Questo sito web utilizza i cookie per implementare alcune funzionalità statistiche e promozionali. Proseguendo con la navigazione si intende accettata la Cookie Policy. Privacy Policy
  • Login
  • Area privata
.: RSS di Economia - ANSA.it:.  Borsa: Europa chiude in calo Francoforte -0,98%, Parigi -0,35%, Londra -0,07%    |    Ryanair: Filt-Uilt, confermato stop 25/7 Con protocollo con Fit Cisl ha perso occasione per dialogo    |    Borsa: Milano chiude a -0,41% Ftse Mib a 21.794 punti    |    Borsa:Europa in calo,Milano lima a -0,5% Spread stabile, euro resta in rialzo sul dollaro    |    Borsa: Ny apre contrastata S&P500 -0,08% dopo nuovo affondo di Trump su Fed e Cina    |    Consegna multe non più solo da Poste Di Maio, con provvedimento passo decisivo apertura mercato    |    Snam guida consorzio per acquisto Desfa Alverà firma alla presenza del ministro Stathakis    |    Ue: debito Italia sale a 133,4% +1,6 punti, terzo aumento più alto. Ma su base annua cala di 0,4    |    Fonti Mef, dimissioni Tria pura fantasia
Di maio, non le ho mai chieste
Smentite ricostruzioni di stampa    |    Borsa: Europa in calo, Milano cede 1% Leonardo si appesantisce (-3,1%) dopo inchiesta ex Banca di Roma    |    Fisco, 86% dichiarazioni passano per Caf Oltre 17 milioni su totale di 20 milioni, dati in linea con 2017    |    Ilva: Di Maio, gara è stato un pasticcio Avvieremo indagine, consapevole che tempo è poco    |    Borsa Milano cede l'1%, Fca fra peggiori Salgono solo Recordati (+2,5%) e Luxottica (+0,3%)    |    Borse Europa aprono in rosso Francoforte in perdita dello 0,17%. Piatta Londra    |    Spread Btp apre in rialzo a 224,7 punti Rendimento al 2,55%    |    Cambi: euro in rialzo a 1,1653 dollari Yen a 130,94    |    Oro: invariato a 1.223,08 dollari Variazione positiva dello 0,01%    |    Borsa: Milano apre in calo dello 0,58% Indice principali titoli a 21.758 punti    |    Petrolio: in rialzo a 69,78 dollari Brent a 72,85    |    Borse Asia contrastate, Cina rimbalza Giù Tokyo dopo dati inflazione. Per futures Wall Street in calo    |    Borsa, Tokyo apre poco variata (-0,15%) Cambi: yen riprende quota sul dollaro    |    Intesa M5S-Lega su voucher e incentivi Agricoltura,turismo ed enti locali. Spinta a contratti stabili    |    Petrolio: chiude in rialzo a Ny Quotazioni salgono dell'1,02%    |    Rinnovo contratto chimica-farmaceutica Per 200mila aumento di 129 euro nell'arco di tre anni    |    Casa Bianca, rispetto indipendenza Fed Dopo parole Trump che ha criticato il rialzo dei tassi    |    Trump non contento rialzi dei tassi Fed Mettono gli Stati Uniti in una posizione di svantaggio    |    Ilva: Anac, stop spetta a governo
Di Maio informa Conte
Scrive a Di Maio. Annullamento solo per interesse pubblico    |    Borsa Milano chiude debole con le banche Attesa per semestrali, cede Buzzi, acquisti su Fca    |    Boeri, mi minaccia chi deve tutelarmi Non posso prendere in considerazione richieste dimissioni online    |    Boeri, min.Lavoro prevedeva calo posti Richiesta quantificare minor gettito per contrazione contratti    |   

SANZIONI TRIBUTARIE LE OBIETTIVE CONDIZIONI DI INCERTEZZA

 

L’art. 8 D.Lgs. n. 546 del 31 dicembre 1992 e successive modifiche ed integrazioni dispone testualmente:

“La commissione tributaria dichiara non applicabili le sanzioni non penali previste dalle leggi tributarie quando la violazione è giustificata da obiettive condizioni di incertezza sulla portata e sull’ambito di applicazione delle disposizioni alle quali si riferisce”.

La Corte di Cassazione (cfr. Cass. n. 13076 del 24/06/2015; Cass. n. 4394 del 24/02/2014; Cass. n. 3113 del 12/02/2014; Cass. n. 24670 del 28/11/2007; Cass. n. 18405 del 12/07/2018) è ripetutamente intervenuta a definire l'ambito di non debenza delle sanzioni enunciando i seguenti principi di diritto.

A) Per "incertezza normativa oggettiva tributaria" deve intendersi la situazione giuridica oggettiva, che si crea nella normazione per effetto dell'azione di tutti i formanti del diritto, tra cui in primo luogo, ma non esclusivamente, la produzione normativa, e che è caratterizzata dall'impossibilità, esistente in sé ed accertata dal giudice, d'individuare con sicurezza ed univocamente, al termine di un procedimento interpretativo metodicamente corretto, la norma giuridica sotto la quale effettuare la sussunzione di un caso di specie.

B) L'incertezza normativa oggettiva costituisce una situazione diversa rispetto alla soggettiva ignoranza incolpevole del diritto come emerge dal D.Lgs. 18 dicembre 1997, n. 472, art. 6 che distingue in modo netto le due figure dell'incertezza normativa oggettiva e dell'ignoranza (pur ricollegandovi i medesimi effetti) e perciò l'accertamento di essa è esclusivamente demandata al giudice e non può essere operato dalla amministrazione.

C) L'incertezza normativa oggettiva non ha il suo fondamento nell'ignoranza giustificata, ma nell'impossibilità, abbandonato lo stato d'ignoranza, di pervenire comunque allo stato di conoscenza sicura della norma giuridica tributaria.

L'essenza del fenomeno dell'incertezza normativa oggettiva si può rilevare attraverso una serie di fatti indice, che spetta al giudice accertare e valutare nel loro valore indicativo, e che sono stati individuati a titolo di esempio e, quindi, non esaustivamente:

1) nella difficoltà d'individuazione delle disposizioni normative, dovuta magari al difetto di esplicite previsioni di legge;

2) nella difficoltà di confezione della formula dichiarativa della norma giuridica;

3) nella difficoltà di determinazione del significato della formula dichiarativa individuata;

4) nella mancanza di informazioni amministrative o nella loro contraddittorietà;

5) nella mancanza di una prassi amministrativa o nell'adozione di prassi amministrative contrastanti;

6) nella mancanza di precedenti giurisprudenziali;

7) nella formazione di orientamenti giurisprudenziali contrastanti, magari accompagnati dalla sollecitazione, da parte dei Giudici comuni, di un intervento chiarificatore della Corte Costituzionale o della Corte di Cassazione a Sezioni Unite;

8) nel contrasto tra prassi amministrativa e orientamento giurisprudenziale;

9) nel contrasto tra opinioni dottrinali;

10) nell'adozione di norme di interpretazione autentica o meramente esplicative di norma implicita preesistente.

Tali fatti indice devono essere accertati, esaminati ed inseriti in procedimenti interpretativi della formazione che siano metodicamente corretti e che portino inevitabilmente a risultati tra loro contrastanti ed incompatibili.

Costituisce, quindi, causa di esenzione del contribuente dalla responsabilità amministrativa tributaria una condizione di inevitabile incertezza sul contenuto, sull'oggetto e sui destinatari della norma tributaria, ossia l'insicurezza ed equivocità del risultato conseguito attraverso la sua interpretazione.

In sede contenziosa, per chiedere ed ottenere la non applicazione delle sanzioni tributarie, è bene che il contribuente eccepisca sempre i documenti quanto sopra esposto.

Lecce, 14 luglio 2018

 

Avv. Maurizio Villani

Dott. Alessandro Villani

 

 

AVV. MAURIZIO VILLANI

Avvocato Tributarista in Lecce

Patrocinante in Cassazione

www.studiotributariovillani.it - e-mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

 /p>"


Puglia loves Family

La Regione Puglia – Assessorato al Welfare ha approvato il Programma attuativo per rendere la Puglia un territorio amico delle famiglie e promuovere, in generale, la parità di genere, la conciliazione vita-lavoro e famiglia lavoro. La Regione Puglia intende promuovere e determinare un cambiamento culturale che basi le proprie radici sull’integrazione delle politiche per il “benessere delle persone” e del modo di fare impresa.

Confindustria Puglia, con tutte le sue territoriali, è al fianco della Regione in questo progetto, per contribuire a rendere la Puglia un territorio accogliente ed attrattivo per le famiglie e le persone che interagiscono con esse, e a connettere le politiche sociali con le politiche di sviluppo, in un processo di integrazione di competenze, capacità, esperienze.

Per identificare il network delle organizzazioni che aderiscono al progetto una Puglia amica delle famiglie è stato predisposto un apposito marchio di attenzione denominato Puglia Loves Family. Il marchio, registrato presso la Camera di Commercio di Bari in data 18 gennaio 2017, è garanzia di servizi e standard rispondenti alle esigenze dei nuclei familiari.

La Regione Puglia ha istituito Disciplinari settoriali per definire gli standard qualitativi di servizio e/o le politiche di prezzo che dovranno essere rispettati per la certificazione e l’ottenimento del marchio.

Ad oggi i disciplinari approvati riguardano i seguenti settori:
- Attività ricettive (esercizi alberghieri di qualunque categoria operanti sul territorio pugliese)
- Attività Culturali (Musei di varia tipologia, Teatri, Cinema, Biblioteche, Eventi temporanei)
- Stabilimenti balneari
- Attività Commerciali (pubblici esercizi che somministrano alimenti e bevande)
- Pubblica Amministrazione – Comuni

Tutti gli operatori che richiedono il Marchio e che agiscono in questi settori sono chiamati a collaborare, individuando strategie per il miglioramento dei propri servizi, nell’ottica dei bisogni espressi dalla famiglia.

L’obiettivo della Regione è soprattutto quello della condivisione del progetto con lo scopo di far sentire le famiglie che visitano la Puglia (o che ci vivono) accolte nelle strutture Family Friendly.

L’ottenimento del Marchio prevede un investimento minimo.

L’ottenimento del marchio scaturisce da un percorso valutativo effettuato da un apposito organismo regionale sulla base di disciplinari settoriali costruiti insieme ai rappresentanti delle Associazioni di categoria coinvolti per i singoli settori.
I requisiti da possedere riguardano alcuni aspetti strutturali legati agli spazi comuni e di gioco per i bambini, all’arredamento e alle attrezzature delle stanze e dei servizi, alle tariffe preferenziali, alle attività complementari.

Chi ottiene una valutazione positiva, con conseguente attribuzione del marchio, entra a far parte del circuito “Puglia loves Family” e potrà essere facilmente riconoscibile grazie agli strumenti di comunicazione che verranno resi disponibili agli stessi operatori.

La Regione Puglia, inserirà la struttura all’interno del sito regionale http://family.regione.puglia.it/ ed anche all’interno del network regionale del turismo www.viaggiareinpuglia.it .

La Regione si impegna a promuovere, attraverso una costante e capillare attività di comunicazione, gli operatori family friendly regolarmente riconosciuti e registrati sul portale.

