei comuni delle isole minori di cui all'allegato A, annesso alla legge n. 448 del 2001;
  • a immutabile destinazione agrosilvo-pastorale a proprietà collettiva indivisibile e inusucapibile.

Pertinenze

Appare opportuno inquadrare, in via preliminare, la nozione di pertinenza; predetta nozione è possibile rilevarla nell'articolo 817 del codice civile secondo cui: “Sono pertinenze le cose destinate in modo durevole a servizio o ad ornamento di un'altra cosa. La destinazione può essere effettuata dal proprietario della cosa principale o da chi ha un diritto reale sulla medesima”. Si può quindi desumere che, affinché sussista un rapporto pertinenziale tra due beni, siano necessari due presupposti:

  • oggettivo: la destinazione deve essere caratterizzata dal requisito di durevolezza, da intendersi che il rapporto pertinenziale non sia meramente occasionale, e deve essere ad ornamento di un'altra cosa, da intendersi come bene principale;
  • soggettivo: la volontà del proprietario o titolare di un diritto su entrambe le cose di porre la pertinenza in un rapporto di strumentalità funzionale nei confronti del bene principale.

Sull'argomento bisogna fare riferimento anche alla sentenza N. 25127 del 30 Novembre 2009 della Cassazione la quale mette, inoltre, in risalto che “Se la scelta pertinenziale non è giustificata da reali esigenze (economiche, estetiche o di altro tipo), non può avere valenza tributaria, perché avrebbe l'unica funzione di attenuare il prelievo fiscale, eludendo il precetto che impone la tassazione in ragione della reale natura del cespite”.

La disciplina dell'IMU, rispetto a quella dell'ICI, ha stabilito che le pertinenze dell'abitazione principale del soggetto passivo ammesse al trattamento agevolato sono esclusivamente le unità immobiliari classificate nelle categorie catastali C/2, C/6 e C/7, nella misura massima di un'unità per ciascuna delle categorie catastali indicate, anche se iscritte in catasto unitamente all'abitazione (articolo 13, comma 2, Dl 201/2011).

Nel computo delle pertinenze dell'abitazione principale devono rientrare anche quelle accatastate con l'abitazione stessa, la cui rendita catastale è unitaria e inscindibile. Ad esempio, in presenza di una cantina e di una soffitta censite congiuntamente all'abitazione e di un box, secondo il dato normativo il contribuente può usufruire dell'agevolazione (aliquota ridotta e detrazione) solo per il box (C/6) e per una delle due unità (cantina o soffitta) censibili alla categoria C/2. L'altra va scorporata dall'abitazione e censita con autonoma rendita catastale.

 Al riguardo si fa   notare       che:
- la categoria C/2 comprende i magazzini e i locali di deposito, nonché le cantine e le soffitte disgiunte dall'abitazione e con autonoma           rendita           catastale;
- la categoria C/6 comprende le stalle, le scuderie, i box per auto, i posti auto (pertinenziali) scoperti, le rimesse per autoveicoli o per imbarcazioni, le autorimesse (non pertinenziali), gli autosilos  e i parcheggi a raso aperti           al             pubblico;
- la categoria C/7 comprende le tettoie (chiuse o aperte), i lavatoi pubblici coperti e i posti auto su aree private coperte o su piani pilotis.

Relativamente alle pertinenze dell'abitazione principale, la norma prescrive così ulteriori presupposti oltre quelli indicati nell'articolo 817 del codice civile, che invece trovano esclusiva applicazione per gli immobili diversi dall'abitazione principale (circolare 38/E del 2005 paragrafo 7).

Potrà usufruire dell'agevolazione sull'abitazione principale solo una pertinenza per categoria e, ad ogni modo, il numero massimo di pertinenze della prima casa è di 3. Non solo: le tre pertinenze, su cui si beneficerà dell’aliquota ridotta, dovranno appartenere a categorie catastali diverse.

Infatti, la circolare esplicativa sull'IMU, nel riaffermare che il contribuente può considerare come pertinenza dell'abitazione principale soltanto un'unità immobiliare per ciascuna categoria catastale, fino a un massimo di tre pertinenze appartenenti ognuna a una categoria diversa, ha elaborato una diversa modalità di applicazione in presenza di pertinenze censite congiuntamente all'abitazione stessa. Invero, dopo avere precisato che, entro il citato limite numerico, il contribuente ha la facoltà di individuare le pertinenze per le quali intende applicare il trattamento di favore (circolare ministeriale 3/Df/2012, paragrafo 6), il ministero prospetta il caso in cui due pertinenze (cantina e soffitta) siano accatastate unitamente all'abitazione. Poiché tali pertinenze, se fossero accatastate separatamente, sarebbero classificate entrambe alla categoria C/2, il contribuente può usufruire del regime agevolato solo per un'altra pertinenza classificata alla categoria C/6 o C/7. In sostanza, sembra che la misura massima delle pertinenze (una per ciascuna delle tre categorie) sia "adattabile" nei casi in cui le pertinenze siano censite congiuntamente all'abitazione.
In tale ottica, quindi, in presenza di un box e di tre pertinenze iscritte al catasto unitamente all'abitazione principale - ma censibili con autonoma rendita catastale alla categoria C/2 (ad esempio, cantina, soffitta e legnaia o deposito attrezzi) - il contribuente ha la possibilità di scorporare dall'abitazione una delle pertinenze per applicare il regime di favore al box, se ha una rendita catastale maggiore dell'unità immobiliare frazionata (secondo la procedura informatica Docfa).

