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LA VALUTAZIONE DELLE RIMANENZE FINALI

A norma dell'art. 92, comma 1, secondo periodo, D.P.R. n. 917 del 1986, «le rimanenze finali, la cui valutazione non sia effettuata a costi specifici o a norma dell'articolo 93, sono assunte per un valore non inferiore a quello che risulta raggruppando i beni in categorie omogenee per natura e per valore e attribuendo a ciascun gruppo un valore non inferiore a quello determinato a norma delle disposizioni che seguono».

Il tenore testuale della norma non autorizza, in alcun caso (salvo, come appresso sarà detto, quanto previsto dall'ultimo comma), l'adozione di criteri di valutazione delle rimanenze che possa prescindere dal previo raggruppamento dei beni «in categorie omogenee per natura e per valore».

La valutazione delle rimanenze incontra un passaggio obbligato nel raggruppamento dei beni per categorie omogenee per natura e per valore.

I gruppi omogenei così individuati costituiscono l'unità minimale di valutazione cui applicare i criteri elencati di seguito.

La norma analoga a quella dettata dall'art. 15, comma secondo, D.P.R. n. 600 del 1973 (il quale precisa che l'inventario, oltre agli elementi prescritti dal codice civile, deve indicare la consistenza dei beni raggruppati in categorie omogenee per natura e per valore e il valore attribuito a ciascun gruppo) risponde all'esigenza di evitare incertezze e difficoltà tecnico-pratiche nei processi di valutazione delle rimanenze, atteso che l'omogeneità dei gruppi creati rende immediata la valutazione di quantità anche rilevanti di merci.

In particolare, il raggruppamento per natura dei beni va interpretato come riferimento alla natura economica e merceologica dei beni stessi, nel senso che i beni andranno catalogati in relazione alle loro proprietà e caratteristiche merceologiche, ossia al tipo di mercato cui sono destinati o al tipo di bisogno che tendono a soddisfare; il contestuale riferimento al valore deve poi esser inteso come riferimento a beni di identico contenuto economico che determina anche un identico valore monetario al momento dell'aggregazione.

Il gruppo, in altre parole, andrà determinato raggruppando beni con caratteristiche merceologiche identiche e con valore unitario più o meno coincidente.

Detti criteri, se da un lato evitano di includere nello stesso gruppo beni aventi natura differente, ma con valore unitario simile, dall'altro, portano a non poter aggregare beni di identica natura economico - merceologica, ma con valore monetario notevolmente differente.

Né deroga alcuna all'adozione di tali criteri è prevista ove si tratti di impresa sottratta all'obbligo di tenuta delle scritture ausiliarie previste dall'art. 14 D.P.R. n. 600 del 1973.

Il comma 1, sopra trascritto, dell'art. 92 T.U.I.R. individua, infatti, quale criterio primario di valutazione delle rimanenze di magazzino, quello dei costi specifici, quali desumibili per l'appunto dalle scritture ausiliarie di magazzino; in alternativa, tuttavia, la stessa disposizione prevede che la valutazione delle rimanenze di magazzino, raggruppate per categorie omogenee, possa essere fatta con qualsiasi criterio o metodo di stima, con la limitazione che il valore liberamente determinato non sia inferiore a quello determinato in base ai criteri di valutazione successivamente elencati ai commi 2, 3 e 4 del succitato articolo.

Conferma indiretta può, infine, ricavarsi dalla norma di cui al comma 8 dello stesso art. 92 T.U.I.R..

Questo prevede, ma solo per gli esercenti attività di commercio al minuto, ed al fine di rispondere ad esigenze di semplificazione e di razionalizzazione nella gestione dell'attività comprendente beni con caratteristiche merceologiche talvolta notevolmente differenti, la possibilità di applicazione del metodo di valutazione del prezzo al dettaglio (c.d. Retail Inventory Method),disponendo che il valore determinato in applicazione di detto metodo risulta fiscalmente rilevante anche in deroga al criterio del valore minimo di valutazione previsto al comma 1 dello stesso articolo.

In sede di aggiornamento dell'OIC 13 è stato precisato che tale metodo «approssima il costo effettivo delle rimanenze quando si valutano rimanenze di grandi quantità di beni soggetti a rapido ritiro con margini di importo simile e per le quali è particolarmente difficoltosa l'adozione di altri metodi di calcolo del costo».

Secondo espressa previsione della norma, però, l'adozione di un siffatto metodo è consentita a condizione che nella dichiarazione dei redditi o in un prospetto allegato siano illustrati dettagliatamente i criteri e le modalità di applicazione dello stesso. È da ritenere, pertanto, che la mancanza del prospetto di dettaglio autorizzi l'Amministrazione finanziaria a riprendere a tassazione il maggior valore delle rimanenze determinato in base ai criteri ordinari di cui allo stesso art. 92 (Cassazione, Quinta Sezione Civile, sentenza n. 28061 depositata il 24/11/2017).

Non sarà inutile al riguardo rimarcare, in conclusione, che ai sensi dell'art. 1, lett. d),(inattendibilità della contabilità degli esercenti attività d'impresa) del D.P.R. 16 settembre 1996, n. 570 (Regolamento per la determinazione dei criteri in base ai quali la contabilità ordinaria è considerata inattendibile, relativamente agli esercenti attività d'impresa, arti e professioni), le irregolarità delle scritture obbligatorie degli esercenti attività d'impresa si considerano gravi e rendono inattendibile la contabilità ordinaria di tali soggetti, quando, fra l'altro, «i criteri adottati per la valutazione delle rimanenze non sono indicati nella nota integrativa o nel libro degli inventari».

Per esempio, trattandosi di vendita di articoli di abbigliamento quale impresa stocchista, la merce assume rilevanza in relazione non alla natura o alla tipologia, ma al numero dei pezzi, raggruppati e distinti solo in relazione al valore d'acquisto, secondo prezzi rimasti costanti nel tempo.

Infine, è bene ricordare che è giurisprudenza consolidata della Corte di Cassazione che il ricorso per cassazione con il quale si facciano valere vizi della motivazione della sentenza deve contenere la precisa indicazione di carenze o di lacune nelle argomentazioni sulle quali si basano la decisione o il capo di essa censurato ovvero la specificazione d'illogicità, consistente nell'attribuire agli elementi di giudizio considerati un significato fuori dal senso comune, od ancora la mancanza di coerenza fra le varie ragioni esposte, quindi l'assoluta incompatibilità razionale degli argomenti e l'insanabile contrasto degli stessi.

Ne consegue che risulta inidoneo allo scopo il far valere la non rispondenza della ricostruzione dei fatti operata dal giudice di merito all'opinione che di essi abbia la parte ed, in particolare, il prospettare un soggettivo preteso migliore e più appagante coordinamento dei molteplici dati acquisiti, atteso che tali aspetti del giudizio, interni all'ambito della discrezionalità di valutazione degli elementi di prova e degli apprezzamenti dei fatto, attengono al libero convincimento dei giudici e non ai possibili vizi dell'iter formativo di tale convincimento, rilevanti ai sensi dell'art. 360, n. 5, c.p.c..