Ulteriori informazioni e aggiornamenti: https://www.facebook.com/puglialovesfamily/?hc_ref=ARS7BY1JBGTSzosYKxhQtwoEQP2tH8z9GWPtmVMsvsm3b_qUm8QXOn967gx7cHynRyk


Marcello Piccinni nel direttivo di ITABIA

Si è tenuta a Roma il 5 luglio l'Assemblea Nazionale di Itabia (Italian Biomass Associaton), la più importante Associazione Nazionale di promozione, ricerca e sviluppo nel settore delle Bioenergie, di cui fanno parte tra gli altri  Enea, Cnr, Chimica Verde, Feder Unacoma.

 

Nel corso dell'Assemblea si è proceduto al rinnovo dei membri del Consiglio Direttivo, organo formato da un pool di massimi esperti nei campi della ricerca, dell'industria e della progettazione a livello nazionale e comunitario, che resterà in carica per il triennio 2018-2020.

 

Per la prima volta nel Consiglio Direttivo è stato eletto all’unanimità un salentino: Marcello Piccinni, 49 anni, amministratore unico di Fiusis srl, azienda con sede a Calimera, associata a Confindustria Lecce, che si occupa della produzione di energia rinnovabile utilizzando i residui della potatura degli alberi.

 

“E’ con grande soddisfazione che ho appreso della nomina del collega Marcello Piccinni – ha detto il presidente di Confindustria Lecce Giancarlo Negro – a componente del Consiglio Direttivo di Itabia. Formulo a nome mio personale e degli imprenditori associati i migliori auguri di buon lavoro, nella certezza che porterà un contributo fattivo alle iniziative dell’Organizzazione, con importanti e positive ricadute in termini economici, sociali e di sostenibilità sul territorio nazionale e in particolare nel Salento. Il settore energetico è un comparto trasversale e al contempo strategico per l’industria, sul quale è necessario investire e cercare sempre nuove modalità di collaborazione.  L’ingresso di Marcello Piccinni nella compagine direttiva di Itabia consentirà certamente un reciproco arricchimento delle professionalità e darà un apporto operativo considerevole alle attività”. 

 

Già presidente della Sezione Energia e attuale membro del Comitato Tecnico Energia di Confindustria, Marcello Piccinni si insedierà nel nuovo Consiglio Direttivo di Itabia in occasione della prima seduta che si terrà a Roma nel mese di settembre.

 

“Sono davvero contento per questo riconoscimento – ha affermato Marcello Piccinni – da parte dei colleghi di tutta Italia che hanno premiato anni di impegno, sforzi e di ricerca in un settore delicato come quello dell’energia rinnovabile. E’ per me motivo di grande orgoglio e per questo ringrazio il presidente di Itabia Vito Pignatelli e tutti i soci per la fiducia accordatami. Assicuro sin da ora assidua partecipazione e collaborazione in ogni attività e progetto”. 


Il principio d’inerenza dei costi nell’evoluzione della giurisprudenza di legittimità

1. La definizione d’inerenza dei costi e la normativa di riferimento.
2. L’onere della prova dell’inerenza dei costi.
3. L’inerenza quantitativa e il principio di congruità dei costi.
4. L’inerenza dei costi consiste in un giudizio qualitativo.
4.1. Il contratto di sponsorizzazione e l’inerenza dei costi.
4.2. Il locatario può dedurre i costi sostenuti per la ristrutturazione o la manutenzione straordinaria dell’immobile (Cass. S. U. n. 11533, 11 maggio 2018).


1. La definizione d’inerenza dei costi e la normativa di riferimento.
Il principio d’ inerenza dei costi rappresenta uno dei pilastri concettuali nella determinazione del reddito imponibile d’impresa.
Esso è individuato nell’109, comma 5, del Tuir (D.P.R.n. 917/1986), il quale dispone che:
- “le spese e gli altri componenti negativi diversi dagli interessi passivi, tranne gli oneri fiscali, contributivi e di utilità sociale, sono deducibili se e nella misura in cui si riferiscono ad attività o beni da cui derivano ricavi o altri proventi che concorrono a formare il reddito o che non vi concorrono in quanto esclusi”;
- “se si riferiscono indistintamente ad attività o beni produttivi di proventi imponibili e ad attività o beni produttivi di proventi non computabili, in quanto esenti nella determinazione del reddito, sono deducibili per la parte corrispondente al rapporto tra l'ammontare dei ricavi e altri proventi che concorrono a formare il reddito d'impresa o che non vi concorrono in quanto esclusi e l'ammontare complessivo di tutti i ricavi e proventi…”.
Pertanto, predetto articolo, detta le regole generali previste per la deduzione delle spese e degli altri componenti negativi dal reddito d’impresa.
In particolare, per espressa disposizione normativa, i ricavi, le spese e gli altri componenti positivi e negativi di reddito, concorrono a formare il reddito nell’esercizio di competenza.
Tuttavia i ricavi, le spese e gli altri componenti di cui nell’esercizio di competenza non sia ancora certa l’esistenza o determinabile in modo obiettivo l’ammontare, concorrono a formarlo nell’esercizio in cui si verificano tali condizioni.
Con particolare riferimento al requisito dell’inerenza, le spese e gli altri componenti negativi di reddito diversi dagli interessi passivi, tranne gli oneri fiscali, contributivi e di utilità sociale, sono deducibili se e nella misura in cui si riferiscono ad attività o beni da cui derivano ricavi o altri proventi che concorrono a formare il reddito o che non vi concorrono in quanto esclusi (art. 109, co. 5, D.P.R. n. 917/1986).
La prassi ministeriale (Circolare n. 30/9/944 del 07/07/1983 e Risoluzione n. 158/E del 28/10/1998) ha chiarito come il concetto di inerenza non sia legato ai ricavi dell’impresa, ma all’attività di questa e, pertanto, possono essere considerati deducibili anche costi e oneri sostenuti in proiezione futura, quali le spese promozionali e, comunque, quelle dalle quali si attendono ricavi in tempi successivi.
Sul punto, anche la giurisprudenza è unanimemente orientata a richiedere, per la deducibilità dei costi e degli oneri, che gli stessi siano rapportati come causa a effetto nel circuito della produzione del reddito, come vedremo meglio nei paragrafi successivi.
Conseguentemente, possiamo affermare che il giudizio di deducibilità di un costo per inerenza riguarda la natura del bene o del servizio e il suo rapporto con l’attività d’impresa, da valutarsi in relazione allo scopo perseguito al momento in cui la spesa è stata sostenuta e con riferimento a tutte le attività tipiche dell’impresa stessa e non, semplicemente, ex post in relazione ai risultati ottenuti in termini di produzione del reddito.
Con riferimento all’inerenza, autorevole dottrina ha ritenuto che il principio di inerenza non avrebbe un’espressa disciplina nel TUIR ma discenderebbe direttamente dal principio costituzionale di capacità contributiva e che la disposizione dell’art. 109, co. 5, D.P.R. n. 917/1986 si riferirebbe al solo profilo della coesistenza di proventi imponibili ed esenti.
Inoltre, l’accertamento dell’inerenza del costo deve essere condotto tenendo conto delle specifiche condizioni sulle quali si basa la scelta dell’imprenditore, al fine di verificare che il sostenimento del costo medesimo realizzi effettivamente un vantaggio economico per l’impresa.
Invero, l’inerenza rappresenta sia nella determinazione del reddito d’impresa, che in quello di lavoro autonomo, la regola che identifica il necessario collegamento che vi deve essere tra un componente economico e l’attività esercitata.
Pertanto, sulla base di quanto precedentemente illustrato, dal punto di vista fiscale l’inerenza coniuga il principio della capacità contributiva, in quanto la deduzione di un componente negativo di reddito, nella determinazione di quello d’impresa o di lavoro autonomo, interviene direttamente in funzione detrattiva nella determinazione del presupposto da sottoporre a tassazione.
Ciò posto, è corretto rilevare che la possibilità di dedurre i componenti negativi di reddito non rappresenta una norma di favore, ma è legata all’esigenza di misurare la capacità economica del presupposto d’imposizione.
Così, l’inerenza può essere definita come quel collegamento che vi deve essere tra i vari componenti, sia positivi che negativi, con la funzione economica svolta (imprenditoriale o professionale).
Inoltre, i criteri generali per la deducibilità dei costi di esercizio o dei componenti negativi di reddito sono subordinati al rispetto dei principi di competenza, di certezza ed obiettiva determinabilità e di inerenza (ex. art. 109, D.P.R. n. 917/1986).
Da ciò discende che, a livello generale, l’inerenza di un costo è un requisito indispensabile per la deducibilità di un componente negativo dal reddito di impresa, considerando che la mancanza dell’inerenza deve essere individuata, in particolare, in tutte quelle situazioni in cui non si rileva quel necessario collegamento tra il componente negativo di reddito e la logica economica adottata dall’impresa nella sua gestione, finalizzata alla produzione di reddito.
Una delle questioni principali nel giudizio d’inerenza, riguarda la “funzionalizzazione del costo alla produzione” del reddito, o al suo essere un atto di “destinazione” del reddito, al limite di una “liberalità”. Precisamente, la Suprema Corte, con sentenza n. 10257 del 16 gennaio 2018, afferma che “nel bilancio di un’impresa si debbono distinguere le spese produttive ai fini del reddito - che sono ovviamente detraibili - e quelle in cui si concreta la “spesa” degli utili conseguiti, a fini estranei all’oggetto dell’impresa”.
L’inerenza, infatti, è un concetto da guardare in “negativo”, al fine principale di escludere la deducibilità di spese estranee all’impresa, destinate al consumo personale dell’imprenditore, dei soci e altri terzi.
Infatti, può accadere che vengano veicolate attraverso l’impresa spese di natura privata, sostenute nell’interesse di terzi o dello stesso imprenditore, ma non connesse all’attività d’impresa.

2. L’onere della prova dell’inerenza dei costi.
La prova dell’inerenza dei costi, per orientamento costante della giurisprudenza di legittimità, ricade sul contribuente. (v. Cass. nn.10257/2008,4554/2010).
In particolare, la Suprema Corte, nella sentenza n. 19600/2014, ha precisato che “la prova dell’inerenza incombe sul contribuente, anche in base al principio di vicinanza della prova”.
L’inerenza dei costi dell’attività d’impresa è, però, spesso desumibile dalle caratteristiche della spesa, cioè dalla tipologia di bene o servizio acquistato, e dal suo rapporto con l’attività esercitata.
Con la sentenza n. 5374 del 4 aprile 2012, la Corte di Cassazione ha ulteriormente confermato il proprio consolidato orientamento (Corte di Cassazione n. 12230/2001, n. 3109/2006, n. 4218/2006, n.18000/2006, n. 20521/2006, n. 24075/2006, n. 27619/2006, n. 4046/2007, n. 16115/2007, n. 10257/2008,n.3305/2009, n. 6855/2009, n. 4443/2010, n. 4554/2010, n. 19489/2010, n. 26480/2010), secondo cui “in relazione alla regola generale di cui all'art. 2697 c.c., grava sull'amministrazione l'onere di provare i fatti costitutivi della pretesa tributaria mentre grava sul contribuente la prova (in caso di contestazione da parte dell'amministrazione) della sussistenza di un fatto modificativo, impeditivo o estintivo della suddetta pretesa (nella specie, esistenza di costi deducibili)”.
Secondo la giurisprudenza di legittimità, pertanto, tale principio generale vale anche con riferimento alla prova della sussistenza del requisito di inerenza di un componente negativo di reddito.
Ne deriva, in linea generale, che, ai fini delle imposte sui redditi e dell’Iva, affinché un costo possa essere legittimamente incluso fra le componenti negative del reddito d’impresa, non soltanto è necessario che ne sia certa l’esistenza, ma altresì, secondo la Suprema Corte, occorre, che in caso di corretta contestazione da parte della Amministrazione Finanziaria ne sia comprovata l’inerenza, e per provare tale ultimo requisito non è sufficiente che la spesa sia stata contabilizzata dall’imprenditore, dovendo l’imputabilità del costo anche collegarsi a fatti comunque riferibili al soggetto che tale costo intende dedurre, in ottemperanza ai contenuti prescrittivi dagli artt. 75 e 109 del D.P.R. n. 917/1986 ai fini delle imposte sui redditi (vigente ratione temporis) e dell’articolo 19 del D.P.R. 633/1972 ai fini dell’IVA (Corte di Cassazione n. 16730/2007, n. 18302/2008 e n. 22790/2009).

3. L’inerenza quantitativa e il principio di congruità dei costi.
Molto dibattuta è la questione del profilo “quantitativo” dell’inerenza, in relazione a spese tipologicamente connesse con l’attività imprenditoriale generatrice del reddito, ma di entità sproporzionata ed eccessiva, almeno a prima vista, rispetto alle dimensioni e alle sue esigenze.
Una questione risalente, ma a oggi ancora dibattuta, è quella di chi ritiene che una volta verificata l’inerenza sotto l’aspetto qualitativo, che attiene al rapporto tra tipo di spesa e attività esercitata, non si possa sindacare l’inerenza sotto il profilo dell’entità e della congruità della spesa; a tal proposito, si potrebbe obiettare che una spesa palesemente eccedente le necessità dell’impresa potrebbe essere il sintomo di uno sviamento della stessa rispetto alle finalità imprenditoriali: la spesa eccessiva potrebbe, cioè, essere sostenuta in parte, per esigenze personali dell’imprenditore, degli amministratori, dei soci o di altri soggetti .
L’aspetto della congruità della spesa, pertanto, dovrebbe cioè essere valutato solo laddove la spesa appaia non solo palesemente eccessiva rispetto alle dimensioni e/o alle esigenze “medie”di quel tipo d’ impresa , ma altresì sostenuta anche per soddisfare interessi estranei all’impresa.
Il carattere “eccessivo” o “sproporzionato” della spesa dovrebbe cioè essere apprezzato alla stregua di un sintomo di una possibile deviazione della stessa rispetto alle finalità imprenditoriali, e non per affermare senz’altro la parziale mancanza d’inerenza della stessa.
In tema di inerenza quantitativa, la giurisprudenza di legittimità ha nel tempo delineato un consolidato orientamento secondo cui il comportamento antieconomico del contribuente viene ad integrare, se non adeguatamente giustificato, gli elementi indiziari connotati da requisiti di gravità, precisione e concordanza, che legittimano l’accertamento analitico induttivo ai sensi dell’art. 39, co. 1, lett. d), D.P.R. n. 600/1973.
Di seguito viene riportato l’iter logico giuridico della giurisprudenza di legittimità per quanto riguarda l’inerenza quantitativa.
Nella sentenza n. 21184, del 08 ottobre 2014, la Corte di Cassazione ha affermato che, ai fini della deducibilità dei costi imputabili a consulenze infragruppo, il contribuente deve provare l’inerenza e la congruità della spesa, con la conseguenza che l’Amministrazione Finanziaria può legittimamente disconoscere la deducibilità dei relativi costi sulla base del principio di inerenza, disciplinato dall’art. 109, D.P.R. n. 917/1986.
Sempre in tema di onere della prova afferente la deduzione di un costo dal reddito di impresa, la Suprema Corte, in tema di distacco del personale e dei relativi riaddebiti di costo infragruppo, ha affermato che trattandosi di una componente negativa del reddito “la prova della sua esistenza ed inerenza incombe al contribuente” (cfr. Cass. n. 1709/2007) e che “per provare tale ultimo requisito, non è sufficiente che la spesa sia stata dell’imprenditore riconosciuta e contabilizzata, atteso che una spesa può essere correttamente inserita nella contabilità aziendale solo se esiste una documentazione di supporto, dalla quale possa ricavarsi, oltre che l’importo, la ragione della stessa” (Corte di Cassazione n. 4570/2001).
Ancora la giurisprudenza di legittimità ha stabilito che l’onere della prova dei presupposti dei costi e degli oneri deducibili concorrenti alla determinazione del reddito d’impresa, ivi compresa la loro inerenza e la loro diretta imputazione ad attività produttive di ricavi, incombe sul contribuente il quale è tenuto, altresì, a dimostrare la coerenza economica dei costi sostenuti nell’attività d’impresa, ove sia contestata dall’Amministrazione Finanziaria anche la congruità dei dati relativi a costi e ricavi esposti nel bilancio e nelle dichiarazioni, in difetto di tal prova, essendo legittima la negazione della deducibilità di parte di un costo sproporzionato ai ricavi o all’oggetto dell’impresa.
Il Supremo Consesso, nella pronuncia n. 6656/2016, richiamando un consolidato orientamento giurisprudenziale espresso da parte del giudice di legittimità, ha affermato che l’onere di dimostrare che un’operazione economica realizzata all’estero, con una società controllata o controllante costituisce reddito imponibile, è posto a carico dell’Amministrazione Finanziaria.
Quindi, secondo il giudice di legittimità, risulta a carico dell’Agenzia delle Entrate l’onere di provare che la differenza tra il costo sostenuto per la pubblicità e il ricavo delle vendite fosse fittizio, costituendo in realtà un reddito realizzato all’estero e, come tale, da considerarsi fiscalmente prodotto in Italia.

4. L’inerenza dei costi consiste in un giudizio qualitativo.
Il concetto d’inerenza dei costi è stato nel tempo riempito di significato e ulteriormente precisato dalla giurisprudenza di legittimità.
La Corte di Cassazione ha ribadito le linee interpretative di prassi sull’inerenza sottolineando che “affinchè un costo sostenuto dall’imprenditore sia fiscalmente deducibile dal reddito d’impresa non è necessario che esso sia stato sostenuto per ottenere una ben precisa e determinata componente attiva di quel reddito, ma è sufficiente che esso sia correlato in senso ampio all’impresa in quanto tale, e cioè sia stato sostenuto al fine di svolgere un’ attività potenzialmente idonea a produrre utili”(Cass. n. 16826, 30 luglio 2007; v. anche in tal senso Cass. n. 4901/2013, Cass. n. 24065/2011, Cass. n. 26851/09; Cass. n. 1465/09).
Il predetto principio d’inerenza è stato ridimensionato dal Supremo Consesso, in materia di IVA, che ha asserito “… consentendo al compratore di portare in detrazione l’imposta addebitatagli a titolo di rivalsa dal venditore quando si tratti di acquisto effettuato nell’esercizio dell’impresa, richiede, oltre la qualità dell’imprenditore acquirente, l’inerenza del bene acquistato all’attività imprenditoriale, intesa come strumentalità del bene stesso rispetto a detta specifica attività, e inoltre, non introducendo una deroga ai comuni criteri di onere della prova, lascia la dimostrazione di detta inerenza o strumentalità a carico dell’interessato” (Cass. 16697/2013; v. anche in tal senso Cass. n. 6548/2012; Cass. n. 2599/2014).
In tema di imposte sui redditi della società, la nozione d’inerenza che connota i costi deducibili, fondata sul richiamo all’art. 75, comma 5, D.P.R. n. 917 del 1986, esprime la riferibilità dei costi, sostenuti anche in via indiretta o potenziale o in proiezione futura, all’attività d’impresa propriamente detta, escludendo quelli che si collocano in una sfera estranea a tale attività, e secondo un consolidato orientamento giurisprudenziale (Cass.Sez.Trib., n.6972, 08 aprile 2015), la nozione d’inerenza implica quella di congruità, sicchè deve escludersi la deducibilità dei costi sproporzionati o eccessivi, in quanto non inerenti.
Per di più, il Supremo Consesso ha ribadito il principio di insindacabilità delle scelte imprenditoriali: “il sindacato di congruità dell’amministrazione finanziaria sui costi d’impresa … non può spingersi sino alla verifica oggettiva circa la necessità o quantomeno circa la opportunità di tali costi rispetto all’oggetto dell’attività” (Cassazione, n. 6320/2016). Invero, “l’ordinamento riconosce all’imprenditore la libertà di impostare la sua strategia d’impresa” (Cassazione, n. 6599/2002) e questo è “… libero di concludere buoni o cattivi affari, un affare apparentemente cattivo può divenire buono in un diverso contesto” (Cassazione, n. 6337/2002). Sul fatto che l’antieconomicità non possa essere assunta come parametro assoluto anche solo dal punto vista logico, è significativa la sintesi effettuata dalla CTR Toscana (Sezione XXI, 30 gennaio 2012, n. 6), secondo la quale “l’antieconimicità dell’impresa non può di per sé costituire prova di evasione fiscale, ma, come giustamente affermato, valere solo quale indizio, avendosi diversamente che tutte le aziende dovrebbero guadagnare e nessuna fallire”.
Va tenuto conto anche del fatto che, negli anni più recenti, la Cassazione ha adottato una linea procedurale secondo cui è ammessa la contestazione di antieconomicità da parte dell’amministrazione finanziaria (sentenza n. 21869/2016), mentre grava sul contribuente l’onere di dimostrare la validità delle operazioni poste in essere ( vedi Cass.n. 1544/2017; n. 19408/2015; n. 14068/2014; n. 28075/2009). È, però, evidente che questa dimostrazione, nel caso delle vendite sottocosto, è insita nella stessa natura delle operazioni, che hanno finalità (promozionali, di espansione o di fidelizzazione) di fatto già delineate dalla stessa legge che le regolamenta.
L’Amministrazione Finanziaria, pertanto, non ha titolo per sindacare, sic et simpliciter, e cioè senza dedurre elementi ulteriori rilevatori di una finalità estranea alla gestione aziendale, la scelta inversa della società di riassumere su di sé, al “puro costo”, gli oneri sostenuti dalla consociata nel suo interesse (Cass. n. 21405/2017).
Orbene, l’indeducibilità di un costo, sotto il profilo dell’eventuale antieconomicità, non può essere sostenuta dall’Amministrazione Finanziaria in termini di “opportunità”: sostenere o meno quel costo è valutazione riservata all’esclusivo giudizio dell’impresa.
Già nel 2010, con la sentenza n. 24957/2010, la Suprema Corte ha messo in risalto, che con riferimento alla disciplina dell’inerenza, ai fini impositivi rileva “… tendenzialmente il profilo della “qualità”del costo, piuttosto quello della “quantità”, proprio perché l’ordinamento riconosce all’imprenditore la libertà d’impostare la strategia d’impresa. Il costo è inerente se serve a produrre ricavi: una volta questa qualità del costo, risulta difficile dire in quale misura è deducibile o meno, a meno che non vi sia un’indicazione normativa specifica, che ponga un tetto alle spese: non sussistente allo stato attuale della legislazione …”.
La Suprema Corte, con due recentissime ordinanze (Cass. nn. 450/2018 e 3170/2018), ha proposto un importante cambiamento della lettura e, quindi, dell’applicazione pratica del noto principio d’inerenza delle spese, rispetto all’orientamento sinora prevalente e tradizionalmente applicato.
Come esposto innanzi, secondo l’orientamento interpretativo più consolidato nel tempo, il principio d’inerenza sarebbe sancito dall’art. 109, comma 5 TUIR, ai sensi del quale le spese e gli altri componenti negativi diversi dagli interessi passivi, dagli oneri fiscali e contributivi, sarebbero deducibili se e nella misura in cui si riferiscono ad attività o beni da cui derivano ricavi o altri proventi che concorrono a formare il reddito, o che non vi concorrono in quanto esclusi.
L’A.F. ha più volte ribadito che l’inerenza delle spese deve essere valutata con riguardo all’impresa nel suo complesso e, quindi, non strettamente riferita alla realizzazione dei ricavi.
Accanto a questa nozione d’inerenza, si è aggiunta anche quella quantitativa, molto vicina al principio di antieconomicità e, quindi, volta a ritenere una spesa inerente solo per una sua parte, in ragione di una sua congruità rispetto alla complessiva attività dell’impresa.
Ebbene, con le predette ordinanze, la giurisprudenza di legittimità ha completamente disatteso la tradizionale definizione del principio d’inerenza.
In primo luogo, la Cassazione, in tali ordinanze, rompe il collegamento tra principio d’inerenza e l’art. 109, comma 5 TUIR; precisamente, secondo la giurisprudenza di legittimità l’inerenza non avrebbe affatto un fondamento normativo nella predetta disposizione del Tuir, che avrebbe solo la funzione di stabilire che, ove alla formazione dell’imponibile fiscale concorressero ricavi esenti, allora non sarebbe possibile dedurre oneri che derivano dalle attività o dai beni da cui originano tali proventi esenti. Pertanto, l’inerenza non discenderebbe da questa disposizione del Tuir, bensì dal principio costituzionale di capacità contributiva.
Il secondo principio affermato in tali ordinanze è che la valutazione dell’inerenza dei costi consiste sempre e solo in un giudizio “qualitativo” e deve essere abbandonato il concetto di inerenza “quantitativa” poiché non può essere mai tradotto in termini di congruità della spesa sostenuta.
In particolare, nell’ordinanza n. 450/2018, il Supremo Consesso sottolinea che “l’inerenza deve essere apprezzata attraverso un giudizio qualitativo, scevro da riferimenti di utilità o di vantaggio, afferenti un giudizio quantitativo, e deve essere distinta dalla nozione di congruità del costo”.
Pertanto, l’eccesiva onerosità, secondo quanto affermato dalla Suprema Corte nell’ordinanza n. 450/2018, continua ad avere rilevanza per la contestazione dell’indeducibilità dei costi, ma solo come indizio di estraneità (appunto qualitativa) dell’impresa.
Inoltre, nell’ordinanza n. 3170/2018 la giurisprudenza di legittimità, con riferimento alla valutazione di congruità ed economicità della spesa, ha precisato che è riservato all’Amministrazione il potere di valutare le componenti attive e passive secondo “il normale valore di mercato”, che costituisce un principio generale deducibile dall’articolo 9 Tuir.
Tale principio è stato nuovamente ribadito dalla Suprema Corte con una recente pronuncia (Cass. n. 13882/2018), nella quale ha affermato che è sempre inerente e, come tale, deducibile dal reddito, il costo correlato all’attività effettivamente svolta, anche se in via indiretta, potenziale o futura, a prescindere dai maggiori ricavi che abbia consentito di far conseguire all’impresa o al lavoratore autonomo.
In altri termini, a parere della giurisprudenza di legittimità, la deducibilità di un costo dal reddito di lavoro autonomo e d’impresa deve essere apprezzata esclusivamente in termini qualitativi, a prescindere da utilità e vantaggi apportati, nonché dalla sua congruità; di converso, non sono deducibili i costi che si collocano in una sfera estranea all’esercizio d’impresa.
Per la Suprema Corte, infatti, il concetto d’inerenza è insito nella nozione stessa di reddito d’impresa, e non nell’articolo 109, comma 5, del Tuir che si riferisce al diverso principio dell’indeducibilità dei costi relativi ai ricavi esenti. Il concetto statuito dall’ordinanza allarga notevolmente il principio d’inerenza dei costi, ritenendo che per essere inerenti e deducibili essi non devono necessariamente portare utilità o vantaggi all’impresa, essendo sufficiente che siano correlati ad essa anche potenzialmente o in prospettiva futura.
È ipotizzabile, quindi, che la pronuncia in esame - insieme alla precedente ordinanza n. 450/2018 - sarà invocata da tutti i contribuenti che si sono visti disconoscere la deducibilità dei costi dichiarati
per asserita mancanza di correlazione con i ricavi conseguiti e dichiarati.
In tal senso, pertanto, sono da ritenersi inerenti, secondo un giudizio quantitativo e qualitativo che spetta al giudice di merito, “anche costi attinenti ad atti d’impresa che si collocano in un nesso di programmatica, futura o potenziale proiezione normale dell’attività stessa, senza correlazione necessaria con ricavi o redditi immediati”.
In un’altra recente pronuncia ( Cass.n.14579/2018), la Suprema Corte, aderendo all’orientamento del carattere qualitativo dell’inerenza dei costi, specifica che “…l’abbandono dei requisiti della vantaggiosità e della congruità del costo non vuol significare che essi siano del tutto esclusi dal giudizio di valore cui resta comunque sottoposta la spesa al fine del riconoscimento della sua inerenza e dei suoi presupposti per la sua deducibilità”.
Pertanto, le spese incongrue o svantaggiose conducono alla mala gestione dell’impresa e, nonostante i criteri dell’antieconomicità e dell’incongruità sono apparentemente estromessi dalla giurisprudenza di legittimità, rimangono “…indici rivelativi della mancanza d’inerenza, pur non identificandosi con essa”.
Di diverso avviso, rispetto alle predette pronunce, è la sentenza n. 15856, depositata il 15 giugno 2018, che afferma nuovamente, prendendo le distanze da quanto asserito dall’ordinanza n. 15856/2018, che un costo è “inerente nella misura in cui può dirsi congruo”, sicchè deve escludersi la deduzione di “costi sproporzionati o eccessivi”.
Quanto alla deducibilità dei costi, il Supremo Consesso, in predetta sentenza, ribadisce che non deve essere messa in discussione la convenienza della scelta economica discrezionalmente operata dall’impresa, ma “.. la coerenza economica di tale scelta, da riscontrare sulla base delle ragioni addotte e del supporto documentale offerti dal contribuente, avuto riguardo alle contestazioni dell’Agenzia delle Entrate, che quindi non possono liquidarsi sommariamente, perché “ipotetiche di carattere generale (…) non supportate da reali riscontri probatori”.
La natura qualitativa dell’inerenza, se non verrà ribaltata dalle Sezioni Unite, dovrebbe impedire d’ora in poi che il Fisco contesti, come frequentemente avveniva in passato, la deducibilità di compensi agli amministratori in quanto di ammontare troppo elevato rispetto al fatturato o alla dimensione aziendale. Una volta dimostrato che la qualifica di amministratore e il relativo compenso sono stati attribuiti con regolari delibere degli organi sociali, e che l’incarico viene svolto e rispetta le condizioni civilistiche, il costo assume l’inerenza (qualitativa) in quanto remunera una funzione necessaria per lo svolgimento dell’attività dell’impresa. L’eventuale non congruità del compenso (peraltro tassato sul percipiente), rispetto a parametri di “economicità” e a valori di mercato, non potrà comportare problemi di deducibilità, neppure parziale.
4.1. Il contratto di sponsorizzazione e l’inerenza dei costi.
La qualificazione e la deducibilità fiscale dei costi di sponsorizzazione è tuttora una questione controversa che continua a formare oggetto di numerosi interventi della giurisprudenza di merito e di legittimità.
Prima di affrontare la questione dell’inerenza dei costi nel contratto di sponsorizzazione, giova inquadrare la natura di tale contratto.
Il contratto di sponsorizzazione è un contratto atipico, non specificatamente disciplinato dalla legge, che ricomprende tutte quelle tipologie nelle quali un soggetto, detto “sponsee” (sponsorizzato), si obbliga, dietro corrispettivo, a consentire agli altri l’uso della propria immagine pubblica o del proprio nome, per promuovere un marchio o un prodotto specificamente marchiato, o anche tenere determinati comportamenti di testimonianza in favore del marchio o del prodotto oggetto di veicolazione commerciale.
Da ciò ne discende, secondo la Suprema Corte, che “… la pubblicizzazione del marchio e del prodotto si traducono innegabilmente in un potenziale vantaggio economico diretto per l’impresa sponsorizzante, potendone derivare, in conseguenza, un incremento della propria attività commerciale” (Cass. n. 6548, 27 aprile 2012).
Per tale motivo, i costi di sponsorizzazione possono essere deducibili, in quanto “un costo dal reddito d’impresa non postula che esso sia necessariamente sostenuto per ottenere una ben precisa e determinata componente attiva di quel reddito, essendo sufficiente che esso sia correlato in senso ampio all’impresa in quanto tale, ossia che tale costo sia stato sostenuto al fine di svolgere un’attività potenzialmente idonea a produrre utili” (Cass. n. 6548/2012; Cass. n. 16826/07).
A tal proposito, è opportuno menzionare nuovamente il citato art. 109, co. 5, D.P.R. n. 917/1986, il quale dispone: “le spese e gli altri componenti negativi (…) sono deducibili se e nella misura in cui si riferiscono ad attività o beni da cui derivano ricavi (…)”.
Ciò significa, come già anzidetto, che il concetto di inerenza dei costi va riferito non ai ricavi, ma all'oggetto dell'impresa e, quindi, la deducibilità di costi non è necessariamente collegata alla realizzazione di ricavi (Cass. n. 6194,16.3.2007; Cass. n. 1389,21.1.2011; Cass. n. 20054, 24.9.2014; Cass. n. 20055, 24.9.2014).
Orbene, come riconosciuto dalla stessa Corte, i costi di sponsorizzazione, traducendosi per lo sponsor in una forma di pubblicità consistente nella promozione del marchio e del prodotto, vanno considerati, di per sé, inerenti all'attività d’impresa senza che rilevi la non congruità tra la spesa ed i ricavi realizzati nell'anno di imposta, in quanto non occorre che vi sia un immediato riscontro, ma solo che tale costo sia proiettato ad utilità future (cfr. Cass. n. 27198, 22.12. 2014; Cass. n. 6548, 27.4.2012; Cass. n. 10319, 20.5.2015; Cass.n.5195, 16.3.2016).
Inoltre, giova mettere in evidenza che, sebbene la valutazione di congruità dei costi e dei ricavi rientri nei poteri del Fisco, anche se non risultano irregolarità delle scritture o vizi degli atti giuridici, tale sindacato non può certo spingersi sino alla “verifica oggettiva circa la necessità, o quantomeno circa l’opportunità di tali costi rispetto all'oggetto dell'attività (…) perché il controllo attingerebbe altrimenti a valutazioni di strategia commerciale riservate all'imprenditore” (cfr. Cass. n. 10319, 20.5.2015).
Non bisogna tralasciare, di converso, che, in alcuni recenti arresti, il Supremo Consesso ha imposto una strettissima correlazione tra costi e specifico ricavo, con l’effetto di ammettere la deduzione dei costi di sponsorizzazione solo previa dimostrazione del requisito di inerenza applicato sia in base alla congruità dei costi rispetto ai ricavi o all’oggetto sociale, sia alle potenziali utilità per l’attività commerciale o al concreto vantaggio nell’ambito dello specifico contesto territoriale (cd. ritorno economico o aspettativa di ritorno commerciale) (Cass. 31.1.2013, n. 2349; Cass. 27.5.2015, n. 10913).
La giurisprudenza di legittimità, per quanto riguarda la distribuzione dell’onere probatorio tra contribuente e Fisco, ha precisato che il concetto di inerenza va distinto in:
• inerenza cd. intrinseca, che riguarda quelle spese “strettamente necessarie o comunque fisiologicamente riconducibili” alla sfera imprenditoriale (costi per l’acquisto di materie prime, di macchinari o strumenti indispensabili per la produzione, ecc.), per le quali grava sul Fisco, che intende disconoscerle, fornire la prova della non inerenza;
• inerenza cd. estrinseca, relativa a quelle spese non immediatamente decifrabili o di dubbio collegamento con l’attività dell’impresa (spese straordinarie, eccessive, apparentemente inutili o non necessarie), la cui prova grava sul contribuente (cfr. Cass. n. 6548, 27.4.2012).

4.2. Il locatario può dedurre i costi sostenuti per la ristrutturazione o la manutenzione straordinaria dell’immobile (Cass. S. U. n. 11533, 11 maggio 2018).
Le Sezioni Unite della Suprema Corte, con la sentenza n. 11533/2018, hanno risolto il contrasto giurisprudenziale in merito alla problematica dell’inerenza, ai fini IVA e delle imposte sui redditi, delle spese sostenute dall’impresa per la ristrutturazione di un immobile detenuto in locazione.
Prima di dare contezza del principio ermeneutico elaborato dalle Sezioni Unite per dirimere il predetto contrasto, appare opportuno esporre le tesi contrastanti della giurisprudenza di legittimità su tale questione giuridica.
La Suprema Corte ha negato, in alcune pronunce, la deducibilità delle spese di ristrutturazione o manutenzione degli immobili locati in sede di determinazione del reddito d’impresa, per mancanza del requisito dell’inerenza perché il beneficiario ultimo delle opere sarebbe stato il locatore. In tal caso, difetterebbe il requisito dell’inerenza, intesa come correlazione tra costi sostenuti e l’effettivo esercizio dell’attività economica dell’imprenditore, che dovrebbe implicare che il bene, sul quale sono stati effettuati gli interventi migliorativi, sia normalmente destinato dal contribuente all’esercizio di un’attività potenzialmente idonea a produrre utili (Cass. nn. 13494/2015 e 6936/2011). In altre occasioni si era, invece, espressa in senso positivo perché gli immobili erano comunque strumentali in quanto destinati all’esercizio dell’attività d’impresa del locatario; tali costi erano deducibili, a condizione che vi fosse da parte del conduttore l’effettiva utilizzazione di essi, in funzione direttamente strumentale nell’esercizio dell’impresa, e che il locatore non operasse alcuna deduzione delle quote di ammortamento (Cassazione, nn. 8389/2013, 13327/2011 e 3544/2010).
Invece, il Supremo Consesso, ai fini IVA, aveva negato, in alcune decisioni, il diritto alla detrazione e, di conseguenza, al rimborso dell’Iva sulle spese per i lavori di ristrutturazione o manutenzione di immobili di proprietà di terzi, soprattutto con riguardo ai casi in cui a questi ultimi tale diritto non sarebbe spettato (Cass., nn. 5808 e 2939/2006 ).
In altre sentenze, di converso, la giurisprudenza di legittimità si era espressa in senso positivo, a condizione che vi fosse un nesso di strumentalità dell’immobile e, quindi, d’inerenza delle spese con l’attività d’impresa (o professionale), a nulla rilevando la disciplina civilistica in tema di locazione e gli stessi accordi contrattuali intercorsi tra le parti (Cassazione, nn. 9327/2014, 3544/2010 e 10079/2009).
Le Sezioni Unite, con la predetta decisione (Cass.SU. n. 11533/2018) in merito alla detraibilità dell’Iva relativa alle spese di ristrutturazione o manutenzione straordinaria degli immobili di terzi, consentono di dare soluzione anche alla questione concernente la deducibilità dei relativi costi ai fini delle imposte sui redditi. La Suprema Corte ha affermato che va riconosciuto il diritto alla detrazione dell’Iva per lavori di ristrutturazione o manutenzione anche in ipotesi di immobili di proprietà di terzi, purché sia presente un nesso di strumentalità con l’attività d’impresa o professionale, anche se quest’ultima risulti soltanto potenziale o di prospettiva. E ciò anche se, per cause estranee al contribuente, tale attività non abbia poi potuto concretamente esercitarsi. La pronuncia della Corte riguarda l’Iva, ma la soluzione adottata è destinata, come anzidetto, ad esplicare effetto anche rispetto all’analoga questione della deducibilità per il conduttore degli stessi costi ai fini delle imposte sui redditi.
La questione Iva.
La problematica oggetto del giudizio di legittimità ha riguardato l’inerenza delle spese di ristrutturazione degli immobili detenuti in locazione ai fini sia del diritto ad esercitare la detrazione dell’Iva (nel caso in cui l’attività d’impresa non avesse ancora avuto inizio), sia del rimborso della stessa imposta, riconosciuto dall’articolo 30, terzo comma, lettera c), del Dpr n. 633/1972, in presenza di costi ammortizzabili.
Il Supremo Consesso, dopo aver ricordato il contrasto interpretativo emerso nell’ambito della giurisprudenza di legittimità, ha sottolineato che le sentenze “negative” erano fondate sul fatto che il contratto di locazione fosse stato predisposto allo scopo di consentire alla conduttrice una detrazione di cui la proprietaria dell’immobile, in quanto “consumatrice finale”, non avrebbe avuto diritto, “al di là della giustificazione giuridica fornita, che con riguardo alla detrazione è stata anche quella del divieto previsto per i beni non ammortizzabili”. Tale tesi non è stata, però, condivisa, alla luce della giurisprudenza della Corte di Giustizia (sentenze C-672/16 del 2018, C-132/16 del 2017, C-124/12 del 2013 e C-29/08 del 2009) che, in base al principio di neutralità dell’imposta, ha riconosciuto il diritto alla detrazione dell’Iva “purché sia presente un nesso di strumentalità con l’attività d’impresa o professionale, anche se quest’ultima sia potenziale o di prospettiva. E ciò, pur se - per cause estranee al contribuente - la predetta attività non abbia poi potuto concretamente esercitarsi”.
Effetti sulle imposte sui redditi.
Il locatario può dedurre, ai fini delle imposte sui redditi, i costi sostenuti per la ristrutturazione o la manutenzione straordinaria dell’immobile nel quale lo stesso svolge l’attività d’impresa, essendo gli stessi inerenti all’esercizio della stessa. A tale conclusione è possibile giungere sulla base della sentenza n. 11533/2018, nella quale viene fatto un breve cenno anche alle precedenti incertezze della giurisprudenza di legittimità, in riferimento alla “simmetrica questione della deduzione dei costi”. Come innanzi esposto, in alcune decisioni della Corte di Cassazione era stata negata la deducibilità dei costi in esame per difetto del requisito dell’inerenza, perché il locatore sarebbe risultato il beneficiario ultimo dei miglioramenti apportati all’immobile. Invece, in altre sentenze era stata sostenuta la tesi opposta, ritenendo che la deducibilità degli stessi costi non potesse essere subordinata al diritto di proprietà dell’immobile, essendo sufficiente che fossero sostenuti nell’esercizio dell’impresa, al fine del migliore svolgimento dell’attività imprenditoriale da parte del locatario. Quest’ultima soluzione ermeneutica è senz’altro condivisibile, anche perché, altrimenti, la deduzione degli stessi costi non spetterebbe né al conduttore né al locatore (in quanto non sostiene la spesa).
In conclusione, le Sezioni Unite hanno enucleato il seguente principio di diritto: “deve riconoscersi il diritto alla detrazione Iva per lavori di ristrutturazione o manutenzione anche in ipotesi di immobili di proprietà di terzi, purché sia presente un nesso di strumentalità con l’attività d’impresa o professionale”, pur se potenziale o di prospettiva e anche se “- per cause estranee al contribuente - la predetta attività non abbia poi potuto concretamente esercitarsi”. Tale questione non ha “nulla a che fare con fattispecie abusive o elusive”, implicando “un tipico accertamento di fatto”.

Lecce, 05 luglio, 2018
Avv. Maurizio Villani
Avv. Lucia Morciano

 

AVV. MAURIZIO VILLANI
Avvocato Tributarista in Lecce
Patrocinante in Cassazione
www.studiotributariovillani.it - e-mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.


DL DIGNITA’: CONFINDUSTRIA, SEGNALE MOLTO NEGATIVO PER IMPRESE

Il decreto-legge “dignità” approvato ieri è il primo vero atto collegiale del nuovo Esecutivo e, anche per questo, è un segnale molto negativo per il mondo delle imprese.  
Questo il primo commento di Confindustria sulle decisioni assunte ieri dal Consiglio dei Ministri.
Come abbiamo sempre sostenuto – prosegue Confindustria – sono infatti le imprese che creano il lavoro. Le regole possono favorire o scoraggiare i processi di sviluppo e hanno la funzione di accompagnare i cambiamenti in atto, anche nel mercato del lavoro. Si dovrebbe perciò intervenire sulle regole quando è necessario per tener conto di questi cambiamenti e, soprattutto, degli effetti prodotti da quelle precedenti.
Il contrario di ciò che è avvenuto col decreto “dignità”. Mentre infatti i dati ISTAT raccontano un mercato del lavoro in crescita, il Governo innesta la retromarcia rispetto ad alcune innovazioni che hanno contribuito a quella crescita. Peraltro, le nuove regole saranno poco utili rispetto all’obiettivo dichiarato – contrastare la precarietà – perché l’incidenza dei contratti a termine sul totale degli occupati è, in Italia, in linea con la media europea.
Il risultato sarà di avere meno lavoro, non meno precarietà.
Preoccupa anche che siano le imprese a pagare il prezzo di un’interminabile corsa elettorale all’interno della maggioranza e che si creino i presupposti per dividere gli attori del mercato del lavoro, col rischio di riproporre vecchie contrapposizioni.
Valutazioni analoghe anche per la stretta in tema di delocalizzazioni. L’Italia è un grande Paese industriale, la seconda potenza manifatturiera in Europa dopo la Germania, e avrebbe bisogno di regole per attrarre gli investimenti, interni ed esteri. Quelle scritte ieri, invece, gli investimenti rischiano di disincentivarli.
Sia chiaro: colpire duramente i comportamenti opportunistici di chi assume un impegno con lo Stato e poi non lo mantiene è un obiettivo che condividiamo. Ma revocare gli incentivi per colpire situazioni di effettiva distrazione di attività produttive e di basi occupazionali dall’Italia è un conto; altro è, invece, disegnare regole punitive e dalla portata tanto ampia quanto generica
L’unico denominatore comune delle scelte fatte in tema di lavoro e delocalizzazioni è di rendere più incerto e imprevedibile il quadro delle regole in cui operano le imprese italiane: l’esatto contrario delle finalità di semplificazione e snellimento burocratico dichiarate dal nuovo Governo all’atto del suo insediamento.


E-DISTRIBUZIONE POTENZIA LA RETE ELETTRICA DI MEDIA TENSIONE DI MESAGNE (BR) CHE ALIMENTA OLTRE 5.000 CLIENTI

Continua l'attività dei tecnici di E-Distribuzione, la società del Gruppo Enel che gestisce la rete elettrica, volta a potenziare le proprie infrastrutture e migliorare la qualità del servizio elettrico in Puglia.

 

E’ stato infatti appena completato il nuovo collegamento in Media Tensione che alimenta oltre 5.000 clienti nel comune di Mesagne.

 

Il lavoro di potenziamento della rete elettrica è consistito nella realizzazione di un tratto di cavo sotterraneo di Media Tensione di ultima generazione, per una lunghezza di circa 380 metri, che consente di migliorare la qualità del servizio e ripristinare in brevissimo tempo la fornitura di energia elettrica in caso di guasti. L’investimento di E-Distribuzione si inserisce nell’ambito del Progetto Resilienza, che ha lo scopo di aumentare la reattività e la resistenza della rete in occasione di eventi atmosferici particolarmente rilevanti. Il Progetto Resilienza di E-Distribuzione prevede su tutto il territorio nazionale un importante piano di interventi che, riducendo il numero dei guasti e l’eventuale durata dell'interruzione, consentirà di offrire un servizio elettrico più affidabile e continuo a cittadini e imprese del territorio.

 

Questa è la seconda fase dell’intervento operato da E-Distribuzione nel comune di Mesagne. La scorsa estate infatti è stato completato un ulteriore collegamento di 250 metri che complessivamente forniscono energia a oltre 13.000 clienti nel centro urbano.

 

Il completamento di questi lavori” – ha commentato Domenico Ferrigni, responsabile E-Distribuzione della Zona Brindisi – “realizzati tra tutte le linee che alimentano il centro urbano di Mesagne, garantisce una maggiore sicurezza e qualità del servizio offerto, permettendo, inoltre, una migliore distribuzione dei flussi di potenza erogati in occasione della presenza di generazione distribuita.”

 


Bando Affidamento Incarico Controllore Primo Livello PRG. INERRAnT

Confindustria Lecce indice una procedura comparativa attraverso la valutazione dei curricula ed eventuale colloquio per l’affidamento di n. 1 incarico professionale per l’attività di "Controllore di Primo Livello" (First Level Controller – FLC) nell’ambito del progetto Cod. 303 – INERRAnT – INterregional Ecosystem for entRepreneurship, ReseArch and Technology – CUP B49F18000420007, finanziato a valere sulla 1st call for proposals for standard projects del programma INTERREG IPA CBC ITALY-ALBANIA-MONTENEGRO.

In allegato il bando completo.
Info: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.


Confindustria e CNR firmano la Convenzione sui dottorati industriali per favorire l’inserimento di giovani ricercatori in azienda

Confindustria e CNR hanno sottoscritto una Convenzione per promuovere e attivare i dottorati industriali. L'obiettivo è quello di inserire, a condizioni agevolate, giovani ricercatori in azienda, con il contributo di imprese ed Università. 

Nell’ambito dei rispettivi compiti e funzioni, la collaborazione tra Confindustria e CNR svilupperà percorsi - di durata triennale - di Dottorati industriali e di Dottorati innovativi a caratterizzazione industriale di altissimo profilo scientifico e con particolari requisiti di qualità, di innovazione tecnologica e di internazionalizzazione. L’obiettivo della partnership è di contribuire all’alta formazione dei giovani mediante la ricerca, favorire la creazione di “nuovi e migliori posti di lavoro” auspicati dalla Strategia di Lisbona e aumentare il potenziale innovativo delle imprese coinvolte.

id="system-readmore" /> <p><br /> <br /> I progetti di dottorato dovranno essere finalizzati alle 12 aree tematiche individuate dal PNR e dalla Strategia Nazionale di Specializzazione Intelligente. Confindustria individuerà le imprese interessate a partecipare mentre il CNR selezionerà gli istituti più idonei e gli atenei disponibili. Con un lavoro congiunto saranno definiti i temi ed i contenuti del dottorato al fine di fissare i requisiti dei candidati e la gestione operativa del corso di dottorato. Lo studente, affiancato da due tutor (uno dell’impresa e uno del CNR e/o Università), svolgerà parte della sua attività nell’impresa, parte in un laboratorio del CNR e parte presso imprese e/o Centri di ricerca all’estero.  I programmi di dottorato saranno sostenuti con modalità paritetiche da Confindustria attraverso le imprese e dal CNR, garantendo così il cofinanziamento di circa 30 borse di dottorato triennali. <br /> <br /> “Con la firma di questa Convenzione tra pubblico e privato <strong>- spiega Vincenzo Boccia, Presidente di Confindustria –</strong> abbiamo condiviso alcune azioni concrete da realizzare insieme per contribuire alla competitività e all’internazionalizzazione dell’industria italiana. Vogliamo rafforzare gli strumenti per reclutare i talenti del nostro Paese, perché sviluppino progetti di innovazione e ricerca nelle imprese. Sono infatti innovazione, ricerca e capitale umano gli elementi sui quali si giocherà il futuro della nostra economia: la valorizzazione delle risorse umane qualificate e il potenziamento delle attività di ricerca all’interno delle aziende, attraverso collaborazioni con CNR e Università, rappresentano quindi i fattori chiave per la competitività”. <br /> <br /> <strong>Massimo Inguscio, presidente del CNR</strong>, sottolinea che “La missione del CNR può essere riassunta nell'obiettivo di creare valore scientifico e benessere attraverso le conoscenze generate dalla ricerca: l’investimento sempre più strategico del CNR nei dottorati ne è elemento essenziale. Questo accordo infatti fa parte del nuovo progetto del CNR per i dottorati che prevede la promozione di percorsi di altissimo profilo scientifico, che abbiano particolari requisiti di qualità, di internazionalizzazione, siano legati alle grandi sfide infrastrutturali e di ricerca europee o in collaborazione con le imprese più innovative. Sono convinto che il potenziamento dei dottorati industriali, favorendo la piena sinergia tra formazione, ricerca e trasferimento tecnologico permetta ai nostri migliori cervelli di contribuire alla crescita della competitività del paese: investire nell’alta formazione e nella ricerca è la strategia giusta per sostenere le imprese, e al tempo stesso per rafforzare il capitale sociale, scientifico e innovativo del sistema paese”.</p>"

Colacem rafforza la sua posizione nel mercato Italia acquisendo la cementeria di Maddaloni

Colacem S.p.A. ha acquisito il 1°giugno 2018 l’intero capitale sociale della Maddaloni Cementi S.r.l., proprietaria dello stabilimento per la produzione di cemento di Maddaloni (CE), da Cementir Italia S.p.A. controllata da Italcementi S.p.A. del Gruppo HeidelbergCement.

Tale operazione, portata a termine con successo dagli Amministratori del C.d.A. di Colacem, consente una crescita della quota di mercato nazionale della stessa Colacem.

“Questo passo – affermano gli Amministratori – dimostra la nostra fiducia nelle potenzialità del Paese e nel ruolo che avrà il cemento, prodotto indispensabile oggi e in futuro per lo sviluppo economico e sociale”.

Il nuovo assetto permette di ottimizzare le sinergie produttive e di avere una migliore razionalizzazione dei prodotti Colacem sul mercato.

“Ci aspettiamo ora risultati interessanti – continuano gli Amministratori – che consentiranno di guardare con maggiore ottimismo ai prossimi traguardi, puntando su incrementi della redditività aziendale, condizionata negativamente negli anni passati dalla crisi del settore delle costruzioni”.

 

Colacem S.p.a. è una realtà industriale attiva nella produzione di cemento dal 1966, che fa capo al Gruppo Financo, holding interamente detenuta dalle famiglie Colaiacovo, con sede a Gubbio (PG).

La società è presente in Italia, dopo le recentissime acquisizioni, con otto stabilimenti a ciclo completo, Caravate (VA), Rassina (AR), Ghigiano di Gubbio (PG), Sesto Campano (IS), Galatina (LE), Maddaloni (CE) Ragusa e Modica (RG), due impianti per la produzione di predosati, Salone di Roma e Caravate; due centri di distribuzione, Orciano Pisano (PI) e Lauriano (TO); tre terminal portuari, Savona, Mestre (VE), Ravenna e vari deposti.

All’estero il Gruppo opera con gli stabilimenti di Tunisi (Tunisia), Sabana Grande de Palenque (Repubblica Dominicana), Balldre (Albania), Port au Prince (Haiti), insieme ai terminal di Alicante e Cartagena (Spagna), Kingston (Giamaica).

 

                                                                                                                                                         ./.

 

 

Il Gruppo Financo è attivo anche nel settore del calcestruzzo con Colabeton Spa, nei trasporti e in settori diversificati, tra cui spicca la Santamonica S.p.a., proprietaria del Misano World Circuit “Marco Simoncelli”.

Colacem da sempre si è distinta per il suo approccio all’industria sostenibile, rispettosa dell’ambiente, in forte sinergia con le comunità locali e i territori in cui opera. Gli stabilimenti modernissimi ed efficienti, aggiornati alle migliori tecnologie, rappresentano indubbiamente uno dei punti di forza storici dell’azienda che le hanno permesso di divenire il terzo produttore italiano di cemento.

Nel 2017 Colacem S.p.A. ha fatturato oltre 192 milioni di euro, impiegando circa 900 persone.
A livello consolidato, il fatturato 2017 è stato di 445 milioni di euro e il Gruppo impiega oltre 2.000 dipendenti. 

 

""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""

LA VALUTAZIONE DELLE RIMANENZE FINALI

A norma dell'art. 92, comma 1, secondo periodo, D.P.R. n. 917 del 1986, «le rimanenze finali, la cui valutazione non sia effettuata a costi specifici o a norma dell'articolo 93, sono assunte per un valore non inferiore a quello che risulta raggruppando i beni in categorie omogenee per natura e per valore e attribuendo a ciascun gruppo un valore non inferiore a quello determinato a norma delle disposizioni che seguono».

Il tenore testuale della norma non autorizza, in alcun caso (salvo, come appresso sarà detto, quanto previsto dall'ultimo comma), l'adozione di criteri di valutazione delle rimanenze che possa prescindere dal previo raggruppamento dei beni «in categorie omogenee per natura e per valore».

La valutazione delle rimanenze incontra un passaggio obbligato nel raggruppamento dei beni per categorie omogenee per natura e per valore.

I gruppi omogenei così individuati costituiscono l'unità minimale di valutazione cui applicare i criteri elencati di seguito.

La norma analoga a quella dettata dall'art. 15, comma secondo, D.P.R. n. 600 del 1973 (il quale precisa che l'inventario, oltre agli elementi prescritti dal codice civile, deve indicare la consistenza dei beni raggruppati in categorie omogenee per natura e per valore e il valore attribuito a ciascun gruppo) risponde all'esigenza di evitare incertezze e difficoltà tecnico-pratiche nei processi di valutazione delle rimanenze, atteso che l'omogeneità dei gruppi creati rende immediata la valutazione di quantità anche rilevanti di merci.

In particolare, il raggruppamento per natura dei beni va interpretato come riferimento alla natura economica e merceologica dei beni stessi, nel senso che i beni andranno catalogati in relazione alle loro proprietà e caratteristiche merceologiche, ossia al tipo di mercato cui sono destinati o al tipo di bisogno che tendono a soddisfare; il contestuale riferimento al valore deve poi esser inteso come riferimento a beni di identico contenuto economico che determina anche un identico valore monetario al momento dell'aggregazione.

Il gruppo, in altre parole, andrà determinato raggruppando beni con caratteristiche merceologiche identiche e con valore unitario più o meno coincidente.

Detti criteri, se da un lato evitano di includere nello stesso gruppo beni aventi natura differente, ma con valore unitario simile, dall'altro, portano a non poter aggregare beni di identica natura economico - merceologica, ma con valore monetario notevolmente differente.

Né deroga alcuna all'adozione di tali criteri è prevista ove si tratti di impresa sottratta all'obbligo di tenuta delle scritture ausiliarie previste dall'art. 14 D.P.R. n. 600 del 1973.

Il comma 1, sopra trascritto, dell'art. 92 T.U.I.R. individua, infatti, quale criterio primario di valutazione delle rimanenze di magazzino, quello dei costi specifici, quali desumibili per l'appunto dalle scritture ausiliarie di magazzino; in alternativa, tuttavia, la stessa disposizione prevede che la valutazione delle rimanenze di magazzino, raggruppate per categorie omogenee, possa essere fatta con qualsiasi criterio o metodo di stima, con la limitazione che il valore liberamente determinato non sia inferiore a quello determinato in base ai criteri di valutazione successivamente elencati ai commi 2, 3 e 4 del succitato articolo.

Conferma indiretta può, infine, ricavarsi dalla norma di cui al comma 8 dello stesso art. 92 T.U.I.R..

Questo prevede, ma solo per gli esercenti attività di commercio al minuto, ed al fine di rispondere ad esigenze di semplificazione e di razionalizzazione nella gestione dell'attività comprendente beni con caratteristiche merceologiche talvolta notevolmente differenti, la possibilità di applicazione del metodo di valutazione del prezzo al dettaglio (c.d. Retail Inventory Method),disponendo che il valore determinato in applicazione di detto metodo risulta fiscalmente rilevante anche in deroga al criterio del valore minimo di valutazione previsto al comma 1 dello stesso articolo.

In sede di aggiornamento dell'OIC 13 è stato precisato che tale metodo «approssima il costo effettivo delle rimanenze quando si valutano rimanenze di grandi quantità di beni soggetti a rapido ritiro con margini di importo simile e per le quali è particolarmente difficoltosa l'adozione di altri metodi di calcolo del costo».

Secondo espressa previsione della norma, però, l'adozione di un siffatto metodo è consentita a condizione che nella dichiarazione dei redditi o in un prospetto allegato siano illustrati dettagliatamente i criteri e le modalità di applicazione dello stesso. È da ritenere, pertanto, che la mancanza del prospetto di dettaglio autorizzi l'Amministrazione finanziaria a riprendere a tassazione il maggior valore delle rimanenze determinato in base ai criteri ordinari di cui allo stesso art. 92 (Cassazione, Quinta Sezione Civile, sentenza n. 28061 depositata il 24/11/2017).

Non sarà inutile al riguardo rimarcare, in conclusione, che ai sensi dell'art. 1, lett. d),(inattendibilità della contabilità degli esercenti attività d'impresa) del D.P.R. 16 settembre 1996, n. 570 (Regolamento per la determinazione dei criteri in base ai quali la contabilità ordinaria è considerata inattendibile, relativamente agli esercenti attività d'impresa, arti e professioni), le irregolarità delle scritture obbligatorie degli esercenti attività d'impresa si considerano gravi e rendono inattendibile la contabilità ordinaria di tali soggetti, quando, fra l'altro, «i criteri adottati per la valutazione delle rimanenze non sono indicati nella nota integrativa o nel libro degli inventari».

Per esempio, trattandosi di vendita di articoli di abbigliamento quale impresa stocchista, la merce assume rilevanza in relazione non alla natura o alla tipologia, ma al numero dei pezzi, raggruppati e distinti solo in relazione al valore d'acquisto, secondo prezzi rimasti costanti nel tempo.

Infine, è bene ricordare che è giurisprudenza consolidata della Corte di Cassazione che il ricorso per cassazione con il quale si facciano valere vizi della motivazione della sentenza deve contenere la precisa indicazione di carenze o di lacune nelle argomentazioni sulle quali si basano la decisione o il capo di essa censurato ovvero la specificazione d'illogicità, consistente nell'attribuire agli elementi di giudizio considerati un significato fuori dal senso comune, od ancora la mancanza di coerenza fra le varie ragioni esposte, quindi l'assoluta incompatibilità razionale degli argomenti e l'insanabile contrasto degli stessi.

Ne consegue che risulta inidoneo allo scopo il far valere la non rispondenza della ricostruzione dei fatti operata dal giudice di merito all'opinione che di essi abbia la parte ed, in particolare, il prospettare un soggettivo preteso migliore e più appagante coordinamento dei molteplici dati acquisiti, atteso che tali aspetti del giudizio, interni all'ambito della discrezionalità di valutazione degli elementi di prova e degli apprezzamenti dei fatto, attengono al libero convincimento dei giudici e non ai possibili vizi dell'iter formativo di tale convincimento, rilevanti ai sensi dell'art. 360, n. 5, c.p.c..

Diversamente il motivo del ricorso per cassazione si risolverebbe in una inammissibile istanza di revisione delle valutazioni effettuate e, in base ad esse, delle conclusioni raggiunte dal giudice di merito cui non può imputarsi d'avere omesso l'esplicita confutazione delle tesi non accolte e/o la particolareggiata disamina degli elementi di giudizio ritenuti non significativi, giacché né l'una né l'altra gli sono richieste, mentre soddisfa l'esigenza di adeguata motivazione che il raggiunto convincimento risulti da un esame logico e coerente di quelle tra le prospettazioni delle parti e le emergenze istruttorie che siano state ritenute di per sé sole idonee e sufficienti a giustificarlo (cfr. tra le altre, Cass. 25/05/2006, n. 12446; Cass. 27/04/2004, n. 8718; Cass. 30/03/2000, n. 3904; Cass. 06/10/1999, n. 11121).

Lecce, 19 maggio 2018

 

AVV. MAURIZIO VILLANI

Avvocato Tributarista in Lecce

Patrocinante in Cassazione

www.studiotributariovillani.it - e-mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.


Le firme digitali di tipo CAdES e PAdES sono entrambe valide ed efficaci” (Cass. S.U. n. 10266/2018)

Principio di diritto.

La Suprema Corte, con sentenza n. 10266/2018, pubblicata il 27 aprile 2018, statuisce il seguente principio di diritto: “secondo il diritto dell’UE e le norme, anche tecniche, di diritto interno, le firme digitali di tipo CAdES e di tipo PAdES sono entrambe ammesse e devono, quindi, essere riconosciute valide ed efficaci, anche nel processo civile di Cassazione, senza eccezione alcuna”.

Caso.

La Società U. ricorre per la cassazione della sentenza con la quale il Tribunale di Palermo ha confermato l’ordinanza del giudice dell’esecuzione di rigetto dell’opposizione contro il provvedimento di accoglimento della contestazione del credito proposta dai creditori procedenti nel procedimento di espropriazione presso terzi, promosso nei confronti del Consorzio per l’area di sviluppo industriale di Palermo.
Una volta formulata la proposta di definizione in camera di consiglio ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c. per la decisione sull’inammissibilità del ricorso, la ricorrente deposita memoria, con la quale, tra i motivi di doglianza, solleva questione circa la ritualità della notifica del controricorso di P.Z., giacchè avvenuta con allegazione al messaggio di PEC di tre files con estensione < *.pdf > e non <*.p7m > e, quindi, da ritenersi privi di firma digitale; in tale memoria, altresì, la ricorrente ribadisce pure la ritualità della procura allegata al secondo ricorso, poiché sottoscritta digitalmente con estensione <*.p7m >.
In seguito alla proposta di tale quesito, la Sez. 6-3 investe le Sezioni Unite della questione di diritto, relativa alla scelta tra “l’alternativa PAdES, opzionata da uno dei controricorrenti, o CAdES della modalità strutturale dell’atto del processo in forma di documento informatico e firmato da notificare direttamente dall’avvocato, circa la configurabilità o meno, al riguardo, ed in particolare, quando l’atto da notificare comprende anche la procura speciale indispensabile per la ritualità del ricorso o del controricorso in sede di legittimità, di una prescrizione sulla forma dell’atto indispensabile al raggiungimento dello scopo ai sensi dell’art. 156 c.p.c, secondo comma c.p.c., posta a pena di nullità, nonché della stessa fattispecie, sull’applicabilità del principio di sanatoria dell’atto nullo in caso di raggiungimento dello scopo”.


La motivazione della sentenza.

A parere del Collegio rimettente, premesso che il formato dell’atto del processo è regolato dal provvedimento ministeriale (art. 12, provv. 28/12/2015), ossia che la struttura del documento, firmato PAdES o CAdES, e che, in quest’ultimo formato, il file generato si presenta con un’unica estensione <*.p7m >, per tale motivo, “[…] risulterebbe sempre indispensabile l’estensione <*.p7m> a garanzia unica dell’autenticità del file, cioè dell’apposizione della firma digitale al file in cui il documento informatico generale è stato formato, solo per il secondo caso, in cui cioè il documento informatico originale è creato in formato diverso da quello <*pdf >”.
Ciò sarebbe ulteriormente avvalorato dal fatto che la notifica, insieme all’atto del processo in forma di documento informatico, è consentita se quest’ultimo è in formato <*.pdf >, ma se questo è firmato digitalmente dovrebbe, appunto, recare sempre l’estensione <*.p7m>, a garanzia della sua autenticità, così come previsto dagli artt. 12, comma 2 e 13, lett. a), provv. 28/12/2015.
Appare opportuno premettere che il legislatore non ha ancora esteso il processo telematico al giudizio di cassazione che resta, a oggi, ancora un processo essenzialmente analogico; da ciò ne discende che la necessità di estrarre copie analogiche degli atti digitali ha portato il legislatore a disciplinare la materia mediante il combinato disposto degli artt. 3, 3-bis,6 e 9 della legge 21/01/1994 n. 53 e dell’art. 23,comma1, cod. amm. digitale.
Dall’esame del controricorso, della nuova procura speciale e della ulteriore relazione di notifica, il collegio rimettente deduce che gli estremi identificativi dei tre allegati della PEC recano il suffisso “signed.pdf”, che denota la firma pdf.
Le Sezioni Unite risolvono la quaestio iuris sottoposta, enunciando il seguente principio di diritto in relazione agli atti del processo in forma di documento informatico: «Secondo il diritto dell’UE e le norme, anche tecniche, di diritto interno, le firme digitali di tipo CAdES e di tipo PAdES, sono entrambe ammesse ed equivalenti, sia pure con le differenti estensioni <*.p7m> e <*.pdf>, e devono, quindi, essere riconosciute valide ed efficaci, anche nel processo civile di cassazione, senza eccezione alcuna”.
Secondo la Suprema Corte, predetto principio ermeneutico deriva dal diritto dell’UE, e, in particolare, dalla Decisione di esecuzione (UE) 2015/1506 della Commissione dell’8 settembre 2015, e dal Regolamento (UE) n. 910/2014 del Parlamento Europeo e del Consiglio del 23 luglio 2014 in materia di identificazione elettronica e servizi fiduciari per le transazioni elettroniche nel mercato interno e che abroga la direttiva 1999/93/CE.
Le Sezioni Unite, infatti, sottolineano che “secondo il diritto dell’UE, le firme digitali di tipo CAdES, ovverosia CMS (Cryptographic Message Syntax) Advanced Electronic Signatures, oppure di tipo PAdES, ovverosia PDF (Portable Document Format) Advanced Electronic Signature […] sono equivalenti e devono essere riconosciute e convalidate dai Paesi membri, senza eccezione alcuna”.
Il Supremo Consesso continua precisando che “[…] al fine di garantire una disciplina uniforme della firma digitale nell’UE, sono stati adottati gli standards europei mediante il c.d. regolamento eiDAS […] che impongono agli Stati membri di riconoscere le firme apposte secondo determinati standards tra i quali figurano sia quello CAdES sia quello PAdES(Cons.Stato,sez.3, 27/11/2017, n.5504)”.
Analogalmente, afferma la giurisprudenza di legittimità, “secondo la normativa nazionale, la struttura del documento firmato può essere indifferentemente PAdES o CAdES”.
Infatti, il certificato di firma è inserito nella busta crittografica, che è presente in entrambi gli standards abilitati ; la differenza consiste nel fatto che nel caso del formato CAdES il file generato si presenta denominato con l’estensione finale <*.p7m>, mentre nel caso del formato PAdES, invece, l’art. 12 non fornisce alcuna indicazione perché tecnicamente il file sottoscritto digitalmente, in base a tale standard, mantiene il comune aspetto <nomefile.pdf>; quest’ultimo file solo apparentemente è indistinguibile, “…poiché la busta crittografica contiene comunque il documento, le evidenze informatiche e i prescritti certificati”, garantendo tutte le verifiche del caso, anche secondo il diritto eurounitario.
Da ciò ne discende che non è dirimente il formato del documento informatico “PDF” o “P7M”, ma ciò che rileva è che il documento informatico sia sottoscritto digitalmente, indifferentemente in uno dei due formati predetti, in forza delle garanzie che la firma digitale conferisce al documento medesimo.
Le Sezioni Unite richiamano, a tal proposito, i documenti ufficiali dell’Agenzia per l’Italia Digitale (c.d. AgID, istituita con Decreto Legge n. 83/2012 e sottoposta ai poteri di indirizzo e vigilanza del Presidente del Consiglio dei Ministri), secondo cui «[…] la firma digitale è il risultato di una procedura informatica – detta validazione – che garantisce l’autenticità e l’integrità di documenti informatici. Essa conferisce al documento informatico le peculiari caratteristiche di: a) autenticità, perché garantisce l’identità digitale del sottoscrittore del documento; b) integrità (perché assicura che il documento non sia stato modificato dopo la sottoscrizione); c) non ripudio (perché attribuisce validità legale al documento) [….]», nonché le specifiche tecniche del processo telematico contenute nell’art. 12 del provvedimento direttoriale del 16 aprile 2014 (in attuazione dell’art. 34, co. 1, del D.M. n. 44/2001).
Predetta Agenzia specifica che la firma digitale in formato CAdES dà luogo a un file con estensione finale <*.p7m>, che può essere apposta a qualsiasi file e per visualizzare il documento sottoscritto è necessaria un’applicazione specifica; mentre la firma digitale in formato PAdES è un file con normale estensione <*.pdf >, che può essere letto con i comuni readers disponibili per questo formato.
Il Supremo Consesso, a seguito di predetto excursus logico e normativo, conclude che si deve escludere che le disposizioni tecniche vigenti, sia a livello nazionale (anche il dlgs n. 217/2017 che apporta alcune modifiche al codice dell’amministrazione digitale), sia a livello eurounitario, “comportino in via esclusiva l’uso della firma digitale in formato CAdES, rispetto alla firma digitale in formato PAdES. Nè sono ravvisabili elementi obiettivi, in dottrina e prassi, per poter ritenere che solo la firma in formato CAdES offra garanzie di autenticità, laddove il diritto dell’UE e la normativa interna certificano l’equivalenza delle due firme digitali, egualmente ammesse dall’ordinamento sia pure con le differenti estensioni <*.p7m> e <*.pdf >”.
In ultimo, nel caso de quo, le Sezioni Unite, una volta non rinvenuta alcuna violazione di norme di diritto interno e/o dell’UE, dinanzi a rilievi del collegio remittente incentrati su modalità diverse di firma digitale «egualmente ammesse dall’ordinamento, nazionale ed euro-unitario, sia pure con le differenti estensioni <*.p7m> e <*.pdf>», non hanno, tuttavia, affrontato - per assorbimento e perché ritenuta “non … strettamente rilevante”-, l’ulteriore questione circa l’operatività o meno della sanatoria per raggiungimento dello scopo ex art. 156 c.p.c. , in caso d’ipotetica violazione di specifiche tecniche.
Lecce, 7 maggio 2018
Avv. Maurizio Villani
Avv. Lucia Morciano

 

AVV. MAURIZIO VILLANI
Avvocato Tributarista in Lecce
Patrocinante in Cassazione
www.studiotributariovillani.it - e-mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Siglato Accordo tra Confindustria Lecce e Ubi Banca sul Welfare aziendale



Il welfare aziendale è l’insieme delle iniziative realizzate da un’azienda per migliorare il benessere e la protezione del lavoratore e delle sua famiglia.

È un’opportunità per rispondere a nuovi bisogni dei dipendenti nel campo della salute, della previdenza, dell’istruzione, del tempo libero, della protezione e per meglio conciliare la vita lavorativa con quella familiare.

Il welfare aziendale fa bene all’impresa e ai lavoratori perché può contribuire al miglioramento del clima aziendale, del livello di soddisfazione dei lavoratori, della capacità di attrarre talenti e limitare il turnover.

Inoltre, con la Legge di Stabilità 2016 e la Legge di Bilancio 2017, sono stati introdotti importanti benefici fiscali sia per l’azienda sia per il lavoratore in caso di erogazione di premi di risultato sotto forma di beni e servizi welfare.


Info in allegato e al seguente link video:

https://www.ubibanca.com/vantaggi-welfare-aziendale

 

DESK CREDITO E FINANZA: PIU’ IMPRESA, PIU’ SVILUPPO, PIU’ FUTURO

Il Desk Credito e Finanza di Confindustria Lecce e un pool di Istituti di Credito (Banca Popolare Pugliese, Unicredit, UBI Banca, Monte dei Paschi di Siena, BNL, Banca Sella, Banco di Napoli) hanno avviato una collaborazione virtuosa volta a favorire lo sviluppo del territorio, sostenendo i piani di sviluppo delle imprese.

Tre sono le direttrici operative del Desk Credito e Finanza:

-Promozione di un Gruppo di Acquisto tra le Imprese di Confindustria Lecce per favorire l’accesso al credito alle migliori condizioni possibili;

-Assistenza nella selezione e nell’utilizzo dei bandi di finanza agevolata più adeguati ai piani di investimento delle imprese di tutti i settori produttivi;

-Accesso a forme di finanziamento alternative al canale bancario per sostenere la crescita delle imprese più virtuose ed innovative (Programma Elite, Mercato AIM di Borsa Italiana, Venture capital, Mini bond ecc.).

Il Desk, dopo aver dato già risposta ai bisogni di finanziamento di alcune imprese associate, con una prima trance erogata pari a settemilioni di euro, continua la sua attività di aggregazione dei fabbisogni finanziari comuni, rilanciando la formazione di un secondo Gruppo di Acquisto, al fine di rafforzare il proprio potere contrattuale nei confronti degli istituti di credito e dare avvio a nuovi investimenti.

Info: Cosimo Marra: tel. 0832.393826 – e-mail: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

DAZI: BOCCIA, BENE ESENZIONE UE DA MISURE USA SU ACCIAIO E ALLUMINIO

"Si tratta senz'altro di un segnale molto positivo, che va nella direzione della distensione nei rapporti UE-USA che Confindustria ha sempre auspicato" dichiara il Presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia, in seguito alla conferma, da parte della Casa Bianca, dell'esenzione temporanea dell'UE dai dazi imposti dagli Stati Uniti sulle importazioni di acciaio e alluminio, che sarebbero dovuti entrare in vigore oggi 23 marzo.
"E' un importante riconoscimento dei forti legami commerciali, ma anche politici e strategici, che legano l'economia europea e quella statunitense" aggiunge Boccia. "Si tratta di un passo significativo e per niente scontato, il cui merito va attribuito al Governo e alle istituzioni UE che, in questi giorni, hanno saputo tessere un dialogo con gli interlocutori statunitensi tutelando gli interessi dell'economia e dell'industria europea." “Inoltre - prosegue il Presidente Boccia - è la dimostrazione di quanto sia importante l’unità dell’Europa: se un simile risultato è stato possibile, è stato solo perché l’UE e tutti gli Stati membri hanno saputo fare squadra e parlare con una voce sola.”
"Ma la vicenda è tutt'altro che chiusa. Occorre infatti che l'UE intervenga alla svelta a protezione dei settori siderurgico e metallurgico europei, che rischiano di essere colpiti dagli effetti delle decisioni statunitensi. Dazi del 25% e del 10% sulle importazioni di acciaio e alluminio da tutto il mondo non potranno che avere conseguenze dirompenti sul mercato europeo, dove rischiano di riversarsi le eccedenze produttive globali. Occorre che l'UE introduca in tempi brevi una misura di salvaguardia che copra tutte le produzioni potenzialmente danneggiate dalle misure USA" conclude Vincenzo Boccia. "In parallelo, Confindustria continuerà a fare tutto il possibile perché si eviti una pericolosa escalation protezionistica, che rischierebbe di danneggiare moltissimi settori dell'industria italiana, arrestando la dinamica del commercio mondiale e ostacolando la ripresa economica duramente conquistata".

COPYRIGHT © 2018. CONFINDUSTRIA LECCE via VITO FORNARI, 12 - 73100 LECCE
TEL. 0832.316061 - FAX. 0832.397402
Powered by Informatica & Tecnologia  Designed by Shape5.com