Questo sito web utilizza i cookie per implementare alcune funzionalità statistiche e promozionali. Proseguendo con la navigazione si intende accettata la Cookie Policy. Privacy Policy
  • Login
  • Area privata
.: RSS di Economia - ANSA.it:.  Tria, sbagliato dire manovra correttiva Italia non è rischio, rischio è politiche Fmi    |    Borsa Milano fiacca con Europa, male Tim Debole anche Ferragamo, Enel e Snam staccano cedola, Juve corre    |    Esselunga, le vendite del 2018 a 7,9 mld (+2,1%) Corre e-commerce. Dimezzato l'indebitamento netto    |    Borsa Europa chiude debole, tiene Londra Francoforte -0,6%, meglio Parigi    |    Spread Btp chiude in rialzo a 250 punti Tasso al 2,75%    |    Tim cede ancora in Borsa, -2,6% finale Pesa tema Rete oltre a stime sui conti e scontro Elliott-Vivendi    |    Borsa Milano chiude in calo, -0,35% Indice principali titoli di Piazza Affari a 19.638 punti    |    Fmi, taglia a 0,6% crescita Italia 2019 Mette Italia fra maggiori rischi globali    |    Davos: Fmi mette Italia fra maggiori rischi globali. Salvini: 'Sono loro a essere una minaccia' Nodo spread-banche. Timori anche per Brexit e voto europee    |    Borsa:Europa fiacca, Milano giù con Enel Londra e sterlina recuperano in attesa discorso May    |    Morto Armin Loacker, il re dei wafer Aveva 78 anni    |    Tim: Elliott vuole cessione quota rete In Borsa titolo ai minimi da 5 anni    |    Borsa: Piazza Affari maglia nera, Tim ai minimi da 5 anni. Attesa piano B sulla Brexit    |    Borsa: Europa debole, Milano la peggiore Male le tlc, vendite sulla sterlina. Spread Btp-Bund a 250 punti    |    Trasporti:oggi sciopero Tpl di 4 ore Si ferma anche noleggio pulmann con conducente    |    Borsa: Europa apre in calo Francoforte cede 0,26%, Parigi 0,21% e Londra lo 0,18%    |    Borsa: Milano apre in calo (-0,52%) Indice Ftse Mib scende a 19.606 punti    |    Borsa, Asia in rialzo con dati Cina Future su Europa e Usa in calo, oggi chiusa Wall Street    |    Cambi:euro apre in rialzo a 1,13 dollari Yen avanza a 109,57, +0,2%    |    Spread apre invariato a 247 punti Rendimento al 2,73%    |    Oro:prezzo poco mosso a 1281 dollari Metallo aveva ceduto 0,8% venerdì    |    Petrolio: cala a 54,1 dollari (-0,7%) Brent scende a 62,9 dollari    |    Cina, rallenta il Pil: +6,6%. Diminuisce la crescita economica Con la guerra dazi con gli Usa, indice 2018 a minimi da 1990    |    Borsa Shanghai apre a +0,12% In rialzo anche Shenzhen, a +0,17%    |    Borsa Tokyo, apertura in rialzo (+0,81%) Investitori attendono indicazioni economiche da Pil Cina    |   

Intesa tra Regione Toscana e Confindustria per rafforzare gli investimenti esteri

Sostenere l'insediamento e consolidare la presenza di investimenti esteri in Toscana: questo l'obiettivo del protocollo d'intesa fra Confindustria, Regione Toscana, e Confindustria Toscana firmato il 18 gennaio a Firenze, a Palazzo Strozzi Sacrati. L'intesa è stata siglata dalla vicepresidente di Confindustria per l’internazionalizzazione, Licia Mattioli, dal presidente della Regione Toscana, Enrico Rossi, e dal coordinatore della Commissione multinazionali e investitori esteri di Confindustria Toscana, Fabrizio Monsani.
 
“Dai dati Istat – dichiara Licia Mattioli - emerge chiaramente come gli investimenti delle imprese italiane a capitale estero siano centrali per la crescita. Su questi temi l’ABIE si propone tre priorità: retention per attrarre nuovi investimenti, rafforzare la competitività, migliorare la comunicazione. L’Italia deve affrontare una doppia sfida: da una parte difendere e aumentare gli investimenti delle imprese straniere già presenti nel nostro Paese e dall’altra attrarne di nuovi, creando un ecosistema favorevole. Per attrarre nuovi investimenti – continua - occorre attivare un customer care che, attraverso il dialogo continuativo con gli investitori, abbia il polso della situazione sul loro livello di soddisfazione e sulle eventuali criticità da superare. Si tratta di un'attività che può essere svolta da soggetti più vicini alle imprese. Il Protocollo di oggi rappresenta, quindi, un primo importante passo anche verso questa direzione. Stiamo avviando un’attività di collaborazione più stretta con i territori e il Protocollo firmato oggi – conclude Mattioli - deve essere solo il principio di un percorso di azioni da mettere in campo per raggiungere gli obiettivi che ci siamo prefissati”

“Ci aspettiamo buoni esiti per la Toscana e la sua economia da questo Protocollo - commenta il presidente Enrico Rossi –, con l’apertura di prospettive di grande interesse per questo scorcio di legislatura. Lo scambio di informazioni e il confronto continuo con Confindustria, sia nazionale che regionale, renderanno non solo più facile conoscere le possibilità concrete di insediamento di aziende multinazionali sul territorio, ma consentiranno anche di mettere a punto strategia per mantenerne e svilupparne la presenza. Nel lavoro svolto in questi anni – prosegue – abbiamo puntato sulla qualità della relazione che la Toscana è in grado di offrire a chi viene a investire dall’estero. In molti casi – spiega, ricordando tra gli altri i casi di Nuovo Pignone, Laika, Eli Lilly, Solvay, Ikea – è stato il contatto diretto, fattivo, concreto che ha fatto la differenza. E quando parlo di relazioni, intendo il complesso dei soggetti e delle opportunità che possono favorire insediamento e sviluppo: dall’efficienza delle strutture operative delle istituzioni, al mondo della ricerca e della formazione. Una grande azienda che viene dall’estero gioca, per così dire fuori casa: anche attraverso questo nuovo strumento cercheremo di rendere la Toscana più attraente e più attrattiva”.

“Le multinazionali rafforzano il tessuto produttivo e sociale della nostra regione – dichiara Fabrizio Monsani - ma sono, soprattutto, importatori di elevati standard internazionali e veicolo d’internazionalizzazione per le PMI che fanno parte dei loro indotti e con cui dobbiamo puntare a costruire sempre più rapporti di partnership e non solo di subfornitura. Questa intesa ci avvicina alle imprese che rappresentiamo, a prescindere dalla loro dimensione e rappresenta un modello nuovo di relazione con la politica e le istituzioni, sia locali che nazionali”.


Brexit, tempi e modalità di uscita più incerti. Quali le conseguenze per le imprese italiane (ed europee)?

La bocciatura dell'accordo sull'uscita dalla Ue aumenta l'incertezza su quando e secondo quali modalità avverrà la Brexit. Ciò ha un impatto immediato su sterlina e fiducia dei consumatori, che restano vicine ai minimi rispetto al periodo pre-Brexit; l'incertezza tiene giù anche gli investimenti, rischiando di compromettere le prospettive di crescita dell'economia UK nel medio e lungo periodo.
Ne risentiranno le imprese esportatrici italiane  che rischiano di vedere ridotti i volumi di beni rivolti al mercato britannico;  in ballo ci sono circa 23 miliardi di euro. Più difficili sono anche le scelte strategiche delle imprese multinazionali che hanno scelto il Regno Unito come base logistica e sono parte di catene del valore distribuite tra UK ed UE: l'approvazione dell'accordo avrebbe quantomeno incanalato la Brexit su binari certi e traiettorie più delineate. La prolungata incertezza potrebbe far allontanare alcune multinazionali dal territorio britannico, costituendo un'opportunità per altri paesi europei di attrarle nelle loro economie: il CSC stima che per l'Italia gli investimenti diretti esteri potenziali extra potrebbero generare un aumento del PIL di 5,9 miliardi di euro annui, ovvero lo 0,4%; ciò non è comunque da considerarsi compensativo dei rischi e degli effetti negativi legati alla Brexit.


STRALCIO DELLE MINI – CARTELLE: DUBBI OPERATIVI E SOLUZIONI NORMATIVE

L’art. 4 del D.L 23 ottobre 2018, n. 119, convertito con modificazioni dalla L. 17.12.2018, n. 136, ha disposto entro la data del 31 dicembre 2018 lo stralcio automatico di tutte le cartelle (c.d. mini cartelle) di importo residuo fino a mille euro, con conseguente annullamento del debito tributario.
Tale operazione di cancellazione di tutti i debiti effettuata alla data del 31 dicembre 2018, ha comportato lo stralcio di ben 12 milioni di cartelle esattoriali, riguardanti circa 5 milioni di contribuenti.
E’ questo uno dei nove condoni previsti dal decreto fiscale 2019 (c.d. Pace Fiscale) che, in un’ottica di alleggerimento dei carichi affidati agli Agenti della Riscossione ed al fine di evitare l’accrescere di inutili ricorsi tributari, ha previsto un azzeramento di tutti quei debiti consegnati all’agente della riscossione dal 2000 al 2010 di importo residuo fino a mille euro e non ancora incassati.
Innanzitutto si precisa che per il perfezionamento dell'annullamento non è stata richiesta alcuna manifestazione di volontà da parte del beneficiario.
Orbene, l’art. 4 del D.L. n. 119/2018, intitolato “Stralcio dei debiti fino a mille euro affidati agli agenti della riscossione dal 2000 al 2010” al primo comma ha previsto che <<I debiti di importo residuo, alla data di entrata in vigore del presente decreto, fino a mille euro, comprensivo di capitale, interessi per ritardata iscrizione a ruolo e sanzioni, risultanti dai singoli carichi affidati agli agenti della riscossione dal 1 gennaio 2000 al 31 dicembre 2010, ancorchè riferite alle cartelle per le quali è già intervenuta la richiesta di cui all’articolo 3, sono automaticamente annullati.(…)”.
Tre i fattori richiesti dal suddetto comma per individuare i debiti oggetto di stralcio: 1) la sorte capitale, 2) gli interessi per ritardata iscrizione a ruolo e 3) le sanzioni, risultanti dai singoli carichi affidati all’Agente della Riscossione dal 1 gennaio 2000 al 31 dicembre 2010.
Tuttavia, il comma in questione ha creato non pochi dubbi e perplessità interpretative.
Sebbene la norma sul punto sia stata piuttosto chiara, alcuni tecnici hanno avanzato dubbi circa la determinazione della soglia e, in particolare, se il limite di mille euro debba riferirsi, invece, esclusivamente alla sorte capitale dell’imposta, esclusa da sanzioni e interessi. Se così fosse, anche le cartelle esattoriali di importo superiore a mille euro rientrerebbero nello stralcio di cui all’art. 4 in esame, sempre che l’importo capitale del debito non superi la soglia richiesta.
Tale lettura non appare condivisibile.
Al fine di fugare ogni dubbio è sufficiente partire dal dato letterale del primo comma dell’art. 4 cit., a norma del quale sono annullati <<i debiti di importo residuo (…) fino a mille euro, comprensivo di capitale, interessi per ritardata iscrizione a ruolo e sanzioni, risultanti dai singoli carichi affidati agli agenti della riscossione (…)>>. Pertanto, da una attenta lettura, si comprende chiaramente che il limite di mille euro si riferisce ai debiti di importo residuo comprensivi di sorte capitale, interessi e sanzioni. Non si tiene conto, invece, degli interessi di mora e dell’aggio della riscossione.
Ed ancora, alcune perplessità sono state sollevate in relazione all’ambito di applicabilità del limite dei mille euro, e, in particolare, se tale valore debba riferirsi alla cartella esattoriale nel suo valore complessivo ovvero al valore dei singoli “carichi” iscritti a ruolo affidati all’Agente della Riscossione tra il 2000 e 2010.
La questione appare dirimente in quanto:
a) se il valore è riferito all’importo complessivo della cartella esattoriale,
considerato che la cartella può contenere più partite di ruolo, ne consegue che la somma dei singoli ruoli non può superare l’importo massimo di 1000 euro;
b) se il valore è riferito al singolo carico affidato,
ne consegue che potranno rientrarvi nel condono de quo tutte quelle cartelle, anche di importo complessivo ben superiore a 1000 euro, il cui singolo carico affidato all’agente della riscossione non superi l’importo di 1000 euro.
Anche in tal caso il dato letterale appare chiaro e incontestabile, essendo espressamente chiarito che sono annullati << I debiti di importo residuo, (…) fino a mille euro, comprensivo di capitale, interessi per ritardata iscrizione a ruolo e sanzioni, risultanti dai singoli carichi affidati agli agenti della riscossione dal 1 gennaio 2000 al 31 dicembre 2010 (…)>>.
Sul punto si osserva che per “carico” si intende la singola partita di ruolo, cioè l’insieme dell’imposta, delle sanzioni e degli interessi accessori. Ne discende che oggetto del condono è il singolo debito e non l'importo complessivo della cartella. Pertanto, sono rientrate nello stralcio automatico anche quelle cartelle di importo superiore a mille euro che, tuttavia, contenevano singole posizioni di debito (fino a mille euro) la cui somma oltrepassava il tetto previsto per lo stralcio in automatico.
Si rammenta che l’importo del debito residuo di mille euro, per singolo carico, va calcolato alla data di entrata in vigore del decreto (24 ottobre 2018) comprensivo di interessi e sanzioni.
Le date da prendere in considerazione per la sanatoria de qua sono:
- il 31 dicembre 2018, quale termine entro il quale provvedere allo stralcio delle mini-cartelle;
- 24 ottobre 2018, da intendersi quale spartiacque nel caso in cui le somme siano state versate anteriormente ovvero successivamente a tale data.
Ed invero, il decreto legge 119/2018, all’art.4 comma 2, stabilisce le regole di imputazione delle somme relative ai debiti oggetto di stralcio eventualmente già versate, così disponendo : << Con riferimento ai debiti di cui al comma 1:
a) le somme versate anteriormente alla data di entrata in vigore del presente decreto restano definitivamente acquisite;
b) le somme versate dalla data di entrata in vigore del presente decreto sono imputate alle rate da corrispondersi per altri debiti eventualmente inclusi nella definizione agevolata anteriormente al versamento, ovvero, in mancanza, a debiti scaduti o in scadenza e, in assenza anche di questi ultimi, sono rimborsate, ai sensi dell'articolo 22, commi 1-bis, 1-ter e 1-quater, del decreto legislativo 13 aprile 1999, n. 112. A tal fine, l'agente della riscossione presenta all'ente creditore richiesta di restituzione delle somme eventualmente riscosse dalla data di entrata in vigore del presente decreto e fino al 31 dicembre 2018, riversate ai sensi dello stesso articolo 22 del decreto legislativo n. 112 del 1999. In caso di mancata erogazione nel termine di novanta giorni dalla richiesta, l'agente della riscossione è autorizzato a compensare il relativo importo con le somme da riversare.(…)>>.
Il predetto comma opera una distinzione tra l’ipotesi in cui il contribuente abbia pagato il debito relativo ad un ruolo fino a mille euro entro il 23 ottobre 2018, e l’ipotesi in cui, invece, il pagamento sia avvenuto dal 24 ottobre 2018 in poi. Infatti, solo le somme versate anteriormente alla data di entrata in vigore del decreto restano definitivamente acquisite (n. 2 lett. a) mentre per quelle versate dal 24 ottobre 2018 in poi è previsto un regime di imputazione, per i debiti inclusi nella definizione agevolata prima del versamento, un altro per quelli scaduti o in scadenza e uno ulteriore di rimborso (n. 2 lett. b).
Più nel dettaglio, ai sensi dell’art. 4, comma 2, lett b), le somme versate dopo il 24 ottobre 2018 dovranno:
- in prima battuta, per chi avesse aderito a un provvedimento di rottamazione, essere imputate alle eventuali rate di adesione alla definizione agevolata;
- solo se questo non è possibile, essere utilizzate per saldare (anche parzialmente), debiti scaduti o in scadenza;
- in assenza di debiti, essere rimborsate, ai sensi dell'articolo 22, commi 1-bis, 1-ter e 1-quater, del decreto legislativo 13 aprile 1999, n. 112.
Il successivo comma 3 ha disciplinato la particolare ipotesi in cui ad essere stati annullati ai sensi dell’art. 4 siano carichi per i quali era già iniziata una procedura esecutiva da parte dell’agente della riscossione.
In tale caso, il legislatore ha posto una distinzione a seconda che i carichi siano erariali (per i quali è stato previsto il totale rimborso delle spese sostenute per le procedure esecutive iniziate) ovvero comunali (per i quali il rimborso delle spese sostenute è previsto limitatamente agli anni dal 2000-2013).
Infine, l’ultimo comma dell’art. 4 cit. specifica che lo stralcio fino a mille euro non opera per alcune tipologie di debiti relativi a carichi affidati all’Agente della riscossione. In particolare si tratta di:
- debiti relativi alle “risorse proprie tradizionali” dell’Unione Europea e all’imposta sul valore aggiunto riscossa all’importazione;
- debiti derivanti dal recupero degli aiuti di Stato considerati illegittimi dall’Unione Europea ovvero da condanne pronunciate dalla Corte dei conti;
- multe, ammende e sanzioni pecuniarie dovute a seguito di provvedimenti e sentenze penali di condanna.
Ne consegue che tali carichi restano in affidamento agli agenti della riscossione, che potranno continuare le loro operazioni.
In conclusione, oggetto di stralcio automatico da parte del Fisco alla data del 31 dicembre 2018 sono state quelle cartelle esattoriali in cui:
a) il carico risultava affidato dall’ente impositore all’agente della riscossione tra 1° gennaio 2000 e il 31 dicembre 2010;
b) i debiti (risultanti dai singoli carichi affidati agli agenti della riscossione) erano di importo residuo fino a mille euro (comprensivo di sanzioni ed interessi).
Pertanto, non necessitando la presentazione di alcuna domanda da parte degli interessati e, dunque, non essendo prevista una comunicazione da parte del Fisco di avvenuto annullamento della cartella, sarà opportuno per i contribuenti controllare la propria posizione debitoria successivamente al 31 dicembre 2018. Ai contribuenti, dunque, non resta che verificare l’estinzione del debito consultando la propria posizione debitoria all’interno dell’area riservata nel sito dell’Agenzia delle Entrate-riscossione.