Ne sussegue che, se si possiedono ad esempio due box auto, solo uno può beneficiare dell'aliquota relativa all'abitazione principale, l'altro invece dovrà essere tassato con aliquota IMU-TASI piena.

Le imposte IMU e TASI si applicano anche agli immobili con destinazione diversa da quella di abitazione. Solo in alcuni casi i soggetti detentori sono esenti dalla contribuzione fiscale: questi non sono determinati dalla tipologia dell’immobile, bensì dalla sua destinazione d’uso,ovvero l’effettivo collegamento fisico o utilitaristico che intercorre tra la stessa e la prima casa.

La stessa Corte di Cassazione, con sent. n. 25127/2009, ha ritenuto irragionevole sottrarre alla piena imposizione fiscale immobili che non siano effettivamente e concretamente utilizzati secondo destinazione economica o estetica. Infatti, incombe sul contribuente dare prova dell’asservimento pertinenziale”, e la stessa deve essere “valutata con maggior rigore rispetto a quella richiesta nei rapporti privatistici”, essendo in gioco le casse dello Stato.

 

  1. Esenzione IMU: il garage è pertinenza solo se è contiguo all’abitazione (Cass. N. 15668/2017).

Tra i vari requisiti per poter fruire dell’agevolazione “prima casa” sull’acquisto del box auto, anche separatamente rispetto all’atto di acquisto dell’abitazione, vi è quello della pertinenzialità rispetto all’abitazione “prima casa”. In effetti, il comma 3 della nota II- bis all’art. 1 della Tariffa, Parte Prima, allegata al D.P.R. 131/1986  specifica che deve trattarsi di pertinenze dell’immobile acquistato come “prima casa” e che le stesse, infatti, devono essere poste a suo servizio, stabilendo, peraltro, il limite di una pertinenza per ciascuna delle categorie catastali C/2, C/6 e C/7.

 Del presupposto del vincolo di solidarietà si è recentemente occupata la giurisprudenza di merito, con una sentenza a favore dei contribuenti. La pronuncia n. 15/6/12 dell’8 marzo 2012 della Commissione Tributaria provinciale di Savona trae origine da un avviso di liquidazione, con cui l’Ufficio aveva disconosciuto l’agevolazione “prima casa” in relazione all’acquisto di un box, che il contribuente aveva costituito quale pertinenza della sua abitazione, distante 4 km considerando il tragitto per auto, ovvero 700 metri con percorso pedonale. Secondo l’Ufficio, la distanza tra i due beni era tale che uno non poteva porsi al servizio dell’altro, per cui sul box non poteva essere posto il vincolo pertinenziale e, conseguentemente, non spettava in relazione al suo acquisto il beneficio fiscale in oggetto.

Secondo il contribuente, invece, l’acquisto del box serviva a parcheggiare l’auto comodamente in centro anche durante la stagione turistica, atteso che si trattava di una nota località balneare della Liguria, in cui parcheggiare era davvero complicato. Il box in quella posizione consentiva di raggiungere il centro e, allo stesso tempo, di tornare rapidamente a casa attraverso un percorso pedonale di 700 metri, a differenza di quello automobilistico, evidenziato dall’ufficio di 4 km. Pertanto, secondo il contribuente, sussistevano i requisiti oggettivi e soggettivi per la pertinenzialità dei due beni.

L’Agenzia delle Entrate, tuttavia, riteneva che tale circostanza non integrasse il requisito oggettivo previsto per la costituzione del vincolo pertinenziale, atteso che per la sussistenza della durevole destinazione di una cosa al servizio di un’altra è necessario che l’utilità sia oggettivamente arrecata dalla cosa accessoria a quella principale e non al proprietario di questa, dovendo la pertinenza servire all’utilità della cosa e non anche a quella meramente personale del dominus della stessa.

Il collegio ligure, dopo aver ricordato le disposizioni  del codice civile in materia di vincolo pertinenziale, ha richiamato la giurisprudenza di legittimità, in base alla quale spetta al giudice di merito valutare la sussistenza del requisito oggettivo, ovvero della contiguità, anche solo di servizio, tra i due beni, per cui il bene accessorio deve arrecare un’utilità al bene principale e non al suo proprietario (Cass., sent. n. 4599/2006 e n. 12983/2002).

