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Comitato Femminile Plurale
 
Imprenditoria femminile. Analisi dei dati e prospettive di sviluppo
 
L'imprenditoria femminile non e' una questione di donne: e' invece un tema che attiene alla produttivitàa' e alla crescita economica delle famiglie e del Paese.
Solo affrontando l'argomento da tale prospettiva si ha il giusto approccio, non retorico né stereotipato, per parlare di Donne e Lavoro.
Nel marzo 2000 i Paesi Membri dell'Unione Europea assunsero l'impegno (sancito dalla Strategia di Lisbona) di portare l'occupazione femminile al 60% entro il 2010. Tale obiettivo è stato rilanciato nel 2005 per rendere l'Europa ancora più competitiva nel mercato globale.
Il Piano Europeo sull'occupazione femminile è stato inteso, pertanto, non solo come una questione di genere, ma come volano per l'economia nazionale.
I rappresentanti dei Paesi Membri partirono da poche e precise considerazioni: "se la donna lavora entra più ricchezza in famiglia - a patto che ci sia un sistema di servizi sociali adeguato - aumenta il reddito e nascono più bambini".
A due anni dalla scadenza prefissata, la media europea si aggira sul 57,4% e quella italiana è fissa al 46,3%: sette milioni di donne in età lavorativa sono fuori dal mercato del lavoro (al sud il tasso di occupazione cala al 34,7%), e naturalmente la scarsa occupazione femminile ha riflessi sul tasso di occupazione dell'intera popolazione.
Siamo i penultimi in Europa, nell'ultimo periodo ci ha superato anche la Grecia e dopo di noi resta solo Malta. Slovacchia, Romania e Bulgaria si assestano ben sopra il 50%, Cipro e' gia' al 60% e la Slovenia da poco entrata nell'UE e' gia' al 61,8%.
In testa alla classifica la Danimarca con una percentuale del 73,4%.
Altro aspetto riguarda poi il cosiddetto "tetto di cristallo", quella barriera invisibile che frena l'accesso delle donne ai posti di comando, rallenta le carriere e disconosce i meriti. Dai dati della Presidenza del Consiglio  emerge un "differenziale retributivo di genere" pari al 26,3%: vale a dire che una donna percepisce a parità di posizione professionale, tre quarti dello stipendio di un uomo.
Dalla Nota Aggiuntiva al secondo Rapporto sullo stato di attuazione del Programma Nazionale di Riforma 2006-2008 che il Governo italiano presenta ogni anno alla Commissione Europea, emerge un altro dato preoccupante.
Nel 63,1% delle aziende quotate, escluse Banche e Assicurazioni non c'è una donna nel Consiglio di Amministrazione, su 2.217 consiglieri solo 110 sono donne, vale a dire il 5%.
Nel settore bancario è stato riscontrato su un campione di 133 istituti di credito che il 72,2% dei CdA non conta neppure una donna.
Le percentuali invece, crescono nelle Aziende Sanitarie nazionali dove le donne sono l'8% dei direttori generali, il 9% dei direttori amministrativi e il 20% dei direttori sanitari.
Dai dati rivenienti dal Rapporto della Commissione Europea" Women and man in decision making 2007 - Analysis of the situations and trends"  emerge che in Italia solo il 3% delle donne siede nei Consigli di Amministrazione delle Società, a fronte della media Europea pari al 33%.
In particolare in Ungheria, Finlandia, Lettonia e Lituania la media è del 35% e persino a Malta e Cipro si attesta al 20%. Finlandia e Spagna hanno previsto sanzioni amministrative per le aziende che non bilanciano il rapporto tra uomini e donne all'interno dei Consigli di Amministrazione.
All'interno di questa macro-analisi, con l'avvertenza che una cosa è l'occupazione e altra è l'imprenditoria femminile, possiamo meglio inquadrare ed analizzare i dati dell'Osservatorio di Unioncamere 2007, che riguardano appunto le sole imprenditrici donne: oltre 1,2 milioni, con una maggiore presenza al centro e al sud, esse operano preferibilmente nel commercio, agricoltura e nei servizi, e crescono due volte più della media nazionale.
Al di là delle velocità di marcia ancora diverse "nel segno di Lisbona", del gap di genere e generazionale delle donne nel mondo del lavoro, dei differenziali retributivi e delle barriere, della poca meritocrazia e della difficoltà di motivazione, le donne italiane dimostrano una forte volontà di affermazione avviando una attività economica in proprio.
Con un significativo contributo delle donne immigrate all'espansione della base imprenditoriale femminile, pari al 9,2%.
In termini relativi l'area a più alta concentrazione di imprenditrici donne si conferma il Mezzogiorno con 457.189 imprese, vale a dire il 26,6% del totale delle imprese attive in questa area.
A seguire il Centro, con 25,2%. In termini assoluti, invece, è il Nord Ovest che, con 307.423 imprese, occupa la seconda posizione dopo il Sud.