Lecce, 14/01/2019
Avv. Maurizio Villani
Avv. Antonella Villani


AL VIA IL SALDO E STRALCIO DEI DEBITI TRIBUTARI E PREVIDENZIALI DEI CONTRIBUENTI IN DIFFICOLTÀ ECONOMICA (Articolo 1, Commi 184-199, Legge 30 dicembre 2018, n. 145.)

INDICE

1. TIPOLOGIE DI DEBITI DEFINIBILI
2. REQUISITO PER BENEFICIARE DEL "SALDO E STRALCIO"
3. SOMME DA CORRISPONDERE
4. ADESIONE e MODULISTICA
5. PROCEDURA DI PAGAMENTO
6. LEGAME CON LE PRECEDENTI ROTTAMAZIONI
7. DEPOSITO DELLA DICHIARAZIONE: RINUNCIA AI GIUDIZI IN CORSO ED ESTINZIONE DEL PROCESSO
8. CONTROLLI DELLE DICHIARAZIONI A FINI ISEE

 

 

 

 

 

 

 

PREMESSA
Il c.d. “saldo e stralcio delle cartelle” è senza dubbio una delle principali misure fiscali contenute nella legge n. 145/2018 (in G.U. n. 302 del 31 dicembre 2018).
Di fatto, è l'ultimo tassello della c.d. pace fiscale 2019, e rappresenta una sorta di «super rottamazione» rivolta alle persone fisiche che abbiano un Isee fino a 20mila euro.
Si tratta di un nuovo pezzo di un puzzle che si aggiunge ai numerosi interventi di pacificazione fiscale introdotti dal D.L. n.119/2018 e che consente lo stralcio di specifici carichi affidati all'agente della riscossione tra il 1° gennaio 2000 e il 31 dicembre 2017.
Più nel dettaglio, la legge di bilancio 2019 ha introdotto, solo per le persone fisiche, che versano in una grave e comprovata situazione di difficoltà economica, il cosiddetto “saldo e stralcio” dei debiti fiscali e previdenziali, ossia una riduzione delle somme dovute nelle ipotesi di carichi tributari. L’adesione a quest’ultima sanatoria consente, infatti, l’abbattimento integrale delle sanzioni e degli interessi di mora e il versamento del capitale in misura ridotta e variabile a seconda della classe di Isee del debitore (il valore dell’imposta da versare può essere ridotto sino all’84%).

1. TIPOLOGIE DI DEBITI DEFINIBILI
Il provvedimento oggetto del presente studio riguarda i soli debiti intestati a persone fisiche, che versano in una grave e comprovata situazione di difficoltà economica, derivanti dall’omesso versamento:
• di imposte risultanti dalle dichiarazioni annuali e dalle attività previste dall’articolo 36-bis del D.P.R. 600/1973 e dall’articolo 54-bis del D.P.R. 633/1972, a titolo di tributi e relativi interessi e sanzioni, con esclusione di quelli richiesti a seguito di accertamento (art. 1, comma 184 legge 30 dicembre 2018, n. 145);
• dei contributi dovuti dagli iscritti alle casse previdenziali professionali o alle gestioni previdenziali dei lavoratori autonomi dell’INPS, con esclusione di quelli richiesti a seguito di accertamento (art. 1, comma 185, legge 30 dicembre 2018, n. 145).
Nel perimetro di quest’ultima sanatoria rientrano, dunque, le cartelle riguardanti i contributi non versati alle casse professionali o a quelle separate dei lavoratori autonomi, e quelle riguardanti non solo il semplice omesso versamento di Irpef e Iva, ma anche la correzione dei dati dichiarati.
Ebbene, il richiamo specifico della norma alle attività di cui agli artt. 36-bis del D.P.R. 600/1973 e 54-bis del D.P.R. 633/1972 (entrambi definibili come “controlli automatizzati” nel primo caso, relativi ai dati reddituali e nel secondo, inerenti l’imposta sul valore aggiunto) consente di individuare prima facie lo spirito del legislatore che sembra aver voluto, appunto, destinare questo tipo di sanatoria alle sole persone fisiche che hanno regolarmente presentato la dichiarazione e che poi, per diversi motivi, non hanno provveduto al pagamento delle imposte e dei contributi. Il requisito implicito pare, quindi, essere quello della regolarità della presentazione della dichiarazione.
Da tanto, però, ne discende che sarebbero esclusi dalla sanatoria le iscrizioni a ruolo derivanti dai controlli formali, di cui all’articolo 36-ter del Dpr 600/1973, che hanno natura sostanzialmente accertativa e che consistono in controlli veri e propri compiuti dall’Ufficio sulla veridicità dei dati inseriti nella dichiarazione.
Peraltro, oltre ai debiti derivanti dalle rettifiche dei controlli formali delle dichiarazioni (ex art. 36-ter del Dpr 600/1973) sembrerebbero esclusi dalla sanatoria anche:
- i debiti relativi ai tributi locali;
- le cartelle emesse per violazione del codice della strada;
- i cosiddetti «mini ruoli», vale a dire gli importi non superiori a mille euro, affidati nel periodo tra il 1° gennaio 2000 e il 31 dicembre 2010, in quanto già azzerati d’ufficio alla data del 31 dicembre 2018, in base all’articolo 4 del decreto legge 119/2018.
Ciò posto, è evidente come il c.d. “condono del saldo e stralcio”, così come strutturato, abbia tracciato un perimetro applicativo fortemente ridotto a poche tipologie di debiti, oltre al quale non è concesso andare.

2. REQUISITO PER BENEFICIARE DEL "SALDO E STRALCIO"
Come già rilevato, affinché si possa accedere alla c.d. “super-rottamazione” è necessario che sussista “una grave e comprovata situazione di difficoltà economica”, che la norma dichiara esserci qualora l’Isee del nucleo familiare del debitore non superi i 20.000 euro. L’art.1, co. 186, L. 145/2018 dispone, infatti, che: << Ai fini del comma 184 e del comma 185, sussiste una grave e comprovata situazione di difficoltà economica qualora l’indicatore della situazione economica equivalente (ISEE) del nucleo familiare, stabilito ai sensi del regolamento di cui al decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 5 dicembre 2013, n. 159, non sia superiore ad euro 20.000.>> L’estinzione del debito, in questo caso, interessa quindi solo i soggetti che versano in una grave e comprovata situazione di difficoltà economica.
Rientrano nell’agevolazione anche i contribuenti che, nel rispetto dei requisiti in termini di ISEE e per le sole tipologie di debiti previste dalla legge, hanno aderito alle precedenti “rottamazioni” delle cartelle previste dal DL n. 193/2016 e dal DL n. 148/2017 e non hanno perfezionato integralmente e tempestivamente i pagamenti delle somme dovute.
L’unica eccezione, rispetto al parametro Isee, riguarda i soggetti in stato di sovraindebitamento (articolo 14-ter della legge 3/2012); quest’ultimi, infatti, ai sensi dell’art.1, co. 188, L. 145/2018 potranno estinguere i debiti iscritti a ruolo, indipendentemente dal valore Isee del proprio nucleo familiare.
In buona sostanza, saranno ammessi di diritto alla sanatoria del “saldo e stralcio”, anche i contribuenti (solo persone fisiche) per i quali, indipendentemente dal valore ISEE del proprio nucleo familiare, alla data di presentazione della dichiarazione di adesione alla definizione, sia stata aperta la procedura di liquidazione dei beni di proprietà, nell’ambito della disciplina della composizione della crisi da sovraindebitamento, secondo l’articolo 14-ter, legge n. 3 del 2012. Invero, in questo caso, per i soggetti rientranti in tale fattispecie, l’importo da pagare a titolo di capitale e interessi da ritardata iscrizione sarà pari al 10% di quello dovuto. Allo scopo, dovrà essere allegata alla dichiarazione di adesione copia del decreto di apertura della liquidazione.
In definitiva, il debitore in stato da sovraindebitamento, e per il quale non ricorrano le condizioni di inammissibilità, potrà chiedere la liquidazione di tutti i suoi beni e in questo caso, qualora volesse aderire alla sanatoria del “saldo e stralcio” delle proprie cartelle, potrà farlo versando esclusivamente il 10% del debito residuo dopo aver sottratto sanzioni e interessi di mora. In conclusione, in tale eventualità, lo stralcio sarà pari al 90% del totale affidato.

3. SOMME DA CORRISPONDERE
L’art.1, co. 187, L. 145/2018, chiarisce che i contribuenti che hanno accesso alla sanatoria e che quindi risultano avere un Isee non superiore a 20 mila euro, possono estinguere i propri debiti in forma agevolata:
a) senza corrispondere sanzioni e interessi di mora di cui all’articolo 30, comma 1, del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 602, ovvero le sanzioni e le somme aggiuntive di cui all’articolo 27, comma 1, del decreto legislativo 26 febbraio 1999, n. 46;
b) e pagando solo una percentuale ridotta a titolo di capitale e interessi da ritardata iscrizione a ruolo.
In particolare, la quota agevolata per il pagamento è stata così differenziata:
• 16% delle somme dovute a titolo di capitale e interessi di ritardata iscrizione a ruolo in presenza di ISEE non superiore a 8.500 euro;
• 20% delle somme dovute a titolo di capitale e interessi di ritardata iscrizione a ruolo con ISEE da 8.500,01 a 12.500 euro;
• 35% delle somme dovute a titolo di capitale e interessi di ritardata iscrizione a ruolo con ISEE da 12.500,01 a 20.000 euro.
Di fatto, gli sconti sul capitale sono scaglionati in funzione dell’indicatore della situazione economica e la riduzione dell’importo da pagare è tanto maggiore quanto più basso è l’indicatore della situazione economica. Tale riduzione, peraltro, si aggiunge all’azzeramento delle sanzioni e degli interessi di mora.
Tra gli importi da versare sono da aggiungere, inoltre, le somme maturate a favore dell’Agente della riscossione a titolo di aggio e spese per procedure esecutive e diritti di notifica (legge 30 dicembre 2018, n. 145, Articolo 1, Commi 187, let. b).