Diversamente il motivo del ricorso per cassazione si risolverebbe in una inammissibile istanza di revisione delle valutazioni effettuate e, in base ad esse, delle conclusioni raggiunte dal giudice di merito cui non può imputarsi d'avere omesso l'esplicita confutazione delle tesi non accolte e/o la particolareggiata disamina degli elementi di giudizio ritenuti non significativi, giacché né l'una né l'altra gli sono richieste, mentre soddisfa l'esigenza di adeguata motivazione che il raggiunto convincimento risulti da un esame logico e coerente di quelle tra le prospettazioni delle parti e le emergenze istruttorie che siano state ritenute di per sé sole idonee e sufficienti a giustificarlo (cfr. tra le altre, Cass. 25/05/2006, n. 12446; Cass. 27/04/2004, n. 8718; Cass. 30/03/2000, n. 3904; Cass. 06/10/1999, n. 11121).

Lecce, 19 maggio 2018

 

AVV. MAURIZIO VILLANI

Avvocato Tributarista in Lecce

Patrocinante in Cassazione

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Le firme digitali di tipo CAdES e PAdES sono entrambe valide ed efficaci” (Cass. S.U. n. 10266/2018)

Principio di diritto.

La Suprema Corte, con sentenza n. 10266/2018, pubblicata il 27 aprile 2018, statuisce il seguente principio di diritto: “secondo il diritto dell’UE e le norme, anche tecniche, di diritto interno, le firme digitali di tipo CAdES e di tipo PAdES sono entrambe ammesse e devono, quindi, essere riconosciute valide ed efficaci, anche nel processo civile di Cassazione, senza eccezione alcuna”.

Caso.

La Società U. ricorre per la cassazione della sentenza con la quale il Tribunale di Palermo ha confermato l’ordinanza del giudice dell’esecuzione di rigetto dell’opposizione contro il provvedimento di accoglimento della contestazione del credito proposta dai creditori procedenti nel procedimento di espropriazione presso terzi, promosso nei confronti del Consorzio per l’area di sviluppo industriale di Palermo.
Una volta formulata la proposta di definizione in camera di consiglio ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c. per la decisione sull’inammissibilità del ricorso, la ricorrente deposita memoria, con la quale, tra i motivi di doglianza, solleva questione circa la ritualità della notifica del controricorso di P.Z., giacchè avvenuta con allegazione al messaggio di PEC di tre files con estensione < *.pdf > e non <*.p7m > e, quindi, da ritenersi privi di firma digitale; in tale memoria, altresì, la ricorrente ribadisce pure la ritualità della procura allegata al secondo ricorso, poiché sottoscritta digitalmente con estensione <*.p7m >.
In seguito alla proposta di tale quesito, la Sez. 6-3 investe le Sezioni Unite della questione di diritto, relativa alla scelta tra “l’alternativa PAdES, opzionata da uno dei controricorrenti, o CAdES della modalità strutturale dell’atto del processo in forma di documento informatico e firmato da notificare direttamente dall’avvocato, circa la configurabilità o meno, al riguardo, ed in particolare, quando l’atto da notificare comprende anche la procura speciale indispensabile per la ritualità del ricorso o del controricorso in sede di legittimità, di una prescrizione sulla forma dell’atto indispensabile al raggiungimento dello scopo ai sensi dell’art. 156 c.p.c, secondo comma c.p.c., posta a pena di nullità, nonché della stessa fattispecie, sull’applicabilità del principio di sanatoria dell’atto nullo in caso di raggiungimento dello scopo”.


La motivazione della sentenza.

A parere del Collegio rimettente, premesso che il formato dell’atto del processo è regolato dal provvedimento ministeriale (art. 12, provv. 28/12/2015), ossia che la struttura del documento, firmato PAdES o CAdES, e che, in quest’ultimo formato, il file generato si presenta con un’unica estensione <*.p7m >, per tale motivo, “[…] risulterebbe sempre indispensabile l’estensione <*.p7m> a garanzia unica dell’autenticità del file, cioè dell’apposizione della firma digitale al file in cui il documento informatico generale è stato formato, solo per il secondo caso, in cui cioè il documento informatico originale è creato in formato diverso da quello <*pdf >”.
Ciò sarebbe ulteriormente avvalorato dal fatto che la notifica, insieme all’atto del processo in forma di documento informatico, è consentita se quest’ultimo è in formato <*.pdf >, ma se questo è firmato digitalmente dovrebbe, appunto, recare sempre l’estensione <*.p7m>, a garanzia della sua autenticità, così come previsto dagli artt. 12, comma 2 e 13, lett. a), provv. 28/12/2015.
Appare opportuno premettere che il legislatore non ha ancora esteso il processo telematico al giudizio di cassazione che resta, a oggi, ancora un processo essenzialmente analogico; da ciò ne discende che la necessità di estrarre copie analogiche degli atti digitali ha portato il legislatore a disciplinare la materia mediante il combinato disposto degli artt. 3, 3-bis,6 e 9 della legge 21/01/1994 n. 53 e dell’art. 23,comma1, cod. amm. digitale.
Dall’esame del controricorso, della nuova procura speciale e della ulteriore relazione di notifica, il collegio rimettente deduce che gli estremi identificativi dei tre allegati della PEC recano il suffisso “signed.pdf”, che denota la firma pdf.
Le Sezioni Unite risolvono la quaestio iuris sottoposta, enunciando il seguente principio di diritto in relazione agli atti del processo in forma di documento informatico: «Secondo il diritto dell’UE e le norme, anche tecniche, di diritto interno, le firme digitali di tipo CAdES e di tipo PAdES, sono entrambe ammesse ed equivalenti, sia pure con le differenti estensioni <*.p7m> e <*.pdf>, e devono, quindi, essere riconosciute valide ed efficaci, anche nel processo civile di cassazione, senza eccezione alcuna”.
Secondo la Suprema Corte, predetto principio ermeneutico deriva dal diritto dell’UE, e, in particolare, dalla Decisione di esecuzione (UE) 2015/1506 della Commissione dell’8 settembre 2015, e dal Regolamento (UE) n. 910/2014 del Parlamento Europeo e del Consiglio del 23 luglio 2014 in materia di identificazione elettronica e servizi fiduciari per le transazioni elettroniche nel mercato interno e che abroga la direttiva 1999/93/CE.
Le Sezioni Unite, infatti, sottolineano che “secondo il diritto dell’UE, le firme digitali di tipo CAdES, ovverosia CMS (Cryptographic Message Syntax) Advanced Electronic Signatures, oppure di tipo PAdES, ovverosia PDF (Portable Document Format) Advanced Electronic Signature […] sono equivalenti e devono essere riconosciute e convalidate dai Paesi membri, senza eccezione alcuna”.
Il Supremo Consesso continua precisando che “[…] al fine di garantire una disciplina uniforme della firma digitale nell’UE, sono stati adottati gli standards europei mediante il c.d. regolamento eiDAS […] che impongono agli Stati membri di riconoscere le firme apposte secondo determinati standards tra i quali figurano sia quello CAdES sia quello PAdES(Cons.Stato,sez.3, 27/11/2017, n.5504)”.
Analogalmente, afferma la giurisprudenza di legittimità, “secondo la normativa nazionale, la struttura del documento firmato può essere indifferentemente PAdES o CAdES”.
Infatti, il certificato di firma è inserito nella busta crittografica, che è presente in entrambi gli standards abilitati ; la differenza consiste nel fatto che nel caso del formato CAdES il file generato si presenta denominato con l’estensione finale <*.p7m>, mentre nel caso del formato PAdES, invece, l’art. 12 non fornisce alcuna indicazione perché tecnicamente il file sottoscritto digitalmente, in base a tale standard, mantiene il comune aspetto <nomefile.pdf>; quest’ultimo file solo apparentemente è indistinguibile, “…poiché la busta crittografica contiene comunque il documento, le evidenze informatiche e i prescritti certificati”, garantendo tutte le verifiche del caso, anche secondo il diritto eurounitario.
Da ciò ne discende che non è dirimente il formato del documento informatico “PDF” o “P7M”, ma ciò che rileva è che il documento informatico sia sottoscritto digitalmente, indifferentemente in uno dei due formati predetti, in forza delle garanzie che la firma digitale conferisce al documento medesimo.
Le Sezioni Unite richiamano, a tal proposito, i documenti ufficiali dell’Agenzia per l’Italia Digitale (c.d. AgID, istituita con Decreto Legge n. 83/2012 e sottoposta ai poteri di indirizzo e vigilanza del Presidente del Consiglio dei Ministri), secondo cui «[…] la firma digitale è il risultato di una procedura informatica – detta validazione – che garantisce l’autenticità e l’integrità di documenti informatici. Essa conferisce al documento informatico le peculiari caratteristiche di: a) autenticità, perché garantisce l’identità digitale del sottoscrittore del documento; b) integrità (perché assicura che il documento non sia stato modificato dopo la sottoscrizione); c) non ripudio (perché attribuisce validità legale al documento) [….]», nonché le specifiche tecniche del processo telematico contenute nell’art. 12 del provvedimento direttoriale del 16 aprile 2014 (in attuazione dell’art. 34, co. 1, del D.M. n. 44/2001).
Predetta Agenzia specifica che la firma digitale in formato CAdES dà luogo a un file con estensione finale <*.p7m>, che può essere apposta a qualsiasi file e per visualizzare il documento sottoscritto è necessaria un’applicazione specifica; mentre la firma digitale in formato PAdES è un file con normale estensione <*.pdf >, che può essere letto con i comuni readers disponibili per questo formato.
Il Supremo Consesso, a seguito di predetto excursus logico e normativo, conclude che si deve escludere che le disposizioni tecniche vigenti, sia a livello nazionale (anche il dlgs n. 217/2017 che apporta alcune modifiche al codice dell’amministrazione digitale), sia a livello eurounitario, “comportino in via esclusiva l’uso della firma digitale in formato CAdES, rispetto alla firma digitale in formato PAdES. Nè sono ravvisabili elementi obiettivi, in dottrina e prassi, per poter ritenere che solo la firma in formato CAdES offra garanzie di autenticità, laddove il diritto dell’UE e la normativa interna certificano l’equivalenza delle due firme digitali, egualmente ammesse dall’ordinamento sia pure con le differenti estensioni <*.p7m> e <*.pdf >”.
In ultimo, nel caso de quo, le Sezioni Unite, una volta non rinvenuta alcuna violazione di norme di diritto interno e/o dell’UE, dinanzi a rilievi del collegio remittente incentrati su modalità diverse di firma digitale «egualmente ammesse dall’ordinamento, nazionale ed euro-unitario, sia pure con le differenti estensioni <*.p7m> e <*.pdf>», non hanno, tuttavia, affrontato - per assorbimento e perché ritenuta “non … strettamente rilevante”-, l’ulteriore questione circa l’operatività o meno della sanatoria per raggiungimento dello scopo ex art. 156 c.p.c. , in caso d’ipotetica violazione di specifiche tecniche.
Lecce, 7 maggio 2018
Avv. Maurizio Villani
Avv. Lucia Morciano

 

AVV. MAURIZIO VILLANI
Avvocato Tributarista in Lecce
Patrocinante in Cassazione
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Avviso vendita presso il Tribunale di Lecce relativo agli immobili siti nell’area Consorzio ASI di Viale Belgio a Surbo

In allegato avviso della vendita che si terrà presso il Tribunale di Lecce ed avente ad oggetto gli immobili siti nell’area del Consorzio ASI di Viale Belgio a Surbo.


Siglato Accordo tra Confindustria Lecce e Ubi Banca sul Welfare aziendale



Il welfare aziendale è l’insieme delle iniziative realizzate da un’azienda per migliorare il benessere e la protezione del lavoratore e delle sua famiglia.

È un’opportunità per rispondere a nuovi bisogni dei dipendenti nel campo della salute, della previdenza, dell’istruzione, del tempo libero, della protezione e per meglio conciliare la vita lavorativa con quella familiare.

Il welfare aziendale fa bene all’impresa e ai lavoratori perché può contribuire al miglioramento del clima aziendale, del livello di soddisfazione dei lavoratori, della capacità di attrarre talenti e limitare il turnover.

Inoltre, con la Legge di Stabilità 2016 e la Legge di Bilancio 2017, sono stati introdotti importanti benefici fiscali sia per l’azienda sia per il lavoratore in caso di erogazione di premi di risultato sotto forma di beni e servizi welfare.


Info in allegato e al seguente link video:

https://www.ubibanca.com/vantaggi-welfare-aziendale

 


Il raddoppio del contributo unificato nel processo tributario: la sentenza della Corte Costituzionale n. 18/2018

Il raddoppio del contributo unificato nel processo tributario: la sentenza della Corte Costituzionale n. 18/2018

1. Premessa
L’articolo 1, comma 17, della legge 228 del 24 dicembre 2012, ha introdotto il comma “I-quater” all’art. 13 del D.P.R. n. 115/2002, recante il Testo Unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di spese di giustizia.
Il predetto comma stabilisce che “Quando l'impugnazione, anche incidentale, è respinta integralmente o è dichiarata inammissibile o improcedibile, la parte che l'ha proposta è tenuta a versare un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per la stessa impugnazione, principale o incidentale, a norma del comma 1-bis. Il giudice dà atto nel provvedimento della sussistenza dei presupposti di cui al periodo precedente e l'obbligo di pagamento sorge al momento del deposito dello stesso”.

h id="system-readmore" /> <p><br />In base al tenore letterale della disposizione, emerge in modo chiaro che la questione riguarda esclusivamente il giudizio di appello e non trova applicazione per il giudizio di primo grado, riferendosi la normativa citata ai “giudizi di impugnazione”. <br />Tale disposizione trova applicazione ai procedimenti iniziati in data successiva al 30 gennaio 2013, avuto riguardo al momento in cui la notifica del ricorso si è perfezionata con la ricezione dell'atto da parte del destinatario (Cass., SS.UU., n. 3774 del 18 febbraio 2014).<br />Per ragioni esplicative si premette che il contributo unificato costituisce un prelievo coattivo, ovvero un tributo, volto al finanziamento delle spese giudiziarie e commisurato al valore del processo. Sono assoggettate all'obbligo del versamento del contributo unificato tributario ex art 13, comma 6 - quater, d.P.R. n. 115/2002 (C.U.T.), tutte le controversie aventi ad oggetto tributi e relativi accessori, restando escluse dalla giurisdizione tributaria soltanto le controversie riguardanti gli atti della esecuzione forzata tributaria (ai sensi dell’art. 2, c. 1, D.Lgs. 546/92) e il giudizio per cassazione, per il quale trovano applicazione le norme dettate dal codice di procedura civile (art. 62, c. 2, D.Lgs. 546/92). <br />Viceversa, il raddoppio del contributo unificato è previsto a tutela dell’economia processuale, tutte le volte che si renda necessario l'impegno di risorse processuali per l'esercizio del diritto di impugnazione che non abbia avuto esito positivo per l'impugnante, essendo il provvedimento impugnato rimasto confermato o non alterato (Cass, n. 6280 del 27 marzo 2015; n. 10306 13 maggio 2014; n. 5955 del 14 marzo 2014).</p> <p><br />Si osserva, infatti, che, mentre il contributo unificato è una tassa per il costo del servizio giustizia, le relative "maggiorazioni" devono co"siderarsi quali presidi sanzionatori contro eventuali abusi di tale servizio. Ed invero, tali "maggiorazioni" non hanno natura tributaria (per aggiungersi al prelievo tributario già dovuto per il medesimo presupposto del tributo base), né natura risarcitoria (per sovrapporsi alla liquidazione degli interessi), ma esclusivamente natura afflittiva.
Il presupposto di insorgenza dell'obbligo del versamento dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato non è collegato alla condanna alle spese, ma al fatto oggettivo del rigetto integrale o della definizione in rito, negativa per l'impugnante, del gravame (Cass. n. 10306 del 13 maggio 2014). Tale misura trova, infatti, applicazione ai soli casi di rigetto dell'impugnazione o della sua declaratoria d'inammissibilità o improcedibilità, così sanzionando la condotta della (sola) parte rimproverabile. (v., ex multis, Cass. sez. 6, ord. n. 6888 del 3 aprile 2015). L'obbligo del pagamento del contributo aggiuntivo sorge, dunque, ipso iure, per il solo fatto del formale rilevamento della sussistenza dei suoi presupposti, al momento stesso del deposito del provvedimento di definizione dell'impugnazione.
Ne discende che detta sanzione rappresenta un'automatica conseguenza sfavorevole dell’impugnazione di un provvedimento in materie o per procedimenti assoggettati a contributo unificato, mediante un parziale ristoro dei costi del vano funzionamento dell’apparato giudiziario o della vana erogazione delle limitate risorse a sua disposizione.
Proprio in virtù del predetto automatismo, in quanto atto dovuto, il rilevamento della sussistenza o meno dei presupposti per l'applicazione dell'ulteriore contributo unificato non costituisce un capo del provvedimento di definizione dell'impugnazione dotato di contenuto condannatorio ovvero di contenuto declaratorio.
Ed invero, le parti della sentenza di appello in cui si dà atto della sussistenza o insussistenza dei presupposti per la condanna al pagamento del doppio del contributo unificato non sono suscettibili di essere impugnate con ricorso per cassazione.
Sul punto, la Corte di Cassazione, con sentenza n. 22867 del 9 novembre 2016, riprendendo un consolidato indirizzo giurisprudenziale, ha ribadito che il rilevamento del presupposto per la condanna <<non può quindi costituire un capo del provvedimento di definizione dell'impugnazione dotato di contenuto condannatorio, ne' di contenuto declaratorio: a tanto ostando anzitutto la mancanza di un rapporto processuale con il soggetto titolare del relativo potere impositivo tributario, che non e' neppure parte in causa, e quindi irrimediabilmente la carenza di domanda di chicchessia o di controversia sul punto e comunque discendendo il rilevamento da un obbligo imposto dalla legge al giudice che definisce il giudizio. Deve allora ritenersi che la lettera della disposizione conferisca al giudice dell'impugnazione il solo potere-dovere di rilevare la sussistenza o meno dei presupposti per l'applicazione del raddoppio del contributo unificato, cioè che l'impugnazione sia stata rigettata integralmente, ovvero dichiarata inammissibile o improcedibile. Se il punto della sentenza che enuncia la sussistenza dei presupposti per l'obbligo di pagamento del contributo aggiuntivo non ha natura decisoria, esso non puo' essere suscettibile di ordinaria impugnazione.>>
La erogazione da parte del soccombente di un importo pari a quello corrisposto per il contributo unificato, ai sensi del Decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 2002, n. 115, articolo 13, comma 1 quater, introdotto dalla L. n. 228 del 2012, rappresenta una misura eccezionale - lato sensu sanzionatoria - e di stretta interpretazione, pertanto non suscettibile di interpretazione estensiva o analogica.
In particolare, in merito al divieto di estensione analogica, si osserva che già due anni fa la Corte Costituzionale, con sentenza 30 maggio 2016 n. 120, ha dichiarato infondata la questione di legittimità riguardante l’estensione dell’applicazione del regime del raddoppio del contributo unificato alle ipotesi di cancellazione della causa dal ruolo e di estinzione del processo, per mancata omogeneità delle situazioni messe a confronto. Ed invero, la Consulta, muovendo dal presupposto che il raddoppio del contributo unificato è previsto a tutela dell’economia processuale, ha chiarito che la fattispecie di cui all’art. 181 c.p.c. rubricato “Mancata comparizione delle parti” riguarda soltanto la condotta omissiva delle parti, con la conseguenza che la detta funzione deterrente non avrebbe modo di esprimersi, considerato che, le fattispecie di cui agli artt. 181 e 309 cod. proc. civ., non comportano un inutile dispendio di energie processuali e di correlati costi.
Parimenti, la giurisprudenza di legittimità ha individuato alcune fattispecie per le quali non trova applicazione il raddoppio del contributo de quo. In particolare, l’obbligo al versamento del raddoppio del contributo unificato è escluso nei casi di:
- impugnazione incidentale tardiva, laddove il ricorso è divenuto inefficace ai sensi dell'articolo 334 c.p.c., comma 2, ai sensi del quale <<(…), se l'impugnazione principale è dichiarata inammissibile, l'impugnazione incidentale perde ogni efficacia>>. In tal caso, infatti, con la perdita di efficacia, il ricorso incidentale tardivo diviene tanquam non esset e non può essere preso in esame dalla Corte, non potendosi così pervenire ad una pronuncia di "rigetto" o ad una declaratoria di "inammissibilita'" o "improcedibilità" dell'impugnazione, che costituiscono le sole ipotesi in presenza delle quali il d.P.R. n. 115/2002, articolo 13 comma 1-quater, prevede che chi ha proposto l'impugnazione debba versare un ulteriore importo a titolo di contributo unificato (Cass., n. 18348 del 25 luglio 2017);
- rinuncia al ricorso, laddove <<quanto al contributo unificato, deve escludersene il raddoppio atteso che tale misura si applica ai soli casi - tipici - del rigetto dell'impugnazione o della sua declaratoria d'inammissibilità o improcedibilità (…) e, trattandosi di misura eccezionale, lato sensu sanzionatoria, essa e' di stretta interpretazione (…) e, come tale, non suscettibile di interpretazione estensiva o analogica>> (Cass., n. 23175 del 12 novembre 2015);
- declaratoria di estinzione del giudizio, in quanto <<il tenore della pronunzia, che e' di estinzione e non di rigetto o di inammissibilita' od improponibilita', esclude - trattandosi di norma lato sensu sanzionatoria e comunque eccezionale ed in quanto tale di stretta interpretazione - l'applicabilita' del Decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 2002, n. 115, articolo 13, comma 1 quater, inserito dalla Legge 24 dicembre 2012, n. 228, articolo 1, comma 17 circa l'obbligo, per il ricorrente non vittorioso, di versare una somma pari al contributo unificato gia' versato all'atto della proposizione dell'impugnazione>> (Cass., n. 19560 del 30 settembre 2015);
- sopravvenuto difetto di interesse, laddove la ratio della norma - orientata a scoraggiare le impugnazioni dilatorie o pretestuose - induce ad escludere che il meccanismo sanzionatorio ivi previsto sia applicabile in ipotesi di inammissibilità non originaria ma, come nella specie, sopravvenuta (Cass., n. 19464 del 15 settembre 2014; Cass., Sez. n. 13636 del 02 luglio 2015);
- cessazione della materia del contendere, (Cass., n. 3542 del 10 febbraio 2017);
- ricorso per cassazione avverso le sanzioni disciplinari del CNF, in base alla natura della controversia (Cass. SS.UU.., 25 novembre 2013, n. 2628);
- le impugnazioni proposte da parti ammesse al patrocinio a spese dello Stato, in quanto -ai sensi del d.P.R. n. 115 del 2002, articolo 11 - in tale ipotesi - come per quella relativa alle amministrazioni pubbliche ammesse da norme di legge alla prenotazione a debito - il contributo unificato è prenotato a debito. Pertanto, qualora risulti soccombente una parte ammessa alla prenotazione a debito del contributo unificato per essere stata ammessa al Patrocinio a spese dello Stato, non si applica il Decreto del Presidente della Repubblica n. 115 del 2002, articolo 13, comma 1 quater inserito dalla L. n. 228 del 2012, articolo 1, comma 17 e la medesima non può essere condannata, in caso di esito negativo della lite, al pagamento di una somma pari al contributo stesso (Cass., n. 22867 del 9 novembre 2016; Cass., n. 18523 del 2 settembre 2014).

2. La decisione della Corte Costituzionale n. 18 del 2 febbraio 2018
Con due ordinanze del 23 marzo e del 4 aprile 2016, la Commissione Tributaria Regionale di Catanzaro ha sollevato questioni di legittimità costituzionale dell’art. 13, comma 1-quater, del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115 in riferimento all’art. 111, secondo comma, della Costituzione.
In particolare, la CTR rimettente osservava che nella fattispecie oggetto della sentenza sussistessero i presupposti per il raddoppio del contributo unificato a carico di entrambe le parti, ma che tale sanzione sarebbe stata applicabile solo alla parte privata e non anche alla PA, per la quale, invece, operava il meccanismo della prenotazione a debito delle spese, così esonerandola dal pagamento del contributo unificato. A parere della rimettente, siffatta limitazione sarebbe in palese violazione del principio di parità delle parti di cui all’art. 111, secondo comma, in quanto se il fine della sanzione è quello di scoraggiare impugnazione dilatorie e pretestuose, allora detta sanzione dovrebbe poter colpire indifferentemente tutte le parti, anche nel processo tributario, in cui una di esse è necessariamente pubblica.
La Consulta dichiara inammissibili le questioni di legittimità costituzionale.
Ed invero, muovendo dall’interpretazione dell’art. 13 del D.P.R. 115/2002, La Consulta affronta due questioni rilevanti in materia di raddoppio del contributo unificato: una riguardante l’applicabilità della sanzione de quo alle parti come la PA, per le quali opera il meccanismo della prenotazione a debito; l’altra afferente la insuscettibilità dell’azione estensiva o analogica del raddoppio del contributo unificato al processo tributario.
Con la prima questione, la Consulta torna a ribadire che non ricorrono i presupposti per il raddoppio del contributo unificato nel caso in cui la ricorrente sia un’amministrazione pubblica, in quanto per questa opera il meccanismo della prenotazione a debito delle spese.
Ed invero, riprendendo un principio generale del diritto tributario, la Corte Costituzionale con la sentenza in oggetto chiarisce che nei giudizi in cui sia soccombente la PA, quest’ultima e le altre amministrazioni parificate non sono tenute a versare imposte o tasse che gravano sul processo per la evidente ragione che lo Stato verrebbe ad essere al tempo stesso debitore e creditore di sé stesso con la conseguenza che l’obbligo non sorge.
In merito a tale questione, era già stata adita nel 2014 la Suprema Corte di Cassazione a Sezioni Unite al fine di fornire chiarimenti circa la possibilità di procedere alla riscossione allorquando il provvedimento del magistrato che dispone il pagamento dell’importo, fosse stato eseguito nei confronti dell’amministrazione pubblica ammessa, da norme di legge, alla prenotazione a debito di imposte o di spese a suo carico. Le Sezioni Unite della Corte di Cassazione, con la sentenza n. 9938 dell’8 maggio 2014, evidenziavano che “è principio generale dell’assetto tributario che lo Stato e le altre amministrazioni parificate non sono tenute a versare imposte o tasse che gravano sul processo per la evidente ragione che lo Stato verrebbe ad essere al tempo stesso debitore e creditore di sé stesso con la conseguenza che l’obbligo non sorge” (in tal senso Cass. sez. 4, n. 1778/16 n. 18893/16). Di conseguenza, in tale particolare ipotesi, “non deve darsi atto della sussistenza dei presupposti di cui al primo periodo dell’art. 13, comma I-quater, DPR n. 115/2002, introdotto dal comma 17 dell’art. 1 della Legge 24 dicembre 2012 n. 228, per i casi di impugnazione respinta integralmente o dichiarata inammissibile o improcedibile”.
Superata la questione relativa alla parità del processo, il Giudice delle Leggi, con la sentenza in commento, ha affrontato una questione decisamente più pregnante e radicale, relativa all’applicabilità della sanzione de quo anche al processo tributario.
In particolare, la Consulta ha ritenuto che la CTR non avesse preliminarmente tenuto conto ovvero argomentato sull’impossibilità dell’azione estensiva o analogica del raddoppio del contributo unificato al processo tributario. Secondo i giudici << il rimettente ha censurato l’art. 13, co. 1 quater, del D.p.R. n. 115 del 2002 muovendo dalla premessa interpretativa della sua applicabilità nel processo tributario d’appello – senza chiarire- come sarebbe stato suo onere - le ragioni che dovrebbero giustificarla e renderla prevalente rispetto all’azione ermeneutica precedentemente richiamata>>.
Occorre, a tal punto, rilevare che, sebbene il legislatore non abbia espressamente previsto l’applicazione del raddoppio del contributo unificato al processo tributario, nel corso degli anni sia la prassi che la giurisprudenza di merito hanno tentato di estendere detta sanzione anche alla giurisdizione tributaria.
Difatti, un primo impulso era stato fornito dal Ministero dell’Economia e delle Finanze - direzione della Giustizia Tributaria che, con la Nota prot. n. 19148 del 30/12/2014, sembrava aver ritenuto implicitamente ammissibile l’applicazione del comma 1 quater dell’art. 13 D.P.R. n. 115/2002 anche al giudizio d’appello tributario facendo la norma riferimento ai “giudizi di impugnazione”.
Dello stesso avviso è stata una parte della giurisprudenza di merito, secondo la quale <<la ratio deflattiva della norma, che intende scoraggiare impugnazioni avventate o dilatorie, non può non attagliarsi anche al processo tributario, che, peraltro, a far data dalla riforma legislativa del 2011 (che ha innovato l'art. 9 del TU spese di giustizia), è stato equiparato al processo civile anche sotto il profilo dell'assoggettamento al pagamento del contributo unificato. Una diversità di disciplina tra le due giurisdizioni, che peraltro rientrano comunque entrambe nella giurisdizione latamente "ordinaria", unitariamente sottoposta al vaglio di legittimità della Suprema Corte, sarebbe evidentemente priva di ragionevolezza, specie in mancanza di una espressa disposizione che disponga in tal senso.>> (v. ex multis: C.T.R. Lombardia-Milano, n. 219 del 27 gennaio 2017; C.T.R. Lombardia- Milano, sentenza n. 3947 del 6 luglio 2016).
A conforto di tale soluzione interpretativa, i giudici di merito richiamavano la circostanza che il raddoppio del contributo unificato venisse pacificamente ritenuto applicabile ai ricorsi in Cassazione. Più nel dettaglio, tale dato sarebbe desumibile dall’art. 261 TUSG che estende esplicitamente l’applicazione della citata normativa nel processo tributario dinanzi alla Corte di cassazione sancendo che “al ricorso per cassazione e al relativo processo si applica la disciplina prevista dal presente testo unico per il processo civile”. Tuttavia, detta tesi appare confutabile in quanto la specifica previsione dell’art. 261 TUSG circa l’applicabilità della sanzione al ricorso per cassazione e al relativo processo <<sarebbe ultronea ove il d.P.R. n. 115/2002 potesse trovare applicazione - in via meramente interpretativa - anche al giudizio tributario di merito; essendo, invece, espressamente prevista l'estensione della applicazione civile al solo giudizio di legittimità, se ne deve dedurre la non applicabilità al giudizio davanti alle Commissioni tributarie regionali>> ( C.T.R. LOMBARDIA- Milano, n. 5280 del 14 dicembre 2017). In base a tali premesse, dunque, deve concludersi per l’esclusione della contribuzione aggiuntiva in sede tributaria solo (ed ancor più irragionevolmente) per la (mera) seconda fase di merito.
Peraltro, si osserva che la Corte Costituzionale, già con una precedente sentenza del 7 aprile 2016, n. 78, aveva rilevato che: "Quanto alla determinazione del contributo, l'art. 13 del d.P.R. 115/2002 stabilisce criteri diversi per il processo civile, amministrativo e tributario. Nel primo, per la qualificazione del contributo - come determinato dei primi sei commi del predetto art 13 - vengono in rilievo sia la materia che il valore della controversia; nel secondo - disciplinato dal comma 6-bis del medesimo articolo - è stato adottato il criterio della differenziazione per materia; nel processo tributario - per i ricorsi davanti alle commissioni tributarie (perché davanti alla corte di cassazione il già citato art. 261 d.P.R. n. 115/2002 prescrive l'applicazione: "della disciplina prevista dal presente testo unico per il processo civile") - il successivo comma 6-quater stabilisce importi crescenti per scaglioni di valore delle liti".
E’, dunque, principio generale che in campo impositivo sussistono severi limiti di applicazione all’integrazione analogica e all’interpretazione estensiva. Va, al riguardo, rilevato che la citata disposizione del T.U.S.G. trova applicazione per il giudizio ordinario civile e, dunque, in mancanza di una specifica disposizione, non trova applicazione al processo tributario di merito. Una specifica disposizione, invece, è prevista dall'art. 261 d.P.R. n. 115/2002 che statuisce espressamente che "al ricorso per cassazione e al relativo processo si applica la disciplina prevista dal presente testo unico per il processo civile", così estendendo esplicitamente l'applicazione della normativa civile del T.U.S.G. nel processo tributario dinanzi la Corte di cassazione.
In conclusione, la collocazione della norma in esame nel comma 1, che riguarda il processo civile, deve essere interpretata nel senso della non applicabilità della contribuzione aggiuntiva al giudizio tributario, i cui importi del contributo unificato sono stabiliti dal successivo comma 6-quater.


Lecce, 05 aprile 2018 Avv. Maurizio Villani
Dott.ssa Antonella Villani


DESK CREDITO E FINANZA: PIU’ IMPRESA, PIU’ SVILUPPO, PIU’ FUTURO

Il Desk Credito e Finanza di Confindustria Lecce e un pool di Istituti di Credito (Banca Popolare Pugliese, Unicredit, UBI Banca, Monte dei Paschi di Siena, BNL, Banca Sella, Banco di Napoli) hanno avviato una collaborazione virtuosa volta a favorire lo sviluppo del territorio, sostenendo i piani di sviluppo delle imprese.

Tre sono le direttrici operative del Desk Credito e Finanza:

-Promozione di un Gruppo di Acquisto tra le Imprese di Confindustria Lecce per favorire l’accesso al credito alle migliori condizioni possibili;

-Assistenza nella selezione e nell’utilizzo dei bandi di finanza agevolata più adeguati ai piani di investimento delle imprese di tutti i settori produttivi;

-Accesso a forme di finanziamento alternative al canale bancario per sostenere la crescita delle imprese più virtuose ed innovative (Programma Elite, Mercato AIM di Borsa Italiana, Venture capital, Mini bond ecc.).

Il Desk, dopo aver dato già risposta ai bisogni di finanziamento di alcune imprese associate, con una prima trance erogata pari a settemilioni di euro, continua la sua attività di aggregazione dei fabbisogni finanziari comuni, rilanciando la formazione di un secondo Gruppo di Acquisto, al fine di rafforzare il proprio potere contrattuale nei confronti degli istituti di credito e dare avvio a nuovi investimenti.

Info: Cosimo Marra: tel. 0832.393826 – e-mail: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.


DAZI: BOCCIA, BENE ESENZIONE UE DA MISURE USA SU ACCIAIO E ALLUMINIO

"Si tratta senz'altro di un segnale molto positivo, che va nella direzione della distensione nei rapporti UE-USA che Confindustria ha sempre auspicato" dichiara il Presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia, in seguito alla conferma, da parte della Casa Bianca, dell'esenzione temporanea dell'UE dai dazi imposti dagli Stati Uniti sulle importazioni di acciaio e alluminio, che sarebbero dovuti entrare in vigore oggi 23 marzo.
"E' un importante riconoscimento dei forti legami commerciali, ma anche politici e strategici, che legano l'economia europea e quella statunitense" aggiunge Boccia. "Si tratta di un passo significativo e per niente scontato, il cui merito va attribuito al Governo e alle istituzioni UE che, in questi giorni, hanno saputo tessere un dialogo con gli interlocutori statunitensi tutelando gli interessi dell'economia e dell'industria europea." “Inoltre - prosegue il Presidente Boccia - è la dimostrazione di quanto sia importante l’unità dell’Europa: se un simile risultato è stato possibile, è stato solo perché l’UE e tutti gli Stati membri hanno saputo fare squadra e parlare con una voce sola.”
"Ma la vicenda è tutt'altro che chiusa. Occorre infatti che l'UE intervenga alla svelta a protezione dei settori siderurgico e metallurgico europei, che rischiano di essere colpiti dagli effetti delle decisioni statunitensi. Dazi del 25% e del 10% sulle importazioni di acciaio e alluminio da tutto il mondo non potranno che avere conseguenze dirompenti sul mercato europeo, dove rischiano di riversarsi le eccedenze produttive globali. Occorre che l'UE introduca in tempi brevi una misura di salvaguardia che copra tutte le produzioni potenzialmente danneggiate dalle misure USA" conclude Vincenzo Boccia. "In parallelo, Confindustria continuerà a fare tutto il possibile perché si eviti una pericolosa escalation protezionistica, che rischierebbe di danneggiare moltissimi settori dell'industria italiana, arrestando la dinamica del commercio mondiale e ostacolando la ripresa economica duramente conquistata".


DAZI, BOCCIA: UE ADOTTI MISURE DI SALVAGUARDIA AMPIE E IN TEMPI RAPIDI

"L’azione degli USA è assai discutibile in quanto a compatibilità con le norme internazionali. Impugnarla all'Organizzazione mondiale del commercio è un atto dovuto, ma i tempi saranno lunghi mentre l'emergenza è immediata". Così Vincenzo Boccia, presidente di Confindustria, commentando la questione dei dazi. "La situazione è fluida, non si sa ancora se la UE verrà esentata ed a quali condizioni, ma qualunque soluzione verrà adottata il 23 marzo provocherà distorsioni profonde nel commercio mondiale e danni alle nostre imprese. Tuttavia alzare il livello dello scontro alimentando la spirale ritorsiva non allevierà il danno provocato dai milioni di tonnellate di acciaio che si riverseranno in Europa aggiungendosi a quelle già oggi immesse sui nostri mercati a causa della perdurante sovracapacità produttiva mondiale".

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L’economia globale accelera, l’Italia rimane ben agganciata

Più solida la crescita globale... L’espansione mondiale si rafforza nel 1° trimestre 2018 e si dif-fonde tra paesi, spinta da investimenti e commer-cio (53,7 il PMI ordini esteri a gennaio-febbraio). Tuttavia, alcune tensioni si stanno materializzan-do, in particolare debolezze nel settore finanziario internazionale e aumento del protezionismo, mi-nacciando un rallentamento della crescita.

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MATERA 2019 Occasione di futuro

MATERA 2019. Occasione di futuro
MARZO 2018 ORE 15.00 26 LUNEDÌ


Saluti istituzionali
Interviene
Domenico De Bartolomeo, Presidente Confindustria Puglia
Maria Teresa Sassano, Vice Presidente Piccola Industria Confindustria
Graziano Bianco, Coordinatore Club Imprese per la Cultura Confindustria Bari e BAT
Paolo Verri, Direttore Matera 2019

Segue dibattito
Sala convegni - Confindustria Bari e BAT - Via Amendola,172/R - BARI


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Alternanza scuola lavoro: dal 21 marzo le imprese possono presentare la domanda per i voucher

Si apre il prossimo 21 marzo - ore 8.00 il bando per la concessione di voucher che la Camera di Commercio di Lecce, per l'anno 2018, mette a disposizione delle imprese che ospitano studenti nell'ambito di percorsi di Alternanza Scuola Lavoro, previsti dalla Legge 107/2015.

 

La Camera di Commercio di Lecce, infatti, si prefigge di sostenere il coinvolgimento delle imprese nei percorsi di alternanza scuola lavoro ed incoraggia l'iscrizione delle stesse nel Registro Nazionale dedicato; tutto ciò in forza delle competenze in materia attribuitele dalla legislazione e in attuazione del Progetto "Orientamento al lavoro e alle professioni" approvato dal Ministero dello Sviluppo Economico con il Decreto del 22 maggio 2017.

Il contributo sarà erogato a fondo perduto in misura pari a euro 650,00 per ciascuno studente ospitato e ad euro 850,00 per studente con disabilità. Ogni impresa ha diritto, per il 2018, ad un massimo di 2 voucher.
Le richieste di voucher devono essere trasmesse esclusivamente in modalità telematica, accedendo al portale https://webtelemaco.infocamere.it - Servizi e-gov - Sportello Pratiche - Contributi alle imprese e provvedendo alla sottoscrizione digitale ed all'invio on line. Le domande possono essere inviate sino al 16.11.2018.

I percorsi ammessi sono quelli realizzati dal 12.12.2017 al 15.11.2018, con una durata minima di 60 ore per ciascuno studente ospitato.

Info: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. - tel. 0832/684232 - 231 - 332 - 245

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IlMareDiPuglia, Blue Economy: strategie di sviluppo

L’iniziativa dal titolo “Il MareDiPuglia, Blue Economy: strategie di sviluppo” si svolgerà a Bari dal 21 al 24 marzo, negli spazi della Fiera del Levante (Padiglione 152) ed è organizzata da Regione Puglia, in collaborazione con la società regionale in house Puglia Sviluppo, Arti - Agenzia regionale per la tecnologia e l’innovazione, Unioncamere Puglia, Fiera del Levante, e Autorità di sistema portuale del mare Adriatico e meridionale.

Quattro giorni di appuntamenti, sessanta relatori nazionali e internazionali, le testimonianze, le esperienze e le storie di successo di giovani imprenditori pugliesi nel corso di tre eventi:

  • il 21 marzo Il mare come risorsa: il contributo della pesca e dell’acquacoltura alla blue economy a cura di Unioncamere Puglia
  • il 22 e il 23 marzo Blue Economy International Forum, Strategie per la crescita blu e l’innovazione a cura della Sezione Internazionalizzazione della Regione Puglia
  • il 24 marzo Zes, attrazione degli investimenti e blue economy a cura delle Autorità di sistema portuale del mare Adriatico meridionale e di Confindustria Puglia
Per informazioni e modalità di iscrizione: http://www.internazionalizzazione.regione.puglia.it/web/guest/notizie/-/asset_publisher/ZenPaFpQyJa3/content/blue-economy-international-forum

SEQUESTRO DI DOCUMENTI E SEGRETO PROFESSIONALE

DIRITTO PENALE TRIBUTARIO

SEQUESTRO DI DOCUMENTI E SEGRETO PROFESSIONALE

 

La Corte di Cassazione – Sezione Seconda Penale -, con l’interessante ed importante sentenza n. 51446 depositata in cancelleria il 10 novembre 2017, ha stabilito il principio che non si può procedere al sequestro dei dati informatici qualora il commercialista opponga per iscritto il segreto professionale.

La più recente giurisprudenza della Corte di Cassazione (Sez. Unite, n. 40963 del 20/07/2017 - dep. 07/09/2017, Andreucci, Rv. 27049701), dopo aver ricordato che "secondo il rapporto esplicativo adottato dal Comitato dei Ministri del Consiglio d'Europa il termine "sequestrare" in base alla convenzione «significa prendere il mezzo fisico sul quale i dati o le informazioni sono registrati oppure fare e trattenere una copia di tali dati o informazioni", ha precisato che l' art. 258 c.p.p., che riguarda espressamente i documenti, non può trovare applicazione rispetto ad un apparato informativo o ad una copia immagine, intesa quale clone identico all'originale di un documento informatico, mentre tale disposizione può essere considerata quando il dato informatico sia riconducibile entro la nozione di atto o documento, nel qual caso valgono le conclusioni cui è pervenuta la sentenza Tchmil (secondo cui, una volta restituita la cosa sequestrata, la richiesta di riesame, del sequestro, o l'eventuale ricorso per cassazione contro la decisione del tribunale del riesame è inammissibile per sopravvenuta carenza di interesse, che non è configurabile neanche qualora l'autorità giudiziaria disponga, all’atto della restituzione, l'estrazione di copia degli atti o documenti sequestrati, dal momento che il relativo provvedimento è autonomo rispetto al decreto di sequestro, né è soggetto ad alcuna forma di gravame, stante il principio di tassatività delle impugnazioni; Sez. Unite, n. 18253 del 24/04/2008 - dep. 07/05/2008, Tchmil, Rv. 23939701).

Le Sezioni Unite della Corte di Cassazione, tuttavia, hanno sottolineato come questa ultima decisione non si sia preoccupata di considerare l'ipotesi in cui il documento, sia esso informatico o di altro tipo, «trasferisca il proprio valore anche sulla copia», venendo così in gioco l'interesse alla «disponibilità esclusiva del "patrimonio informativo"», poiché esso non verrebbe meno con la mera restituzione fisica di quanto oggetto di sequestro.

In questi casi, nonostante la restituzione del supporto sul quale il dato è contenuto, permane comunque un interesse all'impugnazione del provvedimento ablativo per la verifica della sussistenza dei presupposti applicativi; "deve tuttavia trattarsi di un interesse concreto ed attuale, specifico ed oggettivamente valutabile sulla base di elementi univocamente indicativi della lesione di interessi primari conseguenti alla indisponibilità delle informazioni contenute nel documento, la cui sussistenza andrà dimostrata, non potendosi ritenere sufficienti allo scopo generiche allegazioni".

Alcuni giudici di merito hanno nella sostanza condiviso il precedente orientamento della Corte di Cassazione (Sez. 6, n. 24617 del 24/02/2015 - dep. 10/06/2015, Rizzo, Rv. 26409301), secondo cui costituisce sequestro probatorio l'acquisizione, mediante estrazione di copia informatica o riproduzione su supporto cartaceo, dei dati contenuti in un archivio visionato nel corso di una perquisizione legittimamente eseguita ai sensi dell'art. 247 c.p.p., quando il trattenimento della copia determina la sottrazione all’interessato dell'esclusiva disponibilità dell'informazione e incide sul diritto alla riservatezza o al segreto.

Ciò posto, occorre verificare se la persistente disponibilità in capo al titolare degli originali dei documenti e dei dati informatici di cui è stata acquisita copia comporti una perdita autonomamente valutabile sotto il profilo della lesione dell'interesse primario all’esclusiva utilizzabilità delle informazioni negli stessi contenute, tale da fare ritenere l'operazione di copia effettuata un vero e proprio sequestro di informazione, autonomamente apprezzabile e idonea, di conseguenza, a legittimare la presentazione di un'impugnazione avverso il relativo provvedimento.

Questa indagine, come detto, ha ad oggetto l'esistenza di interesse, concreto, attuale, specifico ed oggettivamente valutabile, a preservare I' esclusiva disponibilità del patrimonio informativo.

La verifica di questo interesse impone di riconoscere all' istante la possibilità di impugnare al fine di dimostrare in sede di riesame l'esistenza dei presupposti legittimanti la sussistenza di un suo diritto alla disponibilità esclusiva del patrimonio informativo estratto in copia.

Giova aggiungere, da ultimo, che l'attuale disposto dell'art. 256 c.p.p., nel testo introdotto dall’art. 8 Legge n. 48/2008 ed applicabile anche agli esperti contabili, ai sensi del combinato disposto degli artt. 200 c.p.p. e 5 d. Lgs. 28.6.2005 n. 139, ha superato i limiti in precedenza esistenti in tema di opposizione del segreto professionale, prevedendo una tutela di carattere simmetrico rispetto a quella contemplata per la testimonianza; questa nuova disciplina stabilisce che nel caso in cui sorga la necessità di acquisire atti, documenti, dati, informazioni e programmi informatici l'autorità giudiziaria ha l'onere di rivolgere una richiesta di consegna attraverso un decreto di esibizione, in virtù del quale sussiste un obbligo di rimessa immediata della cosa domandata, a meno che il soggetto destinatario della richiesta non dichiari per iscritto che il bene di cui si pretende l'esibizione è oggetto di segreto professionale.

La formale opposizione del segreto professionale, se sollevata in ragione della correlazione della disponibilità dei beni sequestrati o estratti in copia con un mandato professionale in precedenza conferito, è idonea a impedire all' autorità giudiziaria di procedere al sequestro del bene richiesto in consegna, salvi gli accertamenti previsti dall' art. 256, comma 2, c.p.p..

Lecce, 03 marzo 2018

 

Avv. Maurizio Villani

Aggiornamento contatti Confindustria Lecce

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