La Commissione Tributaria ha osservato, poi, che la norma tributaria, quando si riferisce alle pertinenze, non pone alcun limite circa la distanza tra i beni, come, peraltro, riconosciuto anche dall’Amministrazione Finanziaria, con la circ. n. 38/E/2005. Conseguentemente, l’agevolazione risulta applicabile anche alle pertinenze non attigue all’abitazione, ma poste a distanza.

Secondo la Commissione Tributaria, la decisione non poteva prescindere dalla considerazione del caso concreto. In particolare, per i giudici di merito, il vincolo di pertinenzialità non poteva essere escluso, giacché era evidente che in una località a vocazione fortemente turistica, con grosse difficoltà di parcheggio, l’acquisto di un box a metà tra il centro e l’abitazione consentiva di raggiungere agevolmente entrambi i luoghi. Inoltre, risultava incontestato che il contribuente avesse sempre parcheggiato la propria auto nel box e che quest’ultimo fosse destinato esclusivamente a questo scopo. Alla stregua di tali considerazioni, quindi, sussistendo il vincolo di pertinenzialità, doveva essere riconosciuta anche l’agevolazione prima casa per l’acquisto del box de quo. Il ricorso del contribuente è stato così accolto e l’atto impositivo annullato.

In conclusione, quindi, alla luce della giurisprudenza e della prassi di riferimento, non è sufficiente che il contribuente che acquista il box dichiari nel rogito il vincolo di pertinenzialità con l’abitazione acquistata con i benefici “prima casa”, essendo altresì necessario che detto vincolo esista in concreto, circostanza che certamente si realizza quando il box è ubicato nello stesso stabile, o in uno comunque vicino a quello di abitazione, ma che potrebbe non verificarsi quando la distanza tra i due beni risulti eccessiva.

A chiarire la nozione di pertinenza e, di conseguenza, dirimere il contrasto sull’applicazione  dell’esenzione IMU anche ai garages non attigui all’abitazione principale, è intervenuta la Suprema Corte con una recente ordinanza n. 15668 del 23giugno 2017.

Secondo il Supremo Consesso, non può essere riconosciuta l’esenzione IMU  per il garage se la distanza dall’abitazione principale è tale che il vincolo pertinenziale può essere rimosso “ secondo la convenienza del contribuente, senza necessità di radicali trasformazioni per una diversa destinazione”; tutto ciò sarebbe in contrasto con il principio di capacità contributiva.

Secondo la giurisprudenza di legittimità, in questi casi manca “il requisito della contiguità spaziale” (v. anche Cass. nn.12855/2011; 4599/2006, 24104/09, 12893/02).

Peraltro, non risulta neppure “l’esistenza di quel vincolo cartolare di contestuale destinazione al servizio dell’abitazione al momento del separato acquisto del garage”.

Nella pronuncia viene richiamata la tesi sostenuta per le aree edificabili che sono pertinenze dei fabbricati, secondo la quale l’esclusione della loro autonoma tassabilità  si fonda “sull’accertamento rigoroso dei presupposti di cui all’art.817 c.c. desumibili da concreti segni esteriori dimostrativi della volontà del titolare , consistenti nel fatto oggettivo che il fatto sia effettivamente posto , da parte del proprietario del fabbricato principale, a servizio(o ornamento) del fabbricato medesimo e che non sia possibile una diversa destinazione  senza radicale trasformazione…”.

Occorre mettere in evidenza che la Suprema Corte (ordinanza n. 8017720179) ha affermato che per fruire dell’esenzione IMU sia fondamentale anche il corretto inquadramento dell’immobile; al riguardo, non spetta l’esenzione ICI o IMU se l’immobile destinato ad abitazione principale è inquadrato catastalmente come ufficio o studio.

La classificazione catastale è decisiva ai fini del riconoscimento delle agevolazioni fiscali, ma la stessa regola non può valere per le pertinenze.

Per la giurisprudenza di legittimità, “ai fini del trattamento esonerativo rileva l’oggettiva classificazione catastale  dell’immobile, per cui l’immobile iscritto come “ufficio-studio”, con l’attribuzione della relativa categoria(A10), è soggetto all’imposta …”.

Qualora l’immobile sia iscritto in una diversa categoria catastale, è onere del contribuente che pretenda l’esenzione impugnare il declassamento.

 Lecce, 18 novembre 2017                                                              Avv. Maurizio Villani

                                                                                                       Avv. Lucia Morciano

 

AVV. MAURIZIO VILLANI

Avvocato Tributarista in Lecce

Patrocinante in Cassazione

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