Nel tratteggiare il quadro dell'imprenditoria "rosa" Unioncamere rileva però come il Mezzogiorno d'Italia sia l'area meno dinamica.
Tale ultimo dato, che potrebbe non apparire entusiasmante, è invece significativo di una forte tenuta del sistema imprenditoriale femminile in una congiuntura economica non favorevole: se guardiamo infatti alla Puglia la moderata crescita di 45 unità delle imprese rosa risulta in netta controtendenza rispetto alla flessione significativa, di ben 814 unità, del totale delle imprese iscritte. Se in qualche misura la Puglia resiste, il merito maggiore va alle donne.
Un dato che apparirebbe preoccupante è il 94° posto di Lecce nella graduatoria provinciale per tasso di crescita delle imprese femminili attive nell'anno 2007, con uno scarto di -1.3% rispetto al 2006 (15.197 contro 15.400); l'analisi relativa non può prescindere dal rilievo fondamentale che in termini assoluti (e anche in quelli relativi di impresa per numero di abitanti) noi garantiamo una forte presenza sul territorio, di gran lunga maggiore rispetto a Province che risultano ai primi posti per la crescita. Non è pertanto azzardato ipotizzare che il sistema imprenditoriale al femminile, nel nostro Salento, non si è incrementato in termini numerici perchè è cresciuto moltissimo nel passato; l'esigenza oggi avvertita è pertanto quella di una sua ristrutturazione verso forme imprenditoriali più evolute e mature, che consentano di reggere l'urto di una congiuntura economica (come è agli occhi di tutti) non certo favorevole, per assicurare la conservazione della dinamicità e competitività che caratterizzano in maniera peculiare proprio l'impresa "rosa".
Ecco che una possibile risposta al basso livello di occupazione femminile in Italia possa rivenire da iniziative imprenditoriali per le quali le donne sono vocate, per esempio, nell'ambito dei servizi alla famiglia: i cosiddetti "servizi per la facilitazione della vita quotidiana" che possono andare dall'assistenza ai bambini o agli anziani, al disbrigo di pratiche burocratiche, all'accompagnamento personalizzato, alla preparazione di pasti, ecc.
E ciò per la capacità, che è solo femminile, di pensare sì in grande ma di saper anche pensare in piccolo portando nell'impresa, oltre alla peculiarità di atteggiamenti e comportamenti ad elevato valore etico, la capacità di far quadrare tutti i conti a partire, ma solo a partire, dal rapporto spese-ricavi.
E' chiaro però che una simile opportunità può essere colta a pieno se il sistema la incoraggia; se per esempio, come in Francia, venga previsto un meccanismo di deducibilità dal reddito per questa tipologia di servizi, con un abbattimento dell'IVA attraverso meccanismi che mettano tuttavia al riparo tanto le famiglie fruitici quanto la donna imprenditrice da complicazioni fiscali e burocratiche.
Ma è ancora chiaro che l'atteggiamento, la prospettiva attraverso cui si guarda a questo ambito di opportunità deve prescindere da ogni tentazione di catalogazione: non dobbiamo pensare ad una riserva indiana.
Le donne possono misurarsi anche con altre iniziative con uguale successo. E' per questo che la vocazione all'intrapresa va promossa e sostenuta tramite specifici, e  diversificati, strumenti di ausilio: dall'offerta del microcredito ai congedi di paternità (oggi retribuiti solo al 30%) e con asili nido con orari e rette speciali, soprattutto al sud, all'utilizzazione di strategie, da porre in essere attraverso scelte bipartisan, per la riduzione del cuneo fiscale o per la concessione del credito d'imposta, nonché per l'introduzione di ulteriori forme innovative e flessibili di welfare finalizzate a facilitare la conciliazione dei tempi di vita e di lavoro.
L'utilizzo di tali strumenti porterebbe, in linea con altri paesi europei, alla creazione di buone opportunità che mettano a frutto le capacità e le competenze femminili.
Con specifico riferimento alla nostra terra, queste considerazioni mi invogliano a non nutrire preoccupazione, in ragione della vitalità che l'imprenditoria salentina al femminile esprime per sua natura, laddove i giusti correttivi possono venire da utili strumenti per favorire un trend, la maturazione di fattive imprenditrici consapevoli della loro capacità, non contraddetto dai numeri qui commentati.
Proprio in tale prospettiva Confindustria Lecce, anticipando altre province d'Italia, ha promosso nel suo ambito la costituzione del Comitato Femminile Plurale, che coordina le istanze di tutte le iscritte e si propone lo sviluppo dell'imprenditoria femminile in una logica di sistema, nonché tramite iniziative di formazione di aspiranti imprenditrici, nel rispetto di valori condivisi di etica e solidarietà.
 
Avv. Stefania Leuci
Soateam Spa
presidente Comitato Femminile Plurale Confindustria Lecce
 
 
 
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