4. ADESIONE e MODULISTICA
È necessario chiarire che ai sensi del co. 189 dell’art. 1 cit., i contribuenti con pendenze aperte di natura tributaria e previdenziale, potranno decidere di aderire alla sanatoria, e manifestare all’agente della riscossione la volontà di avvalersene, compilando entro il 30 aprile 2019 un’apposita dichiarazione, con le modalità e in conformità alla modulistica che lo stesso agente della riscossione ha già pubblicato sul proprio sito internet .
Lo schema ricalca a evidenza quello della rottamazione-ter, pertanto, in tale dichiarazione/modulo, il debitore dovrà indicare:
a. i carichi (o il singolo carico) che intende “stralciare”;
b. il numero di rate con cui intende effettuare il pagamento (come nelle normali domande di rottamazione, se il debitore omette l’indicazione del numero di rate prescelto, si considererà valevole il periodo massimo di dilazione - numero 5-, ferma restando la facoltà di eseguire il versamento in un’unica soluzione entro il 30 novembre 2019);
c. la presenza dei requisiti di cui al comma 186 o 188 cit..
Ebbene, la suddetta domanda di adesione (MODELLO-SA-ST), debitamente compilata in ogni sua parte, con particolare attenzione alla sezione relativa all’attestazione della situazione di grave e comprovata difficoltà economica (valore Isee), unitamente alla copia del documento di identità, dovrà essere:
• o inviata tramite posta elettronica certificata alla casella pec della Direzione Regionale di Agenzia delle entrate-Riscossione di riferimento;
• o depositata presso gli Sportelli di Agenzia delle entrate-Riscossione presenti su tutto il territorio nazionale (esclusa la regione Sicilia).
Conseguentemente, ai sensi del co. 192 dell’art. 1 cit., entro il 31 ottobre 2019, l’agente della riscossione dovrà comunicare ai contribuenti che hanno presentato la dichiarazione di adesione alla sanatoria l’ammontare complessivo delle somme dovute, nonché quello delle singole rate, il giorno e il mese di scadenza di ciascuna di esse. Entro la stessa data, l’agente della riscossione comunicherà, altresì, ove sussistenti, il difetto dei requisiti prescritti dai commi 186 e 188 o la presenza nella predetta dichiarazione di debiti diversi da quelli di cui al comma 184 e al comma 185 e la conseguente impossibilità di estinguere il debito mediante la sanatoria del “saldo e stralcio”. Sul punto, inoltre, la legge prevede che, nel motivare il mancato accoglimento l’Agenzia delle entrate-Riscossione dovrà avvertire, il contribuente della sua automatica inclusione nella c.d. “rottamazione-ter” fornendo, al contempo, l’importo da pagare e le relative scadenze di pagamento.

5. PROCEDURA DI PAGAMENTO
Come previsto dal co. 190 dell’art.1 cit., ai fini di un corretto ed efficace “saldo e stralcio”, è necessario che il pagamento del debito venga effettuato:
a) in un'unica soluzione entro il 30 novembre 2019;
b) oppure in 5 rate così suddivise:
• 35% dell’importo dovuto entro il 30 novembre 2019;
• 20% dell’importo dovuto entro il 31 marzo 2020;
• 15% dell’importo dovuto entro il 31 luglio 2020;
• 15% dell’importo dovuto entro il 31 marzo 2021;
• il restante 15% entro il 31 luglio 2021.
In caso di pagamento rateale si applica un tasso d’interesse pari al 2% annuo a decorrere dal 1° dicembre 2019. Inoltre, così come disposto per la terza rottamazione, anche in questa ipotesi per chi paga a rate, nel caso di pagamento tardivo, è prevista al massimo una tolleranza di cinque giorni. Si tratta della c.d. misura del “lieve inadempimento”, in base alla quale la sanatoria continuerà a ritenersi efficace, solo laddove il ritardo nel pagamento delle rate non superi i 5 giorni. Si tratta di una vera e propria clausola di salvaguardia contro la perdita dei benefici del “saldo e stralcio” per le ipotesi di lievi ritardi nel pagamento delle rate. Diversamente, sarà sufficiente anche un ritardo di soli 6 giorni per perdere tutti i benefici ottenuti e decadere così dalla sanatoria de qua.

6. LEGAME CON LE PRECEDENTI ROTTAMAZIONI
La normativa del “saldo e stralcio” si interseca in diversi punti con la disciplina della “rottamazione”. Possono, infatti, essere oggetto di sanatoria anche i debiti contenuti nelle istanze presentate in base all’articolo 6 del D.L. n.193/2016 (prima rottamazione), nonché dell’articolo 1 del D.L. n.148/2017 (rottamazione bis).
Sul punto, il co. 194, art. 1 cit., chiarisce che: << I debiti relativi ai carichi di cui al comma 184 e al comma 185 possono essere estinti anche se già ricompresi in dichiarazioni rese ai sensi dell’articolo 6, comma 2, del decreto-legge 22 ottobre 2016, n. 193, convertito, con modificazioni, dalla legge 1° dicembre 2016, n. 225, e dell’articolo 1, comma 5, del decreto-legge 16 ottobre 2017, n. 148, convertito, con modificazioni, dalla legge 4 dicembre 2017, n. 172, per le quali il debitore non ha perfezionato la relativa definizione con l’integrale e tempestivo pagamento delle somme dovute. I versamenti eventualmente effettuati a seguito delle predette dichiarazioni restano definitivamente acquisiti e non ne è ammessa la restituzione; gli stessi versamenti sono comunque computati ai fini della definizione di cui ai commi 184 e 185.>>
Ne consegue, che tutti i decaduti dalla prime edizioni della rottamazione (inclusi coloro che non hanno rispettato la scadenza del 7 dicembre scorso), potranno, senza limiti di sorta, avere accesso alla sanatoria del saldo e stralcio. Inoltre, con riferimento ai carichi affidati al 31 dicembre 2016, qualora vi fossero dilazioni pendenti alla data del 24 ottobre 2016, non occorrerà pagare alcun importo a titolo di rate scadute.
I pagamenti già effettuati saranno acquisiti a titolo definitivo e non saranno, dunque, rimborsabili. Gli stessi saranno, però, computati in deduzione dal costo dello stralcio.
Ma vi è di più.
Il legislatore, con il co. 193 dell’art. 1 cit., ha disciplinato, per i casi di rigetto della richiesta di “saldo e stralcio”, un’ipotesi di confluenza automatica nella rottamazione-ter. Più nel dettaglio, è stato disposto che:<< Nei casi previsti dal secondo periodo del comma 192, l’agente della riscossione avverte il debitore che i debiti inseriti nella dichiarazione presentata ai sensi del comma 189, ove definibili ai sensi dell’articolo 3 del decreto-legge 23 ottobre 2018, n. 119, convertito, con modificazioni, dalla legge 17 dicembre 2018, n. 136, sono automaticamente inclusi nella definizione disciplinata dallo stesso articolo 3 e indica l’ammontare complessivo delle somme dovute a tal fine, ripartito in diciassette rate, e la scadenza di ciascuna di esse. La prima di tali rate, di ammontare pari al 30 per cento delle predette somme, scade il 30 novembre 2019; il restante 70 per cento è ripartito nelle rate successive, ciascuna di pari importo, scadenti il 31 luglio e il 30 novembre di ciascun anno a decorrere dal 2020. Si applicano, a partire dal 1° dicembre 2019, gli interessi al tasso del 2 per cento annuo.>>
Più semplicemente, in ipotesi di rigetto della richiesta di “saldo e stralcio” (stante il difetto dei requisiti prescritti dalla legge per il riconoscimento di grave difficoltà economica, ovvero in presenza di debiti diversi da quelli definibili ai sensi delle norme in esame, con conseguente impossibilità di estinguere il debito), l’agente della riscossione avvertirà il debitore che i suoi debiti, ove possibile, saranno automaticamente inclusi d’ufficio non già nella sanatoria del “saldo e stralcio”, bensì in quella della rottamazione-ter. Quindi, per chi resta fuori si apre automaticamente la porta d’ingresso della rottamazione-ter e la presentazione della domanda di adesione al “saldo e stralcio”, come previsto dalla legge, sarà considerata in automatico come richiesta di accesso alla definizione agevolata prevista dall’art. 3 del D.L. n. 119/2018. In questo caso, il meccanismo di rateazione sarà, però, leggermente diverso rispetto a quello previsto per la rottamazione-ter: l’ammontare sarà, infatti, ripartito in 17 rate, la prima delle quali, pari al 30% del dovuto da saldare entro il 30 novembre 2019 e le restanti (pari al 70%) ripartite in rate di pari importo, da saldare il 31 luglio e il 30 novembre di ciascun anno a decorrere dal 2020 e con scadenza nel 2027 (si applicano, comunque, a partire dal 1° dicembre 2019, gli interessi al tasso del 2% annuo).
Ebbene, è evidente che, rispetto alla scadenza ultima della rottamazione-ter “ordinaria” (prevista per il 30 novembre 2023), in ipotesi come questa, vi è un allungamento di quattro anni. Al riguardo, è curiosa questa rateazione per i “bocciati” dalla rottamazione a saldo e stralcio, che, pur essendo “rinviati” alla rottamazione-ter, beneficeranno di un calendario più lungo sia della stessa rottamazione-ter, sia della rottamazione a saldo e stralcio. Sotto il profilo letterale emerge un’irragionevole disparità di trattamento rispetto ai debitori “ordinari” che hanno fatto richiesta di adesione alla rottamazione-ter. Insomma, una rateazione lunga 8 anni, dal 30 novembre 2019 al 30 novembre 2027. Sul punto, si attendono chiarimenti ufficiali.

7. DEPOSITO DELLA DICHIARAZIONE: RINUNCIA AI GIUDIZI IN CORSO ED ESTINZIONE DEL PROCESSO
È consentito l’ingresso alla procedura agevolata anche alle cartelle oggetto di contenzioso tributario, purché il contribuente coinvolto rinunci al procedimento in corso.
In buona sostanza, presentando la dichiarazione di sanatoria “saldo e stralcio”, il contribuente dovrà rinunciare al contenzioso in corso, di qualsiasi natura e in qualunque grado esso si trovi.
Sulla falsa riga di quanto già previsto per le precedenti rottamazioni, si ritiene che tali giudizi verranno sospesi dal giudice, fino al pagamento di quanto dovuto, dietro presentazione di copia della stessa dichiarazione.
Successivamente, il giudizio si estinguerà a seguito della produzione, a cura di una delle parti, della documentazione attestante i versamenti eseguiti per perfezionare la definizione. Se, invece, le somme dovute non saranno integralmente pagate, la sospensione del giudizio sarà revocata dal giudice su istanza di una delle predette parti.
Ciò posto, è necessario rilevare che, non trattandosi di una “rottamazione” delle liti pendenti, ma dei ruoli, potrà essere definito solo ciò che è iscritto a ruolo; sarà fondamentale, quindi, che il contribuente, ai fini della valutazione della convenienza della “super-rottamazione”, tenga in debita considerazione le regole sulla riscossione provvisoria in pendenza di giudizio.
Pertanto, prima di inoltrare la propria dichiarazione di adesione è bene che i contribuenti valutino con molta attenzione la convenienza sia processuale che finanziaria dell’operazione.

8. CONTROLLI DELLE DICHIARAZIONI A FINI ISEE
I commi da 195 a 197 dell’art. 1 cit., disciplinano le procedure di controllo delle autodichiarazioni rese a fini ISEE. Nel dettaglio:
- ai sensi del co. 195, ai fini dei controlli sulle autodichiarazioni dei contribuenti rese a fini ISEE, l’Agente della riscossione, in collaborazione con l’Agenzia delle entrate e con la Guardia di finanza, procederà al controllo sulla veridicità dei dati dichiarati solo nei casi in cui sorgano fondati dubbi sulla veridicità dei medesimi. Tale controllo può essere effettuato fino alla trasmissione degli elenchi dei debitori che si sono avvalsi della “rottamazione 2018” di cui all’articolo 3, comma 19, del decreto-legge 23 ottobre 2018, n. 119 (comma 195 dell’art. 1);
- ai sensi del co. 196, all’esito del controllo, di cui al comma che precede, in presenza di irregolarità o omissioni non costituenti falsità, il debitore sarà tenuto a fornire, entro un termine di decadenza non inferiore a 20 giorni dalla relativa comunicazione, la documentazione atta a dimostrare la completezza e veridicità dei dati indicati nella dichiarazione (comma 196 dell’art. 1);
- ai sensi del co. 197, nell’ipotesi di mancata, tempestiva produzione della documentazione, ovvero nei casi di irregolarità o omissioni costituenti falsità, non si determinano gli effetti di definizione agevolata e l’ente creditore, qualora sia già intervenuto il discarico automatico, procederà, a seguito di segnalazione dell’agente della riscossione, nel termine di prescrizione decennale, a riaffidare in riscossione il debito residuo. Restano fermi gli adempimenti conseguenti alle falsità rilevate (comma 197 dell’art. 1).
In definitiva, l’agente della riscossione, in collaborazione con l’agenzia delle Entrate e la Guardia di Finanza, verificherà la correttezza dei dati indicati dal debitore ai fini della certificazione Isee, solo in caso di «fondati dubbi sulla veridicità dei medesimi». La verifica potrà essere eseguita entro il 31 dicembre 2024, termine entro il quale l’agente della riscossione dovrà trasmettere agli enti creditori l’elenco dei contribuenti che hanno presentato la domanda, ai fini del discarico dai ruoli. Qualora nel corso dei controlli emergessero omissioni o irregolarità, il debitore sarà invitato a trasmettere la documentazione richiesta entro 20 giorni. In difetto, l’istanza non produrrà gli effetti di legge. Stesse conseguenze in caso di omissioni del debitore che si traducano in falsità, fermi restando gli aspetti penali che tale comportamento determina.
Infine, si segnala, che il co. 198 dell’art.1 cit., in quanto norma di chiusura, chiarisce che, per quanto riguarda tutto ciò che non è regolamentato dalla norma della legge di Bilancio 2019, si rimanda a quanto previsto per la rottamazione-ter (il rimando è ai commi 6, 7, 8, 9, 10, 12, 13, 14, 14-bis, 18, 19 e 20 dell’art. 3 del D.L. n. 119/2018).

Lecce, 10/01/2019

Avv. Maurizio Villani
Avv. Federica Attanasi


ACCORDO CONFINDUSTRIA - FIAIP SIGLATO IL PROTOCOLLO D'INTESA "RAPPRESENTANZA E RAPPRESENTATIVITÀ"

Confindustria e Fiaip, Federazione italiana degli agenti immobiliari professionali, hanno rinnovato oggi a Roma un protocollo di intesa per accrescere la rappresentatività del settore immobiliare sul territorio con l’obiettivo di rafforzare il peso del sistema confederale e la presenza nelle sedi di rappresentanza e presso il sistema delle Camere di Commercio. L’accordo "Rappresentanza e Rappresentatività" siglato dal Presidente di Confindustria Vincenzo Boccia e dal Presidente Nazionale di Fiaip Gian Battista Baccarini, risponde all’esigenza di favorire l’integrazione della categoria degli agenti immobiliari nel sistema confederale territoriale, rafforzando le attività di rappresentanza e di lobby delle due Associazioni presso gli interlocutori istituzionali.

L’accordo prevede che Confindustria promuoverà presso le proprie Associazioni di Territorio la presenza di Fiaip attraverso la stipula di accordi di adesione collettiva delle imprese per tramite dei collegi provinciali aderenti a Fiaip. Le singole imprese dei collegi provinciali Fiaip risulteranno così iscritte alle Associazioni Territoriali di Confindustria in qualità di soci ordinari di territorio con diritti e doveri specifici previsti nell’accordo e con diritto di voto in Assemblea, espresso collettivamente dal Presidente del Collegio e vi sarà la presenza di un rappresentate delle organizzazioni in comitati o gruppi di lavoro tematici. Confindustria e Fiaip si impegnano, inoltre, a realizzare iniziative di comunicazione o eventi specifici dedicati alle proprie componenti territoriali per incentivare ed implementare la realizzazione degli accordi di adesione sul territorio.

“L’accordo con la Federazione degli agenti immobiliari professionali ci ha consentito di avviare una proficua collaborazione, ormai decennale, che intendiamo continuare a sviluppare- dichiara il Presidente di Confindustria Vincenzo Boccia. In diversi territori l’intesa ha avuto seguito e abbiamo voluto confermarla anche per il prossimo biennio e rafforzarla, prevedendo espressamente la facoltà delle Associazioni di modulare i servizi da fornire a Fiaip in base alle particolari esigenze del territorio”.

"Grazie all'accordo - ha dichiarato Gian Battista Baccarini, Presidente Nazionale di Fiaip - ci apprestiamo a programmare nuove iniziative comuni per il rilancio e la crescita del settore immobiliare anche su scala territoriale, forti di un’esperienza pluriennale che ci vede già insieme protagonisti in varie realtà provinciali. Intendiamo rafforzare le sinergie con il sistema confindustriale contribuendo a realizzare manifestazioni per i rilancio e la crescita economica in tutto il Paese, iniziative formative ed eventi congiunti al fine di promuovere proposte di interesse comune per lo sviluppo economico del territorio e di rilievo esterno su tematiche condivise".

“L’accordo promosso da Fiaip e Confindustria – sottolinea infine il Presidente Fiaip Baccarini - ha lo scopo di sviluppare una maggiore cooperazione tra le due organizzazioni e calare sul territorio attività comuni alle due strutture, assicurando presso le Camere di Commercio la massima rappresentatività alle imprese associate alla Fiaip. In questo momento tutte le realtà hanno la necessità di fare sistema - prosegue Baccarini - e l'accordo che rinnoviamo si muove per rafforzare nuove modalità di collaborazione e far crescere a tutti i livelli le azioni di rappresentanza e tutela degli associati".


LEGITTIMI GLI STUDI DI SETTORE DELL’IVA

CORTE DI GIUSTIZIA DELL’UE: LEGITTIMI GLI STUDI DI SETTORE DELL’IVA PURCHÈ IL CONTRIBUENTE SIA MESSO NELLE CONDIZIONI DI DIFENDERSI (SENTENZA 21 NOVEMBRE 2018, C-648/16 – FONTANA, ECLI: EU: C: 2018: 932)

1. Domanda pregiudiziale
La domanda di pronuncia pregiudiziale verte sull’interpretazione dell’art. 273 della direttiva 2006/112/CE del Consiglio, del 28 novembre 2006, relativa al sistema comune d’imposta sul valore aggiunto.
Precisamente, la CTR Calabria ha deciso di sottoporre alla Corte di Giustizia europea la seguente questione pregiudiziale: “Se [sia] o meno compatibile con gli artt. 113 e 114 TFUE nonché con la [direttiva IVA] la normativa nazionale italiana costituita dagli art. 62 sexies, comma 3 e 62 bis, del [decreto legge n. 331/1993], convertito in legge 29 ottobre 1993, n.427, nella parte in cui consente l’applicazione dell’IVA a un volume d’affari globale induttivamente accertato, sotto il profilo del rispetto della detrazione e dell’obbligo di rivalsa e, più in generale, in relazione al principio di neutralità e traslazione dell’imposta”.

2. Caso di specie
La questione pregiudiziale trae origine dalla vicenda avente ad oggetto un accertamento tributario, relativo all’anno 2010, emesso dall’Amministrazione Finanziaria nei confronti della Sig.ra F., soggetta ad IVA.
L’Amministrazione Finanziaria notificava alla ricorrente, nel procedimento principale, un invito a comparire, da cui ne conseguiva l’avvio di un procedimento di accertamento in contraddittorio.
In tale procedimento, la contribuente contestava il quantum dell’accertamento e che, altresì, le era stato determinato sulla base di uno studio di settore relativo alla categoria dei commercialisti e consulenti tributari; in particolare, secondo la ricorrente, l’importo dell’IVA sarebbe stato calcolato sulla base di uno studio di settore che non consentirebbe di fornire un’adeguata rappresentazione dei redditi prodotti dalla propria impresa in termini di proporzionalità e di coerenza.
La CTP ha ritenuto infondate tali considerazioni, in quanto non sorrette da una condivisibile base di fatto e , di converso, ha rilevato che il menzionato metodo di valutazione tiene unicamente conto del reddito complessivo, senza prendere in considerazione le singole operazioni economiche realizzate dal contribuente e il suo diritto alla detrazione dell’IVA assolta a monte.
Sulla base di tali premesse, la CTP ha deciso di sospendere il giudizio e di sottoporre alla Corte di Giustizia la questione pregiudiziale di cui sopra.

2. Motivazione della sentenza
In via preliminare, la Corte di Giustizia dell’UE ha rilevato non pertinente il riferimento della compatibilità degli artt. 113 e 114 del TFUE con la normativa nazionale dell’IVA summenzionata, in quanto tali articoli, richiamati dal giudice a quo nella questione pregiudiziale de qua, non sono pertinenti nella specie, atteso che essi riguardano le modalità istituzionali di adozione delle misure di riavvicinamento delle legislazioni degli Stati membri nell’ambito dell’Unione Europea.
Alla luce di tale premessa, la Corte ha sottolineato che la questione sollevata dal giudice di rinvio deve essere interpretata nel senso che predetto giudice mira a sapere se la normativa italiana (artt. 62 sexies, comma 3 e 62 bis del D.L. n. 331/1993, convertito in L. n. 427/1993), che consente all’Amministrazione di accertare il volume d’affari del contribuente con metodo induttivo, fondato su studi di settore approvati con D.M., e di richiedere conseguentemente il pagamento dell’IVA, sia in linea con la direttiva e con i principi di neutralità fiscale e di proporzionalità.
La Corte di Giustizia, nella sentenza della causa C-648/16 esaminata, è giunta alla conclusione che l’articolo 273 della direttiva IVA non osta, in linea di principio, a una normativa nazionale come quella oggetto del procedimento principale che, al fine di garantire l’esatta percezione dell’IVA e di prevenire l’evasione fiscale, determini l’importo dell’IVA dovuta da un soggetto passivo sulla base del volume d’affari complessivo, accertato induttivamente sulla scorta di studi settoriali approvati con decreto ministeriale.
Inoltre, le disposizioni di cui al citato articolo 273, al di fuori dei limiti da esse fissati, non precisano né le condizioni e neppure gli obblighi che gli Stati membri possono prevedere e conferiscono, pertanto, a questi ultimi, un margine discrezionale circa i mezzi idonei a raggiungere gli obiettivi di assicurare la riscossione dell’IVA e di evitare l’evasione.
Nondimeno, la normativa nazionale (artt. 62 sexies, comma 3 e 62 bis del D.L. n. 331/1993, convertito in L. n. 427/1993) e la sua applicazione possono essere conformi al diritto unionale, solo se rispettano i principi di neutralità dell’imposta e di proporzionalità.
A tal proposito, appare opportuno definire il principio di neutralità elaborato dalla giurisprudenza comunitaria, prima di analizzare l’iter motivazionale seguito dalla Corte.
Nella sentenza 12 luglio 2012, n. C-284/11 la Corte di Giustizia ha affermato che:
1) l’articolo 203 della direttiva 2006/112/CE del Consiglio, del 28 novembre 2006, relativa al sistema comune d’imposta sul valore aggiunto, dev’essere interpretato nel senso che:
• l’imposta sul valore aggiunto indicata in una fattura da un soggetto è da esso dovuta indipendentemente dall’esistenza effettiva di un’operazione imponibile;
• qualora l’amministrazione tributaria non abbia rettificato, in un avviso di accertamento in rettifica indirizzato all’emittente di tale fattura, l’imposta sul valore aggiunto da esso dichiarata, non si può dedurre che tale amministrazione abbia riconosciuto che predetta fattura corrispondeva a un’operazione imponibile effettiva;
2) i principi di neutralità fiscale, di proporzionalità e del legittimo affidamento devono essere interpretati nel senso che non ostano a che il destinatario di una fattura si veda negare il diritto a detrarre l’imposta sul valore aggiunto a monte a causa dell’assenza di un’operazione imponibile effettiva, anche se, nell’avviso di accertamento in rettifica indirizzato all’emittente di tale fattura, l’imposta sul valore aggiunto dichiarata da quest’ultimo non è stata rettificata. Se, tuttavia, tenuto conto di evasioni o irregolarità commesse da tale emittente o a monte dell’operazione dedotta a fondamento del diritto alla detrazione, tale operazione è considerata come non effettivamente realizzata, si deve dimostrare, alla luce di elementi oggettivi e senza esigere dal destinatario della fattura verifiche alle quali non è tenuto, che tale destinatario sapeva o avrebbe dovuto sapere che suddetta operazione si inseriva nel quadro di un’evasione dell’imposta sul valore aggiunto, circostanza che spetta al giudice del rinvio verificare.
Inoltre, la CGUE, nella sentenza in esame, ha ribadito in riferimento al principio di neutralità fiscale che, secondo la giurisprudenza precedente, il diritto dei soggetti passivi di detrarre dall’IVA di cui sono debitori l’IVA dovuta o versata a monte per i beni acquistati e per i servizi loro prestati, costituisce un principio fondamentale del sistema comune dell’IVA; infatti, il regime dell’IVA è volto a sollevare interamente l’imprenditore dall’onere dell’IVA dovuta o versata in relazione a tutte le sue attività economiche, subordinatamente alla condizione che tali attività siano anch’esse soggette, in linea di principio, all’IVA (sentenza 9 luglio 2015, Salomie e Oltean, C-183/14).
Pertanto, il diritto alla detrazione costituisce parte integrante del meccanismo dell’IVA e non può essere limitato (sentenza 26 aprile 2018, Zabrus Siret, C-81/17).
Per quanto riguarda il principio di proporzionalità, la Corte di Giustizia ha stabilito, nella sentenza citata, che tale principio non osta a che una normativa nazionale preveda che solamente a fronte di rilevanti divergenze tra l’importo del volume d’affari dichiarato dal contribuente e quello determinato in base al metodo induttivo, possa avviarsi il procedimento di rettifica fiscale.
Infatti, in relazione a tale principio, non vi sarebbe violazione se la rettifica fiscale risulti basata su studi di settore esatti, affidabili e aggiornati, con la possibilità del contribuente di fornire prova contraria.
Pertanto, qualora l’applicazione di uno studio di settore implichi “per il soggetto passivo di dover eventualmente provare fatti negativi, il principio di proporzionalità esige che il livello di prova richiesto non sia eccessivamente elevato”.
Per di più, affinché il diritto di difesa del contribuente venga garantito durante tutto il corso del procedimento di rettifica fiscale, il soggetto passivo deve avere la possibilità di contestare, ai fini della valutazione della propria specifica situazione, tanto l’esattezza quanto la pertinenza dello studio di settore; ossia, il contribuente deve essere messo nella condizione di poter far valere le circostanze per cui il volume d’affari dichiarato, benchè inferiore a quello determinato in base al metodo induttivo, corrisponda alla realtà della propria attività nel periodo accertato. In caso contrario, il recupero della maggiore IVA sarebbe illegittimo.
Alla luce di quanto sopraesposto, la Corte di Giustizia, in merito alla questione pregiudiziale sollevata, ha dichiarato che “… la direttiva IVA citata, nonché i principi di neutralità fiscale e di proporzionalità devono essere interpretati nel senso che non ostano a una normativa nazionale, come quella oggetto del procedimento principale, che consenta all’Amministrazione Finanziaria, a fronte di gravi divergenze tra i redditi dichiarati e i redditi stimati sulla base degli studi di settore, di ricorrere a un metodo induttivo, basato sugli studi di settore stessi, al fine di accertare il volume d’affari realizzato dal contribuente e procedere, di conseguenza, a rettifica fiscale con imposizione di una maggiorazione dell’IVA …”.
Però, condizione necessaria e sufficiente è che tale normativa e la sua applicazione permettano al contribuente stesso, nel rispetto dei principi di neutralità fiscale, di proporzionalità nonché del diritto di difesa, di contestare, sulla base di tutte le prove contrarie di cui disponga, le risultanze derivanti da tale metodo e di esercitare il proprio diritto alla detrazione dell’imposta, ai sensi delle disposizioni contenute nel titolo X della direttiva IVA, circostanza che spetta al giudice del rinvio verificare.

Lecce, 7 gennaio 2019 Avv. Maurizio Villani
Avv. Lucia Morciano


AVV. MAURIZIO VILLANI
Avvocato Tributarista in Lecce
Patrocinante in Cassazione
www.studiotributariovillani.it - e-mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.


AMBIENTE: CONFINDUSTRIA E CONFAGRICOLTURA INSIEME PER LO SVILUPPO SOSTENIBILE

Confindustria e Confagricoltura hanno sottoscritto oggi un Protocollo di collaborazione per la promozione delle buone pratiche industriali e agricole e per lo sviluppo della sostenibilità come fattore di crescita.

L’iniziativa nasce dalla convinzione che lo sviluppo e il benessere del Paese non possano prescindere da un uso sempre più efficiente delle risorse ambientali, compresa quella del suolo, e che occorra agire in sinergia con le Istituzioni per  stimolare investimenti pubblici e privati diretti a rafforzare la tutela ambientale e il rilancio economico dei territori, in vista  degli obiettivi fissati dall’Agenda 2030 delle Nazioni Unite.

La sostenibilità economica – afferma il presidente di Confindustria Vincenzo Boccia – non può prescindere da quella ambientale. Oggi la cultura della responsabilità si allarga a tutti i campi d’azione di un’impresa che deve imparare a essere eccellente in ogni sua funzione e attore di cresciuta a beneficio dell’intera società.

“Negli ultimi anni - ha commentato il presidente di Confagricoltura Massimiliano Giansanti -sia la società, sia l’imprenditoria italiana hanno acquisito sempre più la consapevolezza che per raggiungere uno sviluppo economico sostenibile sia necessario aumentare la produttività e utilizzare in modo sempre più efficiente le risorse ambientali. Tutto ciò con l’indispensabile supporto dell’innovazione tecnologica”.

Le imprese italiane nei prossimi anni saranno chiamate ad affrontare sfide sempre più impegnative e dovranno essere sempre più protagoniste della transizione verso un’economia più circolare, in cui il valore dei prodotti, dei materiali e delle risorse è mantenuto quanto più a lungo possibile e la produzione di rifiuti è ridotta al minimo.Con  questo accordo si vuole realizzare un’azione incisiva e continuativa di collaborazione su questi temi. Nell’ambito della collaborazione prevista dal presente protocollo Confindustria e Confagricoltura si impegnano a: realizzare strumenti e attività di comunicazione  e formazione congiunte  coinvolgendo le associazioni territoriali e le categorie produttive interessate per  promuovere i temi della sostenibilità e  dell'economia circolare; promuovere l’innovazione dei modelli di business e lo sviluppo di innovative strategie aziendali per l'uso corretto delle risorse naturali, la prevenzione dello spreco alimentare, puntando sull'economia circolare;orientare le iniziative di sostegno alla ricerca ed all’innovazione e rafforzare le azioni verso  lo sviluppo delle tecnologie digitali.


Avanti con patto della fabbrica: primo accordo su sicurezza. Ora rappresentanza e politiche per il lavoro

Ieri Confindustria e Cgil, Cisl, Uil si sono incontrate sui temi del Patto per la Fabbrica e hanno condiviso la necessità e l’urgenza di addivenire, quanto prima possibile, a un’intesa ampia e condivisa sulla misurazione della rappresentanza, da recepire successivamente in legge, per dare certezza alla contrattazione collettiva e alla rappresentatività dei soggetti negoziali.

Nell’occasione, è stato sottoscritto tra Confindustria e Cgil, Cisl, Uil un primo accordo di attuazione del Patto per la Fabbrica in materia di salute e sicurezza e rappresentanza sui luoghi di lavoro. L’intesa sulla sicurezza è importante perché mette al centro dell’iniziativa delle Parti la piena valorizzazione dei principi qualificanti del DLGS 81 del 2008 sui temi della salute e sicurezza impegnandole, inoltre, nell’elaborazione di una serie di proposte dirette ad attuare appieno il quadro normativo, stabilendo il ruolo della pariteticità come elemento di governance del sistema. Getta – dopo dieci anni dal decreto sulla salute e sicurezza – le basi per una serie di iniziative comuni finalizzate a garantire, attraverso una maggiore prevenzione, più elevati standard di sicurezza e più ampie tutele, rafforzando il clima di cooperazione tra imprese e lavoratori anche al fine di contrastare il pericolo di comportamenti e pratiche elusivi della legislazione vigente. Punta al miglioramento delle tutele assicurative dell’Inail garantendo, nel rispetto degli equilibri tra premi e prestazioni, migliori livelli di tutela a favore dei malati di origine professionale e degli infortunati. Le Parti hanno convenuto, inoltre, sull’opportunità di promuovere un Fondo per la tutela dei malati affetti da morbilità causata dall’amianto per garantire a essi un sostegno adeguato. L’accordo avvia un confronto sui temi della salute e della sicurezza in relazione alle trasformazioni tecnologiche e organizzative in atto nel lavoro e definisce alcuni criteri per la rappresentanza dei lavoratori in materia di sicurezza nei luoghi di lavoro e su base territoriale, dandone più compiuta attuazione.

Questa intesa rappresenta un ulteriore passo del percorso delineato col Patto per la Fabbrica, che da gennaio vedrà le Parti impegnate sui temi della riduzione del costo del lavoro, delle politiche fiscali, delle politiche attive per l’occupazione, della formazione, del capitale umano, del welfare, nonché sui temi legati alla partecipazione all’Europa con particolare attenzione alle politiche di coesione e di sviluppo.


DL SEMPLIFICAZIONI: BENE LA SOPPRESSIONE DEL SISTRI, ORA CHIAREZZA PER IL NUOVO SISTEMA

Confindustria, CNA, Confcommercio, Confagricoltura e Casartigiani esprimono forteapprezzamento per la norma contenuta nel DL semplificazioni approvata oggi dal Consiglio dei Ministri che sopprime il sistema SISTRI.

Si tratta di una misura da tempo invocata dalle imprese, che in tutti questi anni hanno scontato le inefficienze e le criticità che hanno caratterizzato il sistema fin dal principio. Le numerose proroghe e i provvedimenti di modifica e integrazione spesso contraddittori hanno reso la normativa caotica e spesso inapplicabile, rischiando di mettere l’Italia non in regola con le disposizioni comunitarie e conl’obiettivo della tracciabilità dei rifiuti, da sempre condiviso dal mondo imprenditoriale.

Le imprese sostengono i processi di digitalizzazione e innovazione degli adempimenti amministrativi in un’ottica di semplificazione e auspicano che il futuro sistema sia chiaro, semplice ed economico. Obiettivi che possono essere raggiunti con un adeguato coinvolgimento delle organizzazioni di rappresentanza in fase di definizione del nuovo progetto e attraverso un periodo di sperimentazione, mai adottato in precedenza.


SACE SIMEST e Piccola Industria: accordo per supportare le PMI italiane sui mercati esteri

SACE SIMEST, Polo dell’export e dell’internazionalizzazione del Gruppo CDP, e Piccola Industria Confindustria hanno siglato un accordo per migliorare sempre di più la proiezione internazionale delle 160mila imprese associate con un focus particolare sulle PMI.

Questa intesa individua tre ambiti di cooperazione e rende più efficace la promozione delle piccole e medie imprese italiane e la ricerca di opportunità di business sui mercati esteri, prevedendo: un accesso facilitato agli strumenti assicurativo-finanziari, di valutazione e gestione del credito offerti dal Polo SACE SIMEST mediante una pagina web dedicata, con un focus particolare sui nuovi prodotti semplificati e digitali (nuove polizze credito fornitore, prestiti agevolati, valutazioni aziende); la partecipazione a eventi di business matching dedicati alle filiere produttive e a tavoli di incontro periodici fra imprenditori, Polo SACE SIMEST e Piccola Industria, per cogliere le nuove esigenze delle imprese e le tutte opportunità offerte dei mercati internazionali; la partecipazione a iniziative formative nell’ambito di Education to Export di SACE SIMEST, un innovativo programma formativo, sia in offline che in digitale, per affiancare e sostenere le PMI in ogni fase del loro processo di internazionalizzazione.

Sebbene siano molte le PMI italiane che esportano, sono ancora poche quelle che lo fanno in modo continuativo e duraturo nel tempo, su un ampio e diversificato numero di mercati – ha dichiarato Beniamino Quintieri, presidente di SACE -. La partnership con Piccola Industria è per noi fondamentale proprio per mettere a loro disposizione strumenti utili per fare un salto di qualità importante verso una più solida proiezione internazionale”. Ha poi aggiunto Alessandro Decio, amministratore delegato di SACE: “Le PMI rappresentano il 90% delle oltre 20mila aziende servite da SACE SIMEST: è a loro che guardiamo con sempre maggior attenzione, con un’offerta di prodotti accessibili e online, iniziative di business matching dedicate alle filiere e servizi formativi ad alto contenuto digitale, e siamo certi che la collaborazione con Piccola Industria ci consentirà di raggiungere in un modo sempre più efficace un ampio numero di imprese, con ricadute importanti su tutto il tessuto imprenditoriale”.

“Le nostre imprese sono da sempre dei campioni dell’export – ha sottolineato Carlo Robiglio, vice presidente Confindustria e presidente Piccola Industria Confindustria - e la loro vocazione internazionale ci ha permesso di diventare la seconda potenza manifatturiera d’Europa. Dobbiamo continuare a lavorare per sostenere le PMI affinché possano cogliere tutte le opportunità di sviluppo e crescita che i mercati esteri offrono. L’intesa che abbiamo firmato oggi si propone proprio questo: fare sistema e collaborare per far emergere le piccole e medie imprese italiane nella competizione internazionale. La dimensione è una condizione da superare, soprattutto sotto il punto di vista culturale, ma non deve essere un limite alla vitalità e alla capacità delle nostre aziende di vincere la concorrenza estera”.

L’accordo è stato siglato da Beniamino Quintieri, Alessandro Decio, rispettivamente presidente e amministratore delegato di SACE, e Carlo Robiglio, vice presidente Confindustriae presidente Piccola Industria Confindustria.


DAI LAVORI PARLAMENTARI DI CONVERSIONE DEL D.L.N.119/2018: NUOVI POTERI ALLA GUARDIA DI FINANZA NEL CONTRASTO ALL’EVASIONE

1. Premessa
2. Art. 16 quater “Disposizioni in materia di accesso all’archivio dei rapporti finanziari”
3. Art.16 quinquies “Disposizioni in materia di attività ispettiva nei confronti dei soggetti di medie dimensioni”.
4. Art. 16 sexies “Disposizioni in materia di scambio automatico di informazioni”
5. Art.16 septies “Disposizioni di semplificazione in materia di provvedimenti cautelari amministrativi per violazioni tributarie”

1. Premessa
In seguito alle modifiche apportate dopo i lavori di conversione del D.L. n. 119/2018 la Guardia di Finanza avrà ora maggiore operatività in materia di contrasto all’evasione e della tutela del credito dell’Erario, in seguito alle attività di accertamento poste in essere dai reparti operativi.
Pertanto, alla Guardia di Finanza verrà attribuito un ruolo d’indirizzo e di coordinamento dell’attività di contrasto all’evasione, da effettuare di concerto con l’Agenzia delle Entrate.
Le disposizioni in questione sono contenute nei nuovi articoli, dal 16-quater al 16-septies del D.L. n. 119/2018, introdotti durante i lavori parlamentari nella fase di conversione in legge del decreto.
A tal proposito, vediamo in dettaglio le novità introdotte dai predetti articoli.

2. Art. 16 quater “Disposizioni in materia di accesso all’archivio dei rapporti finanziari”
L’articolo in esame ha apportato delle modifiche all’art. 11 del D.L. n. 201 del 6 dicembre 2011, al fine di intensificare le misure volte al contrasto dell’evasione fiscale.
In particolare, al comma 3 del citato art. 11 è stato sostituito l’ultimo periodo disponendo che il provvedimento del Direttore dell’Agenzia delle Entrate deve, inoltre, prevedere “… adeguate misure di sicurezza, di natura tecnica e organizzativa per la trasmissione dei dati e per la relativa conservazione, che non può superare i dieci anni”.
Al comma 4 del predetto articolo è stato, altresì, previsto che le informazioni comunicate all’Anagrafe Tributaria sono utilizzate dalla Guardia di Finanza per le analisi del rischio dell’evasione, anche in coordinamento con l’Agenzia delle Entrate, “… ai fini della valutazione d’impatto e della quantificazione e del monitoraggio dell’evasione fiscale”.
Inoltre, al comma 4 bis è stato aggiunto il periodo che contempla il fatto che la relazione annuale dell’AdE trasmessa alle Camere, in cui comunica i risultati relativi al contrasto all’evasione, deve contenere, per di più, i risultati relativi all’attività svolta dalla Guardia di Finanza utilizzando le informazione summenzionate; a tal fine, tali dati vengono comunicati all’Agenzia delle Entrate, secondo le modalità stabilite dal Direttore dell’Agenzia delle Entrate e del Comandante Generale della Guardia di Finanza.

3. Art.16 quinquies “Disposizioni in materia di attività ispettiva nei confronti dei soggetti di medie dimensioni”.

L’articolo in esame ha sostituito il comma 2 dell’art. 24 del D.L. n. 78/2010 convertito dalla L. n. 122/2010, prevedendo ai fini della programmazione dei controlli fiscali dell’Agenzia delle Entrate e della Guardia di Finanza, nei confronti dei contribuenti non sottoposti né agli indici sintetici di affidabilità né a tutoraggio, i suddetti soggetti “realizzano annualmente piani d’intervento coordinati sulla base di analisi di rischio sviluppate mediante l’utilizzo delle banche dati nonché di elementi e di circostanze emersi nell’esercizio degli ordinari poteri istruttori e d’indagine”.

4. Art. 16 sexies “Disposizioni in materia di scambio automatico di informazioni”
L’articolo in questione dispone che l’Agenzia delle Entrate, su richiesta della Guardia di Finanza, deve fornire, per eseguire l’attività di controllo tributario o per finalità del rischio di evasione fiscale, elementi e specifiche elaborazioni ricevute nell’ambito dello scambio automatico d’informazioni ai sensi dell’art. 1, commi 145 e 146, L. n. 208/2015 , nonché quelle ricevute nello scambio automatico d’informazioni per finalità fiscali previste dalla direttiva 2011/16/UE del Consiglio del 15 febbraio 2011 e da accordi tra l’Italia e gli Stati esteri.
Inoltre, al comma 2 del predetto articolo, è previsto che l’Agenzia delle Entrate e il Corpo della Guardia di Finanza stipulano un’apposita convenzione per la definizione dei termini e delle modalità di comunicazione degli elementi e delle elaborazioni predette, fermo restando le condizioni e i limiti che disciplinano la cooperazione amministrativa tra Stati nel settore fiscale.

5. Art. 16 septies “Disposizioni di semplificazione in materia di provvedimenti cautelari amministrativi per violazioni tributarie”

L’articolo 16 septies citato ha inserito due commi (1-bis e 1-ter) dopo il comma 1 dell’art. 22 D.lgs n. 472/1997.
Al comma 1-bis il legislatore ha previsto che per rafforzare le misure poste a garanzia del credito erariale e a sostegno delle relative procedure di riscossione le istanze di cui al comma 1, - ossia quelle rivolte al presidente della commissione tributaria provinciale per l'iscrizione di ipoteca sui beni del trasgressore e dei soggetti obbligati in solido, e l'autorizzazione a procedere, a mezzo di ufficiale giudiziario, al sequestro conservativo dei loro beni, compresa l'azienda -, possono essere inoltrate dal comandante della Guardia di Finanza, in relazione ai processi verbali di constatazione, dando tempestiva comunicazione alla direzione provinciale dell’Agenzia delle Entrate, che esamina l’istanza e comunica le eventuali osservazioni al Presidente della CTP, nonchè al Comandante della Polizia Provinciale richiedente; decorso il termine di 20 giorni dal ricevimento dell’istanza, s’intende acquisito il conforme parere dell’Agenzia delle Entrate.
Inoltre, il comma 1 ter dell’art. 22, citato dispone che, nei casi indicati dal precedente comma 1-bis, la Guardia di Finanza fornisce all’Agenzia delle Entrate ogni elemento richiesto ai fini dell’istruttoria e della partecipazione alla procedura di cui all’articolo in esame.
In conclusione, dai lavori di conversione del decreto fiscale collegato alla manovra finanziaria 2019, emerge che con l’introduzione degli art. 16 quater e ss., in precedenza illustrati, vengono attribuiti maggiori poteri alla Guardia di Finanza, in termini di pianificazione strategica delle attività di controllo e di analisi del rischio, con un coinvolgimento più ampio e il coordinamento tra Agenzia delle Entrate e Guardia di Finanza.
E’ di tutta evidenza come tali nuove prerogative concesse alla Guardia di Finanza potrebbero rappresentare un punto di svolta per il contrasto al sommerso, grazie al coinvolgimento dei due principali soggetti istituzionalmente preposti a tale scopo.


Avv. Maurizio Villani
Avv. Lucia Morciano


[1] Articolo 1, commi 142-147, L. n. 208/2015
Operazioni con paesi black list
……

145. A fini di adeguamento alle direttive emanate dall’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico in materia di obbligo delle imprese multinazionali di predisporre e presentare annualmente una rendicontazione Paese per Paese che riporti l’ammontare dei ricavi e gli utili lordi, le imposte pagate e maturate, insieme con altri elementi indicatori di un’attività economica effettiva, con decreto del Ministro dell’economia e delle finanze, da emanare entro novanta giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge, sono stabiliti modalità, termini, elementi e condizioni, coerentemente con le citate direttive, per la trasmissione della predetta rendicontazione all’Agenzia delle entrate da parte delle società controllanti, residenti nel territorio dello Stato ai sensi dell’articolo 73 del testo unico delle imposte sui redditi, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986, n. 917, e successive modificazioni, che hanno l’obbligo di redazione del bilancio consolidato, con un fatturato consolidato, conseguito dal gruppo di imprese multinazionali nel periodo d’imposta precedente a quello di rendicontazione, di almeno 750 milioni di euro e che non sono a loro volta controllate da soggetti diversi dalle persone fisiche. L’Agenzia delle entrate assicura la riservatezza delle informazioni contenute nella rendicontazione di cui al primo periodo almeno nella stessa misura richiesta per le informazioni fornite ai sensi delle disposizioni della Convenzione multilaterale sulla mutua assistenza amministrativa in materia fiscale. In caso di omessa presentazione della rendicontazione di cui al primo periodo o di invio dei dati incompleti o non veritieri si applica la sanzione amministrativa pecuniaria da euro 10.000 a euro 50.000.

146. Agli obblighi di cui al comma 145, alle condizioni ivi indicate, sono tenute anche le società controllate, residenti nel territorio dello Stato, nel caso in cui la società controllante che ha l’obbligo di redazione del bilancio consolidato sia residente in uno Stato che non ha introdotto l’obbligo di presentazione della rendicontazione Paese per Paese ovvero non ha in vigore con l’Italia un accordo che consenta lo scambio delle informazioni relative alla rendicontazione Paese per Paese ovvero è inadempiente all’obbligo di scambio delle informazioni relative alla rendicontazione Paese per Paese.

 




 

Corte di Cassazione n. 27579/2018: spetta solo al sindaco il potere di rappresentare il Comune nel processo tributario

Corte di Cassazione n.27579/2018: spetta solo al sindaco il potere di rappresentare il Comune nel processo tributario
1.Riferimento normativo
2.Evoluzione giurisprudenziale della rappresentanza degli enti locali nel giudizio tributario
3.Nel processo tributario solo il sindaco rappresenta l’ente (Cass.n.27579 del 30 ottobre 2018)
3.1 Principio di diritto
3.2 Caso di specie
3.3 Motivazione della sentenza


1.Riferimento normativo
In via preliminare, prima di dare contezza dei recenti arresti della giurisprudenza di legittimità in riferimento ai soggetti rappresentanti degli enti locali nel processo tributario, occorre inquadrare tale istituto dal punto di vista normativo.
Preliminarmente, è bene soffermarsi sul concetto di parte, nell’ambito del contenzioso tributario, fissato dall’articolo 10 del D.Lgs. n. 546/1992. Tale norma individua i soggetti aventi la capacità di essere parte: oltre il ricorrente, l’ufficio del ministero delle Finanze,nonché il concessionario del servizio di riscossione e l’ente locale. Il successivo articolo 11, che disciplina la capacità processuale per le parti diverse dall’ufficio del ministero delle Finanze e dell’ente locale, prevedeva, al terzo comma, che l’ente locale potesse stare in giudizio solo mediante l’organo di rappresentanza, previsto dal proprio ordinamento ex articolo 50 del D.Lgs. 18 agosto 2000, n. 267, abrogativo della precedente legge 8 giugno 1990, n. 142. Tale ultima disposizione individuava nel sindaco e nel presidente della provincia gli organi responsabili della rispettiva amministrazione comunale (comma 1), precisando, al comma 2, che gli stessi rappresentavano il rispettivo ente, convocando e presiedendo la giunta, nonché il consiglio.
Ciò significava che la rappresentanza in giudizio dell’ente locale era riconosciuta di diritto al sindaco pro-tempore, in quanto previsto dall’ordinamento dell’ente stesso (legge 8 giugno 1990, n. 142).
Il sindaco, comunque, così come previsto dall’articolo 15, comma 2-bis del D.Lgs n. 546/1992, poteva farsi assistere in giudizio dai propri dipendenti.


In questa sede, è bene evidenziare il panorama giurisprudenziale che, caratterizzando l’istituto della rappresentanza e costituzione in giudizio dell’ente locale, è divenuto sede privilegiata per l’elaborazione di novità legislative in materia.
E infatti, l’art. 3-bis della Legge n. 88 del 31/05/2005 ha modificato l’art. 11, comma terzo, del D.Lgs. n. 546/92. Come suesposto, tale disposizione, originariamente, attribuiva la capacità a stare in giudizio nei processi tributari all’organo di rappresentanza previsto dall’ordinamento dell’ente. La successiva formulazione, invece, ha stabilito che l’ente, cui è stato proposto il ricorso, può stare in giudizio anche mediante il dirigente dell’Ufficio tributi e, se privo di figure dirigenziali, mediante il titolare di posizione organizzativa in cui è collocato l’ufficio. Questa nuova regola è stata estesa ai giudizi in corso al 1° giugno 2005, data di entrata in vigore delle nuove disposizioni.

2.Evoluzione giurisprudenziale della rappresentanza degli enti locali nel giudizio tributario
Un primo arresto della giurisprudenza di legittimità affermava che, in base all’articolo 50 del TU delle leggi sull’ordinamento degli enti locali, approvato con decreto legislativo 8 agosto 2000 n. 267, analogamente a quanto stabilito dall’articolo 36 della legge 8 giugno 1990 n. 142, la rappresentanza in giudizio del Comune si doveva ritenere riservata esclusivamente al Sindaco, escludendosi quindi, che la stessa potesse essere esercitata dal dirigente titolare della direzione di un ufficio o di un servizio (Cass n. 10787, 7 giugno 2004,).
Inoltre, con riferimento alla forza normativa attribuita allo Statuto degli enti locali, la Suprema Corte ha affermato che, in base al combinato disposto dagli artt. 6, 50 e 107 del D.Lgs. 267/2000, gli statuti ed i regolamenti comunali si sarebbero dovuti uniformare al principio – vincolante per la normativa secondaria, ai sensi del citato art. 6 – della riserva sindacale della rappresentanza giudiziale del Comune e non potendo attribuire ad altri soggetti tale rappresentanza, pena la loro disapplicazione “in parte qua” ad opera del giudice ordinario, ex art. 5 della legge 20 marzo 1865, n. 2248, all.E.
Da siffatta impostazione discendeva che “i modi di esercizio della rappresentanza legale dell’ente” , anche in giudizio, che il menzionato art. 6 consentiva di disciplinare mediante statuto, non attenevano all’individuazione del soggetto legittimato a rappresentare in giudizio l’ente, ma ad aspetti diversi, posto che competeva esclusivamente al Sindaco, quale capo dell’amministrazione comunale, poter conferire al difensore del Comune la procura alla lite. Doveva, pertanto, escludersi che il sindaco potesse altresì derogare a tale riserva di attribuzioni, delegando ad altri (dirigenti) il potere di rappresentanza processuale, atteso che il citato D.Lgs. 267/2000 esigeva una netta separazione tra detto potere, di esclusiva competenza del Sindaco, e la sfera di attribuzioni dei dirigenti delineata dal citato art. 107(Cass. sez. trib., 12 /12/2003, n.19082, Cass.sez.trib., 17/11/2003, n. 17360, Cass. 7/06/2004, n. 10787., Cass. 8/09/2004, n. 18087).
Successivamente con una pronuncia di rilevante importanza (Cass.S.U.n.12868/2005), la Suprema Corte ha mutato il pacifico precedente giurisprudenziale, volto a riservare esclusivamente in capo al Sindaco la rappresentanza in giudizio dell’ente locale.
Sul punto, le Sezioni Unite hanno statuito che lo statuto comunale “ha valore di norma fondamentale dell’organizzazione dell’ente locale, che non trova altri limiti che quelli imposti da principi espressamente connotati da inderogabilità”. In altri termini, la legge dello Stato, nell’ambito organizzativo dei Comuni, non costituisce più, secondo la sentenza, “un limite invalicabile all’attività statutaria”, se non per i principi inderogabili.
Sull’onda degli interventi normativi sull’art. 11 D.Lgs. 546/1992 e della succitata pronuncia delle Sezioni Unite, la giurisprudenza si è, ulteriormente, spinta affermando che “anche il funzionario può assistere nel giudizio tributario il Comune ed è anche legittimato a firmare tutti gli atti occorrenti per la difesa dell’ente, ovvero la costituzione in giudizio ed il ricorso in appello”.
In tal senso si è espresso il Supremo Consesso con la pronuncia n. 18419 del 16/09/2005, che nell’ interpretare l’art. 3-bis della L. n. 88/2005 di conversione del D. L. n. 44/2005, ha riconosciuto al dirigente dell’Ufficio tributi, oltre all’assistenza, anche la rappresentanza dell’ente; pertanto, gli enti che non possiedono tale figura, possono ricorrere al titolare di posizione organizzativa.
Sull’argomento la stessa Suprema Corte si era già pronunciata con le sentenze n. 139 del 09/01/2004 e n. 181 del 10/01/2004, chiarendo che non si verifica violazione ed erronea applicazione delle norme che disciplinano la rappresentanza in giudizio, quando i funzionari del Comune hanno svolto le funzioni di assistenza processuale o difesa tecnica, di cui all’art. 12 del D. Lgs. n. 546/92.
Siffatto intervento dei funzionari comunali, previsto dalla legge processuale, risponde all’esigenza di evitare il sistematico e costoso ricorso ad avvocati del libero foro e trova esplicita sanzione nell’art. 15, comma 2 bis D. Lgs. n. 546/92 cit., secondo cui “nella liquidazione delle spese a favore dell’ente locale, se assistito da propri dipendenti, si applica la tariffa vigente per gli avvocati e procuratori, con la riduzione del 20% degli onorari ivi previsti”.
In seguito, con la sentenza n. 685/2007, la giurisprudenza di legittimità ha, ulteriormente, ribadito che il Comune nell’esercizio dei poteri statutari può – nell’ambito dei settori di competenza – affidare direttamente la rappresentanza a stare in giudizio ad esponenti apicali della struttura burocratica amministrativa, senza necessità di delega del Sindaco. Il Supremo Consesso ha chiarito che non sussiste, pertanto, alcuna nullità del procedimento svoltosi in tema ICI, innanzi alle Commissioni tributarie, ove gli atti del Comune siano stati sottoscritti, non già dal sindaco, ma da un funzionario comunale.
Tale nuova impostazione della giurisprudenza di legittimità ha ridisegnato il rapporto tra legge statale e statuto nel sistema della gerarchia delle fonti, definendo lo statuto “come atto normativo atipico, con caratteristiche specifiche, di rango paraprimario o subprimario, posto in posizione di primazia rispetto alle fonti secondarie dei regolamenti e al di sotto delle leggi di principio.”
Viene così definitivamente superata l’impostazione tradizionale che escludeva la legittimità di ogni previsione statutaria di conferimento della rappresentanza processuale a persona diversa dal Sindaco, dovendosi attribuire all’art. 50 del D.Lgs. 267/2000 una interpretazione costituzionalmente orientata, atta a non circoscrivere il potere rappresentativo meramente al Sindaco.
Ciò comporta, in ragione della riconosciuta natura di atto normativo dello Statuto, la soggezione al principio iura novit curia, per il quale la conoscenza dello statuto deve ora appartenere alla scienza ufficiale del giudice, che è tenuto a disporne l’acquisizione anche d’ufficio.
In buona sostanza, in ordine alla rappresentanza in giudizio dell’ente locale, si deve concludere col ritenere che essa possa sussistere anche in capo al funzionario comunale, in quanto abilitato a sottoscrivere tutti gli atti necessari per lo svolgimento della funzione di assistenza ad essi riconosciuta, ivi compreso, al fine di rendere effettivo l’esercizio del diritto di difesa dell’ente locale, il potere di sottoscrivere il ricorso introduttivo e la costituzione in giudizio, restando fermo che il sindaco, quale organo di rappresentanza dell’ente, può farsi assistere nel giudizio dai medesimi funzionari.
Difatti, proprio in virtù della facoltà riconosciuta all’ente locale di farsi assistere dai propri funzionari, si determina la legittimità anche della sottoscrizione dell’atto processuale di costituzione da parte dello stesso funzionario, in quanto, ai sensi dell’articolo 18, comma 3, del Dlgs 546/92 “il ricorso deve essere sottoscritto dal difensore” e, pertanto, al funzionario delegato dell’assistenza devono essere riconosciuti tutti i poteri che la legge processuale tributaria attribuisce al difensore tecnico.
Successivamente, la Cassazione ha ribadito tale orientamento giurisprudenziale, con sentenza n.3662/2015, sottolineando il principio che, in tema di contenzioso tributario, l'ente locale, nei cui confronti è proposto il ricorso, può stare in giudizio anche mediante il dirigente dell'ufficio tributi, o, in mancanza di tale figura dirigenziale, mediante il titolare della posizione organizzativa comprendente l'ufficio tributi.
La giurisprudenza di legittimità, nel suo iter logico, si è soffermata sul concetto di parte, nell’ambito del contenzioso tributario, fissato dall'art. 10, D.Lgs. n. 546/1992 e sugli interventi normativi dell’art. 11 D.Lgs. 546/1992, il quale ora stabilisce che l’ente, cui è stato proposto il ricorso, può stare in giudizio anche mediante il dirigente dell’Ufficio tributi e, se privo di figure dirigenziali, mediante il titolare di posizione organizzativa in cui è collocato l’ufficio
In buona sostanza,secondo il Supremo Consesso, in ordine alla rappresentanza in giudizio dell’ente locale, si deve concludere col ritenere che essa possa sussistere anche in capo al funzionario comunale, in quanto abilitato a sottoscrivere tutti gli atti necessari per lo svolgimento della funzione di assistenza ad essi riconosciuta, ivi compreso, al fine di rendere effettivo l'esercizio del diritto di difesa dell'ente locale, il potere di sottoscrivere il ricorso introduttivo e la costituzione in giudizio, fermo restando che il sindaco, quale organo di rappresentanza dell'ente, può farsi assistere nel giudizio dai medesimi funzionari. E infatti, proprio in virtù della facoltà riconosciuta all'ente locale di farsi assistere dai propri funzionari, si determina la legittimità anche della sottoscrizione dell'atto processuale di costituzione da parte dello stesso funzionario, in quanto, ai sensi dell'art. 18, comma 3, D.Lgs. n. 546/1992 "il ricorso deve essere sottoscritto dal difensore" e, pertanto, al funzionario delegato dell'assistenza devono essere riconosciuti tutti ipoteri che la legge processuale tributaria attribuisce al difensore tecnico.
Per tale ragione, secondo la Corte di Cassazione, non si verifica la violazione ed erronea applicazione delle norme che disciplinano la rappresentanza in giudizio, quando i funzionari del Comune hanno svolto le funzioni di assistenza processuale o difesa tecnica(v. anche Corte di Cassazione, sez. trib., sentenza 20/03/2009, n.6807).
Con una recente sentenza( Cass.n. n. 577/2017) il Supremo Consesso ha, altresì, precisato che la rappresentanza del Comune in giudizio può dal regolamento dell’ente essere assegnata al dirigente del settore competente e non deve essere necessariamente assegnata al dirigente del settore tributi. Lo stesso principio si applica negli enti privi di dirigente relativamente al responsabile di posizione organizzativa, che come noto svolge i compiti assegnati al dirigente nelle amministrazioni locali che ne sono prive. Tali attribuzioni vanno coniugate con la previsione per cui la rappresentanza dell’ente spetta in linea ordinaria al sindaco.
Nel caso specifico è stato ritenuto legittimo che un Comune fossa rappresentato nel giudizio dinanzi alla commissione tributaria da parte del dirigente del settore affissioni e non da quello tributario. Il giudizio verteva sulla irrogazione da parte dell’ente di una sanzione per violazioni delle disposizioni impartite dal Comune che si sono registrate nelle affissioni.
La sentenza della Corte di Cassazione, sezione tributaria, ha rammentato, inoltre, le previsioni dettate dal D.Lgs. n. 546/1992, art. 11, comma 3, per come sostituito dal D.L. n. 44/2005, per il quale “l'ente locale nei cui confronti è proposto il ricorso può stare in giudizio anche tramite il dirigente dell'ufficio-tributi ovvero, per gli enti locali privi di figura dirigenziale, mediante il titolare della posizione organizzativa in cui è collocato detto ufficio”. Dal che non ne deve però essere tratta la conseguenza che si sia in presenza di un’ attribuzione che può essere svolta esclusivamente dal dirigente dell’ufficio tributi, trattandosi di una attribuzione che può essere assegnata ad un altro dirigente.
Inoltre, la giurisprudenza di legittimità ha affermato che, “a seguito della riforma del Titolo 5 della Costituzione e del regime delle autonomie degli enti locali di cui al D.Lgs. n. 267/2000, i regolamenti comunali possono legittimamente prevedere che, nel contenzioso avanti alle commissioni tributarie, a rappresentare in giudizio l'ente sia un dirigente del servizio di competenza, ancorchè diverso da quello dell'ufficio-tributi; e ciò senza necessità di specifica delibera autorizzativa della giunta comunale”.
Per cui, conclusivamente, la sentenza ha fissato il seguente principio: il “potere di rappresentanza processuale dei dirigenti deve intendersi, dunque, assolutamente pacifico riguardo ai giudizi davanti alle commissioni tributarie". Lo stesso principio si deve applicare, giova ricordare, anche alle posizioni organizzative nelle amministrazioni locali che sono prive di dirigenti.

3.Nel processo tributario solo il sindaco rappresenta l’ente (Cass.n.27579 del 30 ottobre 2018)
3.1.Principio di diritto
Spetta solo al sindaco il potere di rappresentare il Comune nel processo tributario, come ricorrente o parte resistente; pertanto, i dirigenti comunali non hanno alcun potere di agire o di resistere in giudizio in mancanza di un’espressa previsione contenuta nello statuto comunale o, in alternativa, nel regolamento dell’ente, ma solo se lo statuto contenga un rinvio espresso alla norma regolamentare.
3.2.Caso di specie
Il Comune di T. appellava la sentenza della CTP che aveva disapplicato la delibera di determinazione delle tariffe TARSU e, quindi, annullata l’ingiunzione di pagamento emessa dal Comune di T. Inoltre, il giudice di prime cure, ordinava all’ente locale di applicare la tariffa in ragione del costo di smaltimento dei rifiuti,come determinato per l’anno 2001.
La CTR dichiarava inammissibile il gravame del Comune di T. e affermava che, il primo giudice avrebbe dovuto limitarsi all’annullamento dell’ingiunzione di pagamento, non potendosi sostituire all’ente impositore nella determinazione della tariffa.
Avverso predetta sentenza il Comune di T. proponeva ricorso per Cassazione.
La Suprema Corte, a tal proposito, ha chiarito nuovamente la questione sulla rappresentanza dell’ente locale nel processo tributario.
3.3 Motivazione della sentenza
La Suprema Corte nel suo iter motivazionale ha messo in evidenza , in primo luogo, come nel caso di specie, il Comune di T. al comma 3 dell’art. 22 dello suo statuto prevede che “Il sindaco ha la rappresentanza politico istituzionale dell’ente. In tale veste può esprimere valutazioni di opportunità a promuovere o resistere alle liti in quei giudizi che coinvolgono interessi generali dell’Ente. In ogni altro procedimento la rappresentanza processuale dell’ente è conferita al Dirigente pro tempore degli AA.LL, il quale acquisito il parere del dirigente della Direzione ha curato l’attività amministrativa sfociata in controversia, provvede a sottoscrivere il mandato previa adozione degli atti amministrativi presupposti”.
Successivamente, il Supremo Consesso, in conformità ai suoi ultimi precedenti giurisprudenziali, ha ribadito che, qualora sussista una specifica previsione statutaria o regolamentare, il Comune può legittimamente affidare la rappresentanza a stare in giudizio ai dirigenti, nell’ambito dei rispettivi settori di competenza, quale espressione del loro potere gestionale, ovvero a esponenti apicali della struttura burocratico- amministrativa del Comune, fermo restando che “…ove una specifica previsione statutaria non sussista, il sindaco conserva l’esclusiva titolarità del potere di rappresentanza processuale del Comune, ai sensi del testo unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali, approvato con il D.lgs 18 agosto 2000, n.267…”.
La Corte di Cassazione ha precisato che, nell’ipotesi in cui lo statuto o, nei limiti predetti, il regolamento affidi la rappresentanza del Comune a stare in giudizio al dirigente dell’Ufficio legale, quest’ultimo, qualora abbia i requisiti, “può costituirsi senza bisogno di procura, ovvero attribuire l’incarico a un professionista legale interno o del libero foro(salve le ipotesi, legalmente tipizzate, nelle quali l’ente locale può stare in giudizio senza il ministero di un legale) e, ove abilitato alla difesa presso le magistrature superiori, può anche svolgere personalmente attività difensiva nel giudizio di cassazione(Cass.S.U.n.12868/2005;Cass.n.4556/2012;Cass.n.7402/2014)”.
Per di più,ai sensi dell’art. 23, comma 1 L. n. 247 del 2012, è prevista l’iscrizione in un elenco speciale annesso all’albo per gli avvocati degli uffici legali specificatamente istituititi presso gli enti pubblici, iscrizione obbligatoria per compiere le prestazioni(assistenza, rappresentanza e difesa nei giudizi davanti a tutti gli organi giurisdizionali e nelle procedure arbitrali abituali).
Tale iscrizione nell’elenco speciale è prescritta, come poc’anzidetto, per l’esercizio dell’attività di assistenza, di rappresentanza e difesa dell’ente pubblico presso il quale l’avvocato presta, in via esclusiva, la propria opera, attività che nel caso di specie, non è riferibile all’avvocato A., poiché in virtù della posizione apicale ricoperta, ossia del rapporto organico che lo lega all’ente,è soggetto munito del potere rappresentativo del Comune di T. e della correlata facoltà di nomina dei difensori; sicchè la nomina dell’Avv.C. è stata validamente conferita.

Lecce, 3 dicembre 2018
Avv. Maurizio Villani
Avv. Lucia Morciano


AVV. MAURIZIO VILLANI
Avvocato Tributarista in Lecce
Patrocinante in Cassazione
www.studiotributariovillani.it - e-mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

PROCESSO TRIBUTARIO: INVALIDI GLI ATTI DELL’ADER COMPIUTI DALL’AVVOCATO DEL LIBERO FORO PER NULLITÀ DELLA PROCURA

1. Principio di diritto
2. Caso di specie
3. Motivazione della sentenza


1. Principio di diritto
La Suprema Corte, con sentenza n. 28684/2018 ha statuito che gli atti di costituzione in giudizio e le controdeduzioni, i ricorsi in appello, i ricorsi per Cassazione proposti dall’AdER per mezzo di un avvocato del libero foro sono invalidi; da ciò ne discende l’inammissibilità delle domande giudiziali avanzate e l’inutilizzabilità delle deduzioni e della documentazione depositata nei fascicoli processuali.

2. Caso di specie
G. e P. riassumevano il giudizio introdotto dal loro de cuius che, a suo tempo, aveva impugnato il preavviso di fermo di veicolo fondato su 59 cartelle, recanti crediti per sanzioni tributarie e sanzioni relative al C.d.S, insistendo sull’originaria eccezione di nullità della notifica delle cartelle al portiere e impugnando le sanzioni, in quanto intrasmissibili agli eredi dei trasgressori di leggi tributarie ex artt. 3 e 15 della L. n. del 1929.
La CTP di Roma dichiarava il difetto di giurisdizione in ordine alle cartelle relative alle violazioni del C.d.S. e rigettava la residua impugnazione relativa all’insussistenza dell’obbligo tributario in capo agli eredi, ritenendo applicabile l’art. 11, c.7, l. n. 689/81.
La sentenza veniva appellata dai contribuenti dinanzi alla CTR Lazio che rigettava il gravame affermando l’inammissibilità del ricorso di primo grado per la tardiva contestazione delle cartelle esattoriali, in quanto le cartelle erano state correttamente notificate al contribuente a mezzo di posta raccomandata con avviso di ricevimento.
Avverso la sentenza di secondo grado proponevano ricorso per Cassazione i coeredi.
L’Agenzia delle Entrate e Riscossione si costituiva in giudizio in veste di ente pubblico economico successore universale di Equitalia, ex art. 1, comma 3, D.L. n. 193/16 conv. in L. n. 225/2016.
La costituzione di AdER avveniva con la nomina del difensore di un libero foro, in base a un’allegata procura alle liti, autenticata e rilasciata dall’allora direttore generale di Equitalia Sud S.p.A.
Il Supremo Consesso, nella sentenza in esame, ha affermato la nullità della procura, per le ragioni che verranno di seguito esposte.

3. Motivazione della sentenza
Prima di dare contezza dell’iter logico seguito dalla Suprema Corte nella citata sentenza, occorre premettere che il primo comma dell’art.1 del D.L. n. 193/2016 prevede che “A decorrere dal 1° luglio 2017 le società del Gruppo Equitalia sono sciolte, a esclusione della società di cui alla lettera b) del comma 11, che svolge funzioni diverse dalla riscossione. Le stesse sono cancellate d’ufficio dal registro delle imprese ed estinte, senza che sia esperita alcuna procedura di liquidazione…”.
Il successivo comma 2 enuncia, inoltre, “dalla data di cui al comma 1, l’esercizio delle funzioni relative alla riscossione nazionale, di cui all’articolo 3, comma 1, del decreto-legge 30 settembre 2005, n. 203, convertito, con modificazioni, dalla legge 2 dicembre 2005, n. 248, è attribuito all’Agenzia delle entrate di cui all’articolo 62 del decreto legislativo 30 luglio 1999, n. 300, ed è svolto dall’ente strumentale di cui al comma 3”.
Il citato comma 3, richiamato expressis verbis dal predetto comma 2, enuncia: “Al fine di garantire la continuità e la funzionalità delle attività di riscossione, è istituito, a far data dal 1º luglio 2017, un ente pubblico economico, denominato "Agenzia delle entrate-Riscossione", ente strumentale dell’Agenzia delle entrate sottoposto all’indirizzo e alla vigilanza del Ministro dell’economia e delle finanze. L’Agenzia delle entrate provvede a monitorare costantemente l’attività dell’Agenzia delle entrate-Riscossione, secondo principi di trasparenza e pubblicità. L’ente subentra, a titolo universale, nei rapporti giuridici attivi e passivi, anche processuali, delle società del Gruppo Equitalia di cui al comma 1 e assume la qualifica di agente della riscossione con i poteri e secondo le disposizioni di cui al titolo I, capo II, e al titolo II, del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 602. L’ente può anche svolgere le attività di riscossione delle entrate tributarie o patrimoniali delle amministrazioni locali, come individuate dall'Istituto nazionale di statistica (ISTAT) ai sensi dell'articolo 1, comma 3, della legge 31 dicembre 2009, n. 196, con esclusione delle società di riscossione, e, fermo restando quanto previsto dall'articolo 17, commi 3-bis e 3-ter, del decreto legislativo 26 febbraio 1999, n. 46, delle società da esse partecipate. L’ente ha autonomia organizzativa, patrimoniale, contabile e di gestione. Sono organi dell’ente il presidente, il comitato di gestione e il collegio dei revisori dei conti, il cui presidente è scelto tra i magistrati della Corte dei Conti”.
Secondo la giurisprudenza di legittimità, il trasferimento di funzioni operato dalla citata normativa ha comportato, sul piano processuale, il verificarsi non del fenomeno successorio ex art. 110 c.p.c., che comporta la successione nel processo nell’ipotesi del “venir meno” della parte per morte o per altra causa, bensì di quello ex art. 111 c.p.c., con un’eventuale legittimazione concorrente e non sostitutiva del successore a titolo particolare, in quanto la norma ha concepito un nuovo soggetto giuridico come “un destinatario di un trasferimento di funzioni e di attribuzioni prima conferite ad altri (Cass. nn. 7318 e 21773 del 2014)”.
Ciò è accaduto con la successione di AdER e, precedentemente, con il trasferimento delle funzioni dal Ministero delle Finanze alle agenzie fiscali (art. 57 D.lgs n. 300/99) e delle preeesistenti concessionarie per la riscossione alla stessa Equitalia Spa ex art. 3 d.l. n. 203/2005 conv. in l. n. 248/2005.
A tal proposito, la Corte di Cassazione ha affermato che, non essendo rilevante la sopravvenuta morte della parte, coloro che intendano prendere parte al giudizio, in nome proprio o in qualità di successori, possono farlo con atto d’intervento o con ricorso, previo rilascio di un’apposita procura notarile, stante la perdurante valenza del mandato rilasciato dall’originario ricorrente.
Inoltre, in riferimento al citato art. 1, il comma 8, quanto alla difesa in giudizio dell’AdER, prevede: “L’ente è autorizzato ad avvalersi del patrocinio dell’Avvocatura dello Stato ai sensi dell’articolo 43 del testo unico delle leggi e delle norme giuridiche sulla rappresentanza e difesa in giudizio dello Stato e sull’ordinamento dell’Avvocatura dello Stato, di cui al regio decreto 30 ottobre 1933, n. 1611, fatte salve le ipotesi di conflitto e comunque su base convenzionale…”
Inoltre, il legislatore ha previsto, nel citato comma, che l’AdER possa avvalersi di avvocati del libero foro “… sulla base di specifici criteri definiti negli atti di carattere generale deliberati ai sensi del comma 5 del presente articolo” e secondo i parametri selettivi del D.lgs n. 50/2016 (Codice dei Contratti Pubblici), stabilendo che l’ente possa “... avvalersi ed essere rappresentato, davanti al tribunale e al giudice di pace, da propri dipendenti delegati, che possono stare in giudizio personalmente; in ogni caso, ove vengano in rilievo questioni di massima o aventi notevoli riflessi economici, l’Avvocatura dello Stato, sentito l’ente, può assumere direttamente la trattazione della causa. Per il patrocinio davanti alle commissioni tributarie continua ad applicarsi l’articolo 11, comma 2, del decreto legislativo 31 dicembre 1992, n. 546”.
Sul punto, la Suprema Corte ha sottolineato che l’Avvocatura di Stato, in aggiunta al patrocinio obbligatorio in favore delle Amministrazioni dello Stato, può essere autorizzata ad assumere la rappresentanza e la difesa anche di Amministrazioni pubbliche non statali e di enti pubblici sovvenzionati, sottoposti a tutela o a sola vigilanza dello Stato; la condizione necessaria e sufficiente per l’esercizio di predetto patrocinio è l’esistenza di un provvedimento di autorizzazione che, in base a quanto disposto dall’art. 43 citato, può essere costituito da una “disposizione di legge, di regolamento o di altro provvedimento approvato con regio decreto”, i quali devono essere “promossi di concerto” con i Ministri della Giustizia e dell’Economia e delle Finanze.
Nel caso di predetto provvedimento di autorizzazione, la rappresentanza e la difesa in giudizio sono assunte dall’Avvocatura “in via organica ed esclusiva” (art. 43 del T.U, così come modificato dall’art. 11 L.n. 103/1979); pertanto, si applicano le medesime regole del patrocinio obbligatorio, salva l’ipotesi di un conflitto con lo Stato o con le Regioni.
Ad eccezione della predetta ipotesi di conflitto d’interessi, le Amministrazioni e gli enti suindicati possono decidere di non avvalersi dell’Avvocatura dello Stato soltanto in “casi speciali” e previa adozione di “apposita motivata delibera da sottoporre agli organi di vigilanza”.
Quindi, la citata recente normativa (art. 1, al comma 8 del D.L. n. 193/2016), in accordo con l’art. 43 R.D.citato espressamente dalla stessa richiamato, secondo cui “L'Avvocatura dello Stato può assumere la rappresentanza e la difesa nei giudizi attivi e passivi avanti le Autorità giudiziarie, i Collegi arbitrali, le giurisdizioni amministrative e speciali, di amministrazioni pubbliche non statali ed enti sovvenzionati, sottoposti a tutela od anche a sola vigilanza dello Stato, sempre che sia autorizzata da disposizione di legge, di regolamento o di altro provvedimento approvato con regio decreto”, introduce il patrocinio autorizzato ai fini della rappresentanza in giudizio dell’Avvocatura con i limitati effetti di tale forma di rappresentanza, ossia l’esclusione della necessità di mandato e, salvi i casi di conflitto, la facoltà di avvalersi di avvocati di libero foro, e non dell’Avvocatura dello Stato, solo in casi eccezionali, previa delibera dell’organo di vigilanza; tale possibilità, nel caso di specie, è giustificata dal fatto che il nuovo ente (AdER) è distinto dallo Stato (Agenzie fiscali).
Orbene, la scelta di un avvocato del libero foro in luogo dell’Avvocato dello Stato non è discrezionale ma, in base alla predetta normativa e, in particolare, alla luce dell’art. 4 del D.lgs n. 50/2016 (Codice dei contratti pubblici), che individua i principi relativi all’affidamento dei contratti pubblici, l’Agenzia deve operare nel rispetto dei “principi di legalità, imparzialità, trasparenza, efficienza ed economicità” (come ribadito con il regolamento del 28 marzo del 2018).
La normativa in questione, infatti, ha disposto che l’affidamento dell’incarico difensivo ad avvocati del libero foro è condizionato dai medesimi criteri di selezione di cui al codice dei contratti pubblici e, soprattutto, dagli “specifici criteri definiti negli atti di carattere generale deliberati ai sensi del comma 5 del presente articolo (art. 1, comma 8, D.L. n. 193/2016 in esame); ossia, dallo statuto e da quegli atti, appunto, di carattere generale, di competenza del comitato di gestione, “che disciplinano l’organizzazione e il funzionamento dell’ente” devono essere individuati i casi di accesso al patrocinio del libero foro, in alternativa a quello dell’Avvocatura dello Stato.
Precisamente, a parere della Suprema Corte, la decisione di avvalersi di avvocati del libero foro per la difesa in giudizio, per essere valida, presuppone:
a) che si sia in presenza di un caso speciale;
b) che intervenga un’apposita delibera dell’organo deliberante;
c) che tale delibera sia sottoposta agli organi di vigilanza;
d) che sia prodotta in giudizio idonea documentazione in merito alla sussistenza dei suddetti elementi.
Inoltre, il “Regolamento di Amministrazione” di Agenzia delle Entrate-Riscossione, deliberato dal Comitato di Gestione il 26 marzo 2018 e approvato dal Ministero dell’Economia e delle Finanze il 19 maggio 2018, nel disciplinare l’aspetto del patrocinio legale, stabilisce che l’ente stesso possa “continuare ad avvalersi di avvocati di libero foro”, ma soltanto “in via residuale” e “nei casi in cui si accerti l’impossibilità dell’Avvocatura dello Stato di assumere il patrocinio” (eccezione), secondo le modalità operative concordate con apposita convenzione.
Tale regolamento, però, nel recepire le disposizioni normative succitate, individua in via generale le fattispecie di accesso al libero foro, subordinandole alla dichiarata impossibilità dell’avvocatura di assumere l’incarico, ma non assolve né alla funzione della delibera motivata di cui al comma 4° dell’art. 43 del R.D. n.1611, né della delibera o atto amministrativo ritenuto necessario dal testo novellato del comma 8° dell’art. 1 del d.l. n. 193/2016, il quale implica, a sua volta, la fissazione di criteri specifici contenuti in atti generali deliberati dal comitato di gestione.
Alla luce di quanto suesposto, secondo la Corte di Cassazione “laddove il mandato dell’avvocato del libero foro sia stato rilasciato senza il vaglio dell’organo di vigilanza e non ricorra un caso di urgenza oppure non si sia in presenza di un documentato conflitto d’interessi reale, tale atto è nullo ed è suscettibile di sanatoria soltanto nei limiti stabiliti dall’art. 125 c.p.c. e a certe condizioni ma esclusivamente per i giudizi di merito e non per il giudizio di Cassazione, a meno che si sia formato giudicato interno sul punto…”.
Pertanto, la delibera dell’organo deliberante si configura come un requisito indispensabile per la validità del mandato difensivo conferito dall’avvocato del libero foro, imposto dalla richiamata normativa speciale sul patrocinio autorizzato e, invece, il regolamento non è atto idoneo a legittimare il ricorso al patrocinio dell’avvocato del libero foro, stabilendo solo i presupposti che ne determinano la possibilità di derogare, nel caso concreto, alla regola generale.
Da ciò ne discende che, la carenza di una valida delibera, comporta il difetto dello ius postulandi del difensore, rilevabile d’ufficio e, perciò, l’invalidità della procura speciale richiesta nel giudizio di Cassazione, comporta l’ulteriore conseguenza che la lite deve essere decisa tra le parti originarie del giudizio di legittimità.

Lecce, 26 novembre 2018

Avv. Maurizio Villani
Avv. Lucia Morciano


AVV. MAURIZIO VILLANI
Avvocato Tributarista in Lecce
Patrocinante in Cassazione
www.studiotributariovillani.it - e-mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

L’Autorità Nazionale Anticorruzione auspica la riforma della giustizia tributaria

Nell’aggiornamento 2018 al Piano Nazionale Anticorruzione è stato analizzato il tema riguardante l’attuale sistema di verifica giudiziale, con riferimento in particolare alla composizione delle Commissioni tributarie.

Leggi tutto: L’Autorità Nazionale Anticorruzione auspica la riforma della giustizia tributaria

COPYRIGHT © 2019. CONFINDUSTRIA LECCE via VITO FORNARI, 12 - 73100 LECCE
TEL. 0832.316061 - FAX. 0832.397402
Powered by Informatica & Tecnologia  Designed by Shape